ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Il dialogo mai interrotto con Gino Giugni. Intervista di Vincenzo Antonio Poso a Silvana Sciarra

Il dialogo mai interrotto con Gino Giugni

Intervista di Vincenzo Antonio Poso a Silvana Sciarra    

Giustizia Insieme ospita l'intervista alla Professoressa Silvana Sciarra curata da Vincenzo Antonio Poso che, nel ripercorrere l'esperienza umana e professionale di Gigno Giugni, offre  la fervida testimonianza di una giurista di alto profilo accademico oggi al servizio della Corte costituzionale, alla quale la Rivista rivolge i sensi della più viva gratitudine per la ricchezza delle riflessioni destinate naturalmente a valicare  le tematiche lavoristiche anche per i tratti  di umanità che esse contengono.

V.A. Poso Silvana Sciarra è nata a Trani il 24 luglio 1948, si è laureata nel 1971 con Gino Giugni, discutendo una tesi sui Consigli di Fabbrica, nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bari, dove ha svolto, subito dopo la laurea, attività di ricerca e didattica. Nel commemorare il Suo Maestro nel 2009, in uno scritto intitolato “Gino Giugni Viaggiatore” ( in Sociologia del diritto, 2009, n. 3, p.199 e ss.)  c’è il ricordo, vivente, di un << professore che scende da tanti treni per raggiungere l’Università di Bari: carico di documenti da distribuire, di quesiti da risolvere, di citazioni da verificare, di progetti da condividere. Ogni articolo da riguardare, ogni pagina da discutere porta inciso sulla prima pagina un nome, a volte una sola iniziale. C’era lavoro per tutti, c’era frenesia ed allegria nell’Istituto di diritto del lavoro di Bari. Per tutti noi presenti nelle stanze e nei lunghi corridoi dell’Istituto si aprivano piccoli spazi di felicità quando si riusciva a tener dietro a Gino e talvolta intercettare il suo ingegno creativo e dirompente>>. Era una persona davvero straordinaria. 

S. Sciarra È così: Gino Giugni è stato per tutti noi allievi una persona straordinaria ed è rimasto nelle nostre esperienze accademiche un modello da seguire, una persona da ricordare nelle fasi importanti della nostra vita. Incalzanti i suoi richiami – mi sembra di ascoltare ancora la sua voce – ad asciugare la scrittura, accorciare le frasi, evitare i gerundi. Moderno il suo suggerimento di usare con moderazione le note a piè di pagina, per renderle funzionali al testo e non inutile manifestazione di sfoggio o di erudizione. Se ripenso agli anni della ‘scuola barese’ che ha visto tanti allievi, di età e provenienze diverse, attivi intorno a lui, mi accorgo che era assente fra noi la rivalità. Questo è un dato non secondario nel litigioso panorama dell’accademia italiana; una conquista di serenità e di collaborazione proficua. Un altro bel ricordo da preservare. 

V.A. Poso Nella presentazione della raccolta di alcuni contributi di Gino Giugni, che  Lei ha curato per un pubblico di lettori non specialistico (Gino Giugni, Idee per il lavoro, Roma-Bari, Laterza, 2020), Lei ha scritto: <<  Le “idee per il lavoro” che, più di altre, hanno caratterizzato l’opera di Gino Giugni, si intrecciano inevitabilmente con i tempi in cui sono state generate, si colorano delle passioni e delle tensioni che attraversano il dibattito pubblico, si calano dentro precise scelte di metodo, destinate ad affinarsi e a divenire funzionali alla realizzazione di progetti riformatori. Il fatto che esse possano essere fruibili nel dibattito contemporaneo dimostra la solidità delle basi teoriche su cui erano state costruite e l’accuratezza dell’analisi storica che le ha conformate>>. Una conclusione solo accennata. Quali sono le moderne idee per il lavoro di cui ha bisogno l’Italia per ripartire e crescere?

S.Sciarra Le idee per il lavoro che Giugni ci ha trasmesso possono sembrare legate a una fase perduta del dibattito pubblico. Non è così. Molte proposte sono sedimentate in una sorta di coscienza collettiva, preservata innanzi tutto dalla comunità scientifica dei giuslavoristi, che ciclicamente le ritrova e le corrobora. Penso, per esempio, alla concertazione intesa come ricerca permanente del consenso, che conduce a soluzioni condivise soprattutto quando si affrontano materie controverse, che spaccano trasversalmente le parti sociali da un lato, e gli operatori del diritto dall’altro. Penso anche alle intuizioni che Giugni ha avuto sulla riforma del collocamento pubblico e sull’avvio delle politiche attive del lavoro, sempre più legate a domande effettive e concrete di professionalità e di competenze. Penso, a questo riguardo, all’attenzione premonitrice da lui prestata allo studio delle mansioni, espressione di un patrimonio culturale identitario del singolo lavoratore. Si sente oggi molto forte l’ansia di crescere su percorsi professionali ben tracciati, spesso polivalenti e capaci di adattarsi a mutamenti rapidi del mercato del lavoro. Si parla non a caso di transizioni occupazionali. E ancora, penso all’impegno, che non dovrebbe attenuarsi, nel preservare spazi di democrazia nei luoghi di lavoro, con l’apertura alla partecipazione dei lavoratori attraverso varie istanze rappresentative. Il tema della tutela della salute, che incombe prepotentemente al tempo della pandemia, è un esempio eloquente di come la partecipazione condivisa sulle misure da adottare può condurre a forme più sicure di prevenzione. Giugni, non a caso, ha sempre valorizzato l’individuo dentro le istanze rappresentative, ne ha esaltato il discernimento e la consapevolezza, contro qualunque forma di supremazia delle organizzazioni rappresentative.  

V.A. Poso Molti (da ultimo anche il suo allievo Pietro Curzio, Il metodo Giugni, in Lavoro Diritti Europa, n. 3/2019) parlano di “metodo Giugni”. In cosa consisteva e cosa ha rappresentato questo metodo, anche per i giovani studiosi che gli sono stati vicini e che da lui hanno imparato il “mestiere dell’intellettuale”?

S. Sciarra Il metodo che Giugni ha costruito e progressivamente affinato nel suo lungo percorso accademico è intriso di esperienze comparate e anche per questo è originale e innovativo. Oggi la comparazione appare a volte schematica e troppo condizionata da singoli fattori, piuttosto che da indagini coerenti. Inoltre, la frequentazione delle scienze sociali ed economiche, da un lato, l’attenzione per l’analisi storica, dall’altro, unite a una spiccata propensione per la ‘politica del diritto’ e dunque per l’interesse a incidere sulle scelte del legislatore, hanno reso Giugni un giurista pronto a sfidare il conformismo, che rappresentava un retaggio ingombrante del periodo corporativo. Quella sfida metodologica è servita a rafforzare i pilastri della democrazia nel nostro paese e a dare voce ai corpi intermedi. L’ascolto che imprese e sindacati hanno mostrato per il metodo giugniano è frutto del rispetto che esse hanno inteso rivolgere a un pensiero solido, proprio perché nutrito dalla realtà dei fatti e non da vuota teoria. Si deve aggiungere che il riformismo praticato da Giugni non è stato divisivo. Sia nelle più accanite dispute accademiche – basti ricordare quella con Giuseppe Pera dopo l’emanazione dello Statuto dei lavoratori e quella assai sarcastica con Guido Zangari sulla traduzione del libro di Kahn-Freund – sia sul piano politico, nell’affiancare il legislatore, c’era sempre una via d’uscita dialogante. Metodo e costruzione del consenso hanno marciato insieme. Pietro Curzio ha ragione nel ricordare che quel pensiero emergeva con forza nell’insegnamento universitario e nelle collaborazioni scientifiche; Giugni ci ha tenuti costantemente sul filo di nuovi traguardi, non competitivi, ma molto impegnativi.  

V.A. Poso Per diversi anni è stata Direttore con Franco Liso della rivista Giornale di Diritto del Lavoro e di Relazioni Industriali, fondata da Gino Giugni. Cosa può dire di quell’esperienza?  

S. Sciarra Grazie per aver citato ‘il Giornale’. Fra le mie esperienze di collaborazione con Gino Giugni quella che ha riguardato l’ideazione e poi la nascita della rivista, da lui così pervicacemente voluta, è stata la più esaltante. Ricordo le lunghe riunioni preparatorie presso lo studio di Roma, in Via Livenza, l’ansia di creare uno strumento comunicativo nuovo, l’attenzione costante nel creare una generazione di giuristi del lavoro aperta al confronto internazionale e finalmente affrancata da ogni formalismo. Il Giornale voleva essere per lui – e lo è stato, mi spingo a dire lo è ancora – un luogo di confronto reale fra idee diverse, di scambio interdisciplinare. Negli anni in cui le forze di Gino si affievolivano a causa del suo stato di salute, con Franco Liso e con il sostegno della redazione abbiamo provato a non disperdere quell’insegnamento. Dopo la mia elezione a giudice costituzionale ho avvertito l’esigenza – anche se la direzione scientifica di riviste accademiche non è incompatibile con la funzione esercitata – di lasciare quell’incarico, per non condizionare in alcun modo il dibattito critico dentro la redazione e non compromettere la mia serenità di giudizio. Resto convinta dell’opportunità di questa scelta, ma non posso negare che il Giornale – guidato con grande competenza da Luca Nogler e ora tristemente privato della co-direzione di Lauralba Bellardi – mi manca molto e avverto nostalgia del clima, a volte disordinato eppure così propositivo, che respiravo nelle riunioni di redazione: le battute scherzose, le lunghe disquisizioni sull’editing delle traduzioni, la ricerca rigorosa dei lettori anonimi cui assegnare i saggi pervenuti. E’ stato già ricordato da Giugni tante volte, ma voglio farlo anch’io: il Giornale ha aperto la strada in Italia alla doppia lettura anonima dei saggi, anch’essi resi anonimi, in tempi non sospetti. Anche questa non secondaria ‘modernizzazione’ si inserisce in un vero e proprio progetto culturale, guidato da scelte trasparenti e rivolto a rendere porosi gli ambienti accademici, perché solo così si esce da logiche restrittive di ‘scuole’ chiuse in se stesse.  

V.A. Poso Lei è stata Harkness Fellow presso l’Università di Los Angeles (UCLA ), dove, molti anni dopo, è stata anche Fulbright Fellow, e presso la Harvard Law School. Nel corso degli anni ha insegnato, con vari ruoli, a Warvick, alla Columbia University di New York, a Cambridge, Stoccolma e Lund. In Italia, dopo l’esperienza barese, ha insegnato, dal 1978 al 1990, presso la Facoltà di Scienze Economiche e Bancarie dell’Università di Siena. Dal 1994 al 2003 è stata Professore di Diritto del Lavoro e Diritto Sociale Europeo presso l'Istituto Universitario Europeo di Fiesole, dove ha diretto diversi progetti internazionali e curato varie pubblicazioni.  Ha guidato il Dipartimento di Diritto tra il 1995 e il 1996 e il programma sugli studi di genere dal 2002 al 2003. Prima e dopo questo periodo ha insegnato le stesse materie nell’Università degli Studi di Firenze, dove è stata chiamata per trasferimento nel 1990 presso la Facoltà di Giurisprudenza. Ora è Professore Emerito dell’Università di Firenze. Fin dalla sua fondazione nel 2011 è membro dello European Law Institute (ELI) e ha ricevuto vari riconoscimenti come Dottore di Ricerca Honoris Causa e nel 2015, ad Amsterdam, è stata insignita del premio Hugo Sinzheimer, per la sua carriera accademica. Cosa può dirci di questo lungo percorso di studi e ricerca?  

S. Sciarra Devo molto a Gino Giugni per avermi mostrato subito sentieri di ricerca che mi inducevano a uscire dall’ambiente accademico nazionale, per mettermi alla prova. Ricordo il suo incitamento nel fare domanda per la Harkness Fellowship, la sua generosa lettera di referenza, che indicava l’Università di Los Angeles come luogo di approdo negli Stati Uniti, presso l’Istituto diretto da Benjamin Aaron, suo interlocutore nel Comparative Labour Law Group. Poi il viaggio verso Roma per la prova di inglese e l’incontro con Cipriana Scelba, curatrice accorta degli scambi culturali presso l’ambasciata americana. Nella nave Queen Elisabeth II che, partendo dalla Francia e diretta a New York, ha accolto gli Harkness Fellows selezionati quell’anno (era il 1974!) ho incontrato uno studioso francese, non ricordo più di quale disciplina, che più volte mi ha chiesto come mai una donna proveniente dal Sud dell’Italia fosse su quella nave, vincitrice di quella borsa di studio. Non gli ho confessato l’ansia che mi pervadeva e per fortuna ho condiviso la cabina con una linguista inglese che praticava la trascendental meditation. Così mi sono messa anch’io con lei a meditare, imparando a respirare profondamente per scacciare i pregiudizi e guardare oltre l’oceano. 

Le altre tappe che Lei così cortesemente cita sono state raggiunte in piena condivisione con il mio Maestro. Voglio ricordare l’incontro a Siena con Marcello De Cecco, che ha facilitato enormemente il mio ingresso in una facoltà arricchita dalla presenza di molti economisti suoi allievi. Marcello l’ho ritrovato, sia pur brevemente, a Fiesole e ho apprezzato ancora una volta il suo stile sarcastico e profondo, la sua cura dei dettagli. Mi fa piacere che lei abbia menzionato la Direzione del Law Department  e poi del centro di Gender studies.  In quest’ultima esperienza ho voluto affermare il punto di vista delle giuriste, proponendo una serie di seminari guidati da donne giudici provenienti da vari paesi. Ricordo ancora il dibattito appassionato nel seminario tenuto da Ninon Colneric, allora giudice a Lussemburgo, una giuslavorista tedesca che più volte aveva partecipato ai seminari di diritto del lavoro comparato di Pontignano. Ricordo anche la personalità mite, eppure così convincente, dell’allora presidente del Tribunale costituzionale tedesco Jutta Limbach. La mia idea della promozione di genere, in un ambiente accademico elitario quale l’IUE, si è sostanziata nel condividere con gli studenti le storie di donne indipendenti e appassionate nel loro lavoro, per affermare che non ci sono vette precluse e soprattutto che la scalata poggia sugli arpioni del merito. Questo messaggio deve essere ugualmente e contestualmente indirizzato agli uomini.

Essere ora Professore Emerito nell’Università di Firenze, che mi ha accolta in una fase per me così significativa della vita accademica, è motivo di grande orgoglio e di gratitudine per i miei colleghi e per gli organi accademici che mi hanno onorata della loro considerazione.

La stessa gratitudine provo per le Università straniere che mi hanno invitata come Visiting Professor. L’ingresso in un nuovo ambiente è sempre per me motivo di apprensione. Per fortuna mi aiuta la curiosità: riuscirò a inserirmi in un contesto sconosciuto, capirò le dinamiche interne, gli studenti mi seguiranno o sarò un’aliena planata su di loro? Alla fine – e anche in questo mi sento privilegiata – sono partita con dispiacere da luoghi che inizialmente mi incutevano timore. Ho lasciato con nostalgia nuovi e vecchi amici e ho segnato i nomi degli studenti che ho poi ritrovato altrove, vedendoli camminare con passo sicuro. Non è straordinaria la vita di un professore universitario che ha avuto la fortuna di guardare oltre la siepe del suo luogo di origine? Il merito è tutto di chi ha insegnato a saltare quella siepe.    

V.A. Poso Il 6 novembre 2014 è stata eletta (prima donna) dal Parlamento in seduta comune, sostenuta da un vasto schieramento di forze politiche (630 voti su 748 votanti), Giudice della Corte Costituzionale e ha iniziato a svolgere il suo mandato l’11 novembre 2014, dopo il giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. In questi anni ha continuato a pubblicare, oltre che a partecipare a convegni, anche internazionali. Come si combinano fra di loro queste due anime?  

S. Sciarra L’elezione a Giudice costituzionale resta nella memoria come uno snodo cruciale della mia vita, non solo professionale. È superato solo da due altri momenti indimenticabili: la nascita delle mie figlie, accompagnata dall’esaltazione impareggiabile della maternità e dalla gioia immensa che questa condizione fa provare. A volte mi scopro a pensare di non essere io seduta in quel collegio, mi scuoto da una incredulità, che poi mi riporta dentro una realtà condivisa di responsabilità e di impegno. Ho imparato molto dai miei colleghi e mi sforzo costantemente di misurare il mio metodo e la mia impronta disciplinare con personalità molto diverse, tutte prorompenti e per questo affascinanti. Ma c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare e questo è davvero un impulso vitale da non disperdere.

La scrittura mi aiuta a non perdere di vista la mia vita precedente, che in realtà è sempre la mia vita attuale. Credo molto fermamente che quando si creano occasioni straordinarie non si deve smettere di frequentare quelle ordinarie, perché la concretezza di quello che siamo non deve mai essere perduta. La scrittura corrobora questo mio proposito, perché mi impone una disciplina, che finisce con l’entrare nelle vene per poi scorrere insieme alla linfa dei progetti da realizzare, dei nuovi orizzonti da scoprire.

Così sono riuscita, con grande ritardo, a onorare nel 2018 l’impegno preso tempo fa con Cambridge University Press – casa editrice che ho frequentato fin dagli anni dell’IUE, apprezzandone il rigore e la disponibilità – a riscrivere in inglese un libro già apparso con Laterza, ampliandolo e corredandolo di alcuni riferimenti alla giurisprudenza delle corti costituzionali europee negli anni dell’austerità. Il titolo intrigante ‘Solidarity and Conflict. European Social Law in crisis’ può lasciar intendere che sia in crisi il diritto sociale europeo. In realtà, la crisi economica e finanziaria mi ha indotta a ricercare sinergie fra le politiche europee già in atto, che si riverberano sul lavoro. Questo libro mi ha consentito di riprendere alcuni contatti accademici e di tornare ad apprezzare il gusto della discussione intorno a un tavolo, con colleghi più giovani che ora insegnano in altri paesi e coltivano con i loro studenti l’insegnamento del ‘Diritto sociale europeo’. Questa è una mia piccola ambizione, che porto avanti con discrezione, ma anche con convinzione: non dovrebbe essere marginalizzato il diritto sociale nella formazione dei giuristi europei. Esiste una storia delle politiche sociali europee che si è sedimentata in acquisizioni importanti e che ha corroborato alcuni principi generali del diritto europeo, trasformando in senso più avanzato gli ordinamenti nazionali. Questa affermazione è rilevante nei tempi della pandemia che attraversiamo: molte misure eccezionali e molti finanziamenti non possono che ruotare intorno alle politiche sociali e porre al centro il lavoro.

Quanto ai congressi internazionali, è stata per me una vera rivelazione scoprire che la Corte costituzionale partecipa a numerosi incontri di studio, in cui si realizza un proficuo scambio di buone pratiche e di esperienze con altre corti. L’immagine della ‘rete’ rende molto bene il clima di collaborazione che si instaura. Nel caso delle Corti costituzionali e supreme che operano nell’Unione europea vi è una più precisa finalità comune da perseguire, che va molto più in là del ‘dialogo’, per divenire ricerca di un linguaggio comune. Da qui l’attenzione che la Corte costituzionale sta dedicando – io stessa con alcuni colleghi seguo questi aspetti – alle traduzioni in lingua inglese delle sentenze che presentano profili europei e internazionali di rilievo.  

V.A. Poso In occasione della celebrazione del 70° anniversario della Costituzione e nell’ambito del progetto “Il viaggio della Costituzione”, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’Editore Laterza ha curato il progetto “Dialoghi sulla Costituzione”. Il 15  dicembre 2018 a Bari si è svolto un dialogo con Pietro Curzio sull’art. 4 della Costituzione sul diritto al lavoro. La “questione lavoro”, una delle tante questioni italiane irrisolte, è rappresentata dallo squilibrio tra imprese e lavoratori. Qual è l’oggetto di questo diritto? Su chi grava il relativo obbligo? Come può essere adempiuto?

S. Sciarra Sono felice che sia ricordato quell’incontro a Bari per due ragioni. Innanzitutto è stata brillante l’idea dell’Editore Laterza di segnare la tappa dei 70 anni della Costituzione con iniziative non paludate, rivolte ai giovani e alle scuole. Quell’esperienza si è incrociata per me con l’altra iniziativa, intrapresa dall’allora Presidente Paolo Grossi, di portare i giudici costituzionali nelle scuole, con esiti di grande soddisfazione per quanti di noi vi hanno partecipato. La seconda ragione di orgoglio per me è aver condiviso quell’incontro di riflessioni sull’art. 4 della Costituzione in un’aula della ‘mia’ Facoltà di Giurisprudenza di Bari, con Pietro Curzio, cui va tutta la mia ammirazione per il prestigioso incarico di Primo Presidente della Corte di Cassazione che ora ricopre. Senza aver coordinato i nostri interventi, ci siamo trovati a riallacciare i nodi della nostra formazione giugniana, che ci accomuna nell’intento di diffondere pensieri costruttivi sul lavoro. Dall’art. 4 della Costituzione si ricavano indicazioni non solo programmatiche; la valenza prescrittiva di quella norma è nella lettura congiunta con l’art. 35, che la Corte Costituzionale propone da lungo tempo. Da quell’impianto di promozione e tutela del lavoro non si può prescindere, soprattutto nel tempo difficile che attraversiamo, caratterizzato dalle incertezze causate dalla pandemia. Diritto al lavoro significa creare lavoro e stimolare, ora più che mai, politiche attive e non meramente assistenziali. Questo progetto deve tenere insieme imprese e sindacati e lo sforzo di adeguamento deve nascere da impulsi comuni. La strada maestra è individuare congiuntamente le carenze e le eccellenze del nostro mercato del lavoro, per renderlo meno asfittico e per modulare i diritti dei lavoratori, senza comprimere l’iniziativa imprenditoriale.

V.A. Poso I quasi nove anni trascorsi all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, sono stati, probabilmente, quelli più fecondi della Sua attività di ricerca e di insegnamento. È così? Quali sono state le tappe fondamentali di questa esperienza?

S. Sciarra In effetti, quelli trascorsi all’IUE sono stati anni molto speciali per me. Ho instaurato rapporti di collaborazione con colleghi, non solo nel Dipartimento di legge, ma anche di Storia, di Scienze politiche e di Economia. Ricordo di essermi spesso seduta nel folto numero di partecipanti che seguiva i seminari di diritto della concorrenza tenuti da Giuliano Amato, in quegli anni Presidente dell’Antitrust e visiting professor. Mi tornano in mente le suggestioni del corso interdisciplinare che ho insegnato con lo storico svedese Bo Stråth, mettendo insieme i nostri dottorandi. Circolavano idee propositive sull’Europa in quegli anni: mercato e diritti sociali; politiche monetarie e politiche dell’occupazione; armonizzazione e metodo aperto di coordinamento. Quello era lo spirito che animava la straordinaria esperienza di insegnamento con giovani studiosi provenienti da tanti diversi paesi europei ed extra europei. Con i frequentanti dei miei seminari si è creato un rapporto di scambio e di ricerca comune, che continua ancora ora. I successi nelle attività che ciascuno di loro ha prescelto sono motivo di grande orgoglio per me, così come lo è saperli attivi e programmaticamente impegnati nella difesa dei diritti sociali, nella diffusione di un diritto europeo specialistico, eppure così centrale nel dibattito pubblico nazionale e sovranazionale. Una tappa fondamentale è stata la ricerca comparata sui rinvii pregiudiziali in materia di lavoro (S. Sciarra (ed) Labour Law in the Courts. National Judges and the ECJ, Oxford 2001), che ha coinvolto colleghi (e amici) giuslavoristi  provenienti da altri paesi europei e dottorandi dell’IUE. Oltre allo scambio intergenerazionale, quella ricerca ha creato nuove reti di comunicazione fra IUE e università nazionali, in una materia non sempre valorizzata in precedenti esperienze.

V.A. Poso Delle molteplici esperienze di insegnamento e ricerca svolte all’estero, quali sono quelle che hanno maggiormente segnato la Sua formazione?

S. Sciarra Non c’è dubbio che l’esperienza di insegnamento presso la Law School della Columbia University di New York è stata per me entusiasmante e mi ha consentito di creare nuove e assai solide amicizie. L’insegnamento era collegato alla Cattedra BNL, assegnata ogni anno a un giurista italiano. L’orgoglio nazionale non poteva essere sottaciuto e l’impegno, proprio per questo si faceva sentire in modo impellente, quasi a voler segnare un solco di continuità con gli italiani che avevano ricoperto quella cattedra in anni precedenti. C’era molto interesse per il diritto del lavoro e per la comparazione, oltre che per il diritto europeo. Ho condiviso un ciclo di seminari con Mark Barenberg e rinsaldato un’amicizia che risaliva a un interessante scambio avuto in anni risalenti con alcuni esponenti dei critical legal studies. Le sponsorizzazioni di insegnamenti all’estero, come è stato per le cattedre BNL, sono foriere di progetti comuni fra Università e di occasioni formative per giovani studiosi, incoraggiati nel sapere che ci può essere una circolazione di idee e che si può creare confronto fuori dall’Italia. Grandi sollecitazioni intellettuali mi sono venute dai colleghi svedesi, con cui ho, tra l’altro, condiviso il controverso dibattito europeo e internazionale suscitato dal caso Laval, deciso dalla Corte di Giustizia nel 2007, che tanto ha inciso sul ripensamento di alcune storiche categorie del diritto del lavoro. Infine non posso non citare il mio meraviglioso soggiorno a Cambridge, come Goodhart Professor in Legal Science. Sono dolcissimi i ricordi: i libri lasciati dai professori che mi avevano preceduta nel Goodhart Lodge in cui abitavo, il giardino che guardavo dal mio studio, le lunghe chiacchierate con Bob Hepple al Clare College, il seminario che ho tenuto con Simon Deakin, le molte sollecitazioni  e la solidarietà femminile ricevute da Catherine Barnard, le colte conversazione in perfetto italiano con Alan Dashwood e gli incontri con Eleanor Spaventa. Sono davvero stata molto fortunata.

V.A. Poso Un giurista importante nella Sua formazione è stato Lord Wedderburn of Charlton (Bill per gli amici come Lei), rigoroso interprete del metodo della comparazione e grande studioso del diritto del lavoro e sociale inglese ed europeo, legato al Suo Maestro Gino Giugni da un forte sodalizio intellettuale e da una grande amicizia, scomparso agli inizi del 2012. Due Maestri insostituibili. L’ultimo scritto pubblicato sul Giornale di diritto del Lavoro e di relazioni Industriali ( 2007,  n. 2, p. 371 ss. ) << Dopo Giugni e Kahn-Freund, quale strada per il diritto del lavoro comparato?>> ( in omaggio per gli 80 anni di Giugni)  affronta i temi del diritto del lavoro nel contesto della globalizzazione e dell’esperienza europea. Quale è stato il Suo rapporto con lui e quanto è importante, ancora oggi, il suo insegnamento?

S. Sciarra Ci sono per ciascuno di noi persone care con cui si continua a dialogare anche dopo la loro scomparsa. Per me Bill è una di queste. Certe volte immagino quale potrebbe essere la sua reazione dopo un caso controverso della Corte di Giustizia – verso cui volgeva così spesso il suo pensiero critico – o verso una presa di posizione dei sindacati italiani, che seguiva da vicino e conosceva così bene, o ancora verso una nuova legge, di cui voleva conoscere i dettagli. Rivedo la sua mano che si riavvia il ciuffo di capelli lungo la fronte, in un gesto abituale per noi suoi ammiratori nei seminari di diritto del lavoro comparato a Pontignano negli anni Ottanta dello scorso secolo(!) e riappare la penna biro con tanti colori, utilizzata per segnare e sottolineare i suoi meticolosi appunti. Bill ha trasmesso a persone della mia generazione passione e senso critico, insieme all’ironia che, nelle menti curiose, si accompagna alla voglia di capire e di apprendere. Il suo metodo nella comparazione giuridica è stato rigoroso e analitico, proprio perché animato dall’intento di comprendere i movimenti sociali, spingendosi oltre il black letter law. La sua profonda conoscenza di altri sistemi ha, in alcuni passaggi, influenzato le scelte del legislatore e le strategie sindacali e ha poi lasciato in lui profonda amarezza per quella che avvertiva come una involuzione del diritto del lavoro inglese.

V.A. Poso Quale è stato il Suo rapporto con Giuseppe Pera, mio Maestro, un Maestro con tanti allievi, anche indiretti, ma senza una “scuola”?

S. Sciarra Quando Giugni mi ha presentata al Professor Pera per la prima volta mi sono sentita raggiunta da uno sguardo severo. Avevo già pubblicato i miei primi articoli, molto influenzati dalle ‘scoperte’ che avevo fatto partecipando con altri alla ricerca sulle ‘prassi aziendali’, diretta da Giugni nell’ambito del progetto CNR sulla formazione extra-legislativa del diritto del lavoro. Mi ha suggerito di darmi da fare e scrivere un saggio sulla prescrizione o su qualche altro tema molto tecnico. Un modo elegante per dire che non avevo imboccato la strada giusta. Dunque, lo evitavo nei convegni, intimorita; ma il suo sorriso prorompente e la sua voce inconfondibile, che sembrava sgorgasse dal suo papillon come un segnale combinato di suono e di immagine, hanno prevalso sullo sguardo severo. Ho compreso l’umanità e la simpatia, che trapelavano dai racconti di Alessandro Pizzorusso, suo compagno di passeggiate in montagna. E ora mi torna alla mente con grande emozione una visita a casa sua, programmata in modo un po’ formale per portargli qualche mio scritto, e trasformata in un trionfo di ospitalità sua e di sua moglie. Finalmente avevo conosciuto, nel magico luogo annotato nei suoi libri, San Lorenzo a Vaccoli, l’Autore delle ‘Noterelle’ e il Maestro della ‘scuola pisana’.

V.A. Poso Grazie per questo ricordo del mio Maestro; le Sue parole lo rappresentano per come era, anche nei rapporti con i suoi allievi. Tanto diversi nella formazione e nel carattere, Giugni e Pera sono stati grandi amici, sin da quando, nella primavera del 1953, insieme a Federico Mancini, si sono conosciuti nel convegno fiorentino sul progetto di legge Rubinacci promosso da Giuliano Mazzoni. Una amicizia fortificata dalle successive esperienze nelle quali Giugni ha sempre coinvolto Pera: la formazione politico-amministrativa presso un Centro di Via del Corso a Roma ( frequentato da illustri studiosi come Jemolo, Mortati, Giannini, Guarino, ma anche da giovani promettenti studiosi come Elia, Ungari, Napoleoni); l’inchiesta del 1955 sulla riforma agraria promossa dall’Unesco e commissionata a Manlio Rossi-Doria che porterà Pera e Giugni a Gravina di Puglia, per fare interviste sul campo; la frequentazione sin dal 1965, anno della sua costituzione, dell’Associazione Il Mulino di Bologna. Esperienze che denotano la grande versatilità di Giugni e la sua attenzione, non comune in quei tempi, per la sociologia, la politica e l’economia, che ci sono state sempre raccontate con affetto e riconoscenza (anche per i primi, piccoli, guadagni). << Gino Giugni è il più bravo di tutti noi >>;<< Una pagina incancellabile della mia vita >>, come ho potuto leggere nelle Carte Pera.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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