Nell’intervento al XXXVI Congresso Nazionale Forense, Torino 16 ottobre 2025, avevo iniziato il mio amichevole saluto istituzionale ricordando i Tre Moschettieri di Dumas e affermando che il salvacondotto rilasciato da Richelieu a Milady, “per ordine suo e per il bene dello Stato”, era un’esaltazione del potere assoluto.
Avevo aggiunto che la reazione a quel potere è la legge; avevo avvertito che la legge può diventare anche strumento della forza.
Avevo sostenuto che per reagire a questo rischio, il potere interpretativo del ceto dei giuristi, di cui voi siete esponenti, sostituisce alla legge il diritto, nutrito di principi generali, dettati costituzionali, fonti internazionali, codici, norme positive, clausole generali.
Al Congresso si parlava della legge, prendendo spunto da due temi di attualità: l’intelligenza artificiale e la consulenza tecnica.
Quest’oggi si celebra l’inizio dell’anno giudiziario, quindi un momento di rendiconti e di programmi: il riferimento non è tematico, non è alle norme, ma guarda alle persone, giacché sono esse che devono misurarsi rispetto all’attività svolta e a quella che le aspetta, come professionisti e come parte di una comunità nazionale ed europea.
Il lavoro di Dumas padre ci può giovare ancora: da qualche settimana è infatti in libreria per i tipi di E/O un romanzo di Adélaïde de Clermont-Tonnerre intitolato e tutto dedicato a Milady, la criminale della leggenda di Dumas, che diventa in queste pagine contemporanee una quasi eroina, la quale lotta per i suoi ideali, per la sua libertà, per l’emancipazione da un antico costume repressivo della donna.
Vedremo un D’Artagnan maturo, che si è posto in cerca del mistero della vittima di quella notte di terrore in cui alcuni uomini, ergendosi a giudici e carnefici, mediante l’opera del boia di Bethune avevano tolto la vita a quella signora, che ritenevano imperdonabile autrice di intrighi e delitti.
Una frase lo tormenterà: «Sta a voi decidere se state cercando di conoscere la verità o di confermare le vostre idee».
Potrei concludere qui il mio intervento: questa frase continuerebbe a lacerare la giornata come secco ammonimento inferto alla platea dei convenuti avvocati.
Oppure potrebbe essere intesa quale lampada che precede nel buio del cammino, al fine di scansare i pericoli e non smarrire la strada.
Quale è infatti il tema che sempre dovrebbe occupare e pervàdere ogni professione forense e il suo pensarsi?
Il dubbio, come non a caso è denominata la testata giornalistica dell’avvocatura italiana.
Il dubbio radicale, quello correttamente impostato, vuole che sia ripudiata ogni tesi preconcetta, che ci si rifiuti di cercare solo conferme delle idee iniziali, tanto più se flaubertianamente trattasi di meri luoghi comuni, idee ricevute e non frutto di originale cogitazione.
Esige tuttavia qualcosa di più della mera curiosità di conoscere una delle plausibili verità che segnano ogni vicenda umana controversa:
- che sia coltivato il rispetto verso il rappresentante della tesi opposta;
- che sia accettata la relatività della decisione inizialmente conseguita;
- che sia riconosciuta l’autorevolezza della funzione giurisdizionale nell’insieme dei gradi di giudizio e nelle articolazioni professionali, requirente e giudicante, in cui si svolge.
Il dubbio, che non è da confondere con l’oscillazione, il tentennamento, il procedere ondivago ed esitante, è un metodo di condotta, è un atteggiamento conoscitivo, è insieme una tecnica e un moto del cuore.
Rispetto a questo metro si dovrebbe valutare il percorso compiuto e quello da intraprendere: ci si dovrebbe chiedere se siano stati prudenti ed equanimi i giustizieri di Milady e se siano probi e onesti cercatori del vero coloro che ne stanno ricostruendo la storia.
È con questo spirito, io credo, che, come si fa all’inaugurazione dell’anno presso le sedi giudiziarie, ci si possa proporre, ciascuno dal proprio punto di vista, una sorta di promemoria di alcune questioni principali.
In questo spirito propositivo mi viene da pensare che l’anno giudiziario potrebbe vedere l’avvocatura protesa a valutare con un ampio dibattito di base se la sua prospettata legge professionale risponda pienamente a una visione culturale moderna e orientata alla coesione sociale e al rispetto tra le professioni forensi e la cittadinanza. In proposito potrebbe rimeditare, per esempio, il progetto di riformare l’accesso alla professione attraverso il ripudio del valore dei tirocini presso gli uffici giudiziari.
L’anno giudiziario potrebbe vedere l’avvocatura intenta a chiedersi se le più profonde ragioni d’essere dell’avvocato, la sua funzione di difensore dei deboli, imputati o contraenti che siano, risultino soddisfatte quando tante, troppe volte ci si inclina a difendersi non nel processo studiando, scrivendo, impugnando per far prevalere la propria tesi, ma cercando di impedire il processo, attaccando la figura del giudice, come, per fortuna sempre meno, tuttora accade.
L’anno giudiziario potrebbe vedere l’avvocatura intenta a chiedersi, inoltre, se veramente sia per essa e soprattutto per la collettività nazionale una buona scelta rinunciare a un Consiglio superiore della magistratura ispirato da valori ideali dichiarati e come tali trasparenti, per preferire un insieme informe e casuale.
Potrebbe vedere l’avvocatura curiosa di interrogarsi se sia miglior partito un organo di governo della magistratura depauperato di competenze, oppure un organo forte al punto da aver preservato con successo per decenni la quasi totalità dei magistrati dalla tentazione di intrattenere relazioni con entità e persone esterne all’ordine giudiziario, relazioni pericolose per il bene principale della imparzialità nei giudizi.
L’anno giudiziario potrebbe vedere l’avvocatura proclive a interrogarsi circa la necessità di incrementare continuamente le figure di reato, circa la opportunità di ridiscutere quanto liberali siano taluni meccanismi esecutivi delle sanzioni amministrative e fiscali, quanto compatibili siano con il nostro grado di civiltà la condizione carceraria e quella dei liberi sospesi, ben centomila alla fine del 2025.
Sono temi, gli uni e gli altri, che non possono certo impaurire o sgomentare la nobile tradizione dell’avvocatura italiana e che possono contribuire a dare pregnanza a un’agenda di lavoro che nell’anno sarà comunque densa di sforzi e di riflessioni di largo respiro, come è avvenuto in precedenza.
L’importante è che non si cada, attanagliati dall’imminenza di una scelta referendaria, in una dimensione di prospettiva ridotta, che sia cioè limitata a concepire quella vicenda, purtroppo non consona allo spirito costituente, che è sintesi in vista di valori condivisi, come una partita con vincitori e vinti.
Una condizione che il cantautore Guccini con le parole di una sua canzone definirebbe «l’ ansia volgare del giorno dopo».
