Una sentenza vergognosa, scritta da giudici stupidi e folli, al servizio di interessi stranieri. Questo è, in sostanza, il commento di Donald Trump alla sentenza della SCOTUS sui “suoi dazi”, condito dalla promessa/minaccia di metterne comunque di nuovi, come peraltro ha già iniziato a fare con altri, ormai famigerati, ordini esecutivi.
Ma qual è, in estrema sintesi, il contenuto giuridico-costituzionale della pronuncia che così tanto ha suscitato le ire presidenziali? È molto semplice enunciarlo: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha detto che i “dazi-clava” di Trump non hanno una base legale adeguata, negando che tale possa considerarsi (come invece hanno pensato gli apprendisti stregoni della Casa Bianca) un atto normativo emesso negli anni ’70 (International Emergency Economic Powers Act, IEEPA), il quale, paradossalmente, è stato emanato dal Parlamento statunitense per limitare i poteri emergenziali presidenziali, anche daziari; che quindi il Presidente ha usurpato un potere che spetta soltanto al Congresso (no taxation without representation: do you remember?). In una sola espressione: la Corte ha riaffermato il principio di legalità (rule of law), quale essenza e cardine dello Stato di diritto. Insomma, ha detto – claris verbis – no, mr. President, il limite dei tuoi poteri non è, solo, la tua moralità, bensì, come per tutti, è la legge.
Così facendo, non ha fatto niente di più, niente di meno, di quello che è la sua mission scritta a caratteri cubitali sulla facciata dell’edificio che la ospita: EQUAL JUSTICE UNDER LAW.
Come The Donald ci ha abituato, c’è poi sempre il tragicomico nelle sue esternazioni “istituzionali” (o più spesso social). In questo caso, ma è una sua sgradevole consuetudine, la contumelia nei confronti dei due giudici-traditori, quelli nominati da lui, Amy Coney Barret e Neil Gorsuch. Il comico è autoevidente. Il tragico è che il Capo di Stato della più grande ed ancora influente democrazia del mondo possa solo pensare che ci siano “giudici suoi” nella più alta istanza giudiziaria del Paese (o anche in qualunque altra); quella che dal 1789 ha il compito di presidiare i diritti dei cittadini americani e di fissare i limiti dei poteri dello Stato federale e degli Stati federati, a partire dal e fino al potere di dichiarare che «una legge contraria alla Costituzione è nulla» (Marbury vs. Madison, 1803).
Ma qual è la differenza tra le dichiarazioni di Trump e i commenti della attuale Capo del governo italiano sulle sentenze di due tribunali della Repubblica che hanno condannato la PA per fatti in qualche modo attinenti alle questioni migratorie?
Sul piano formale ci sono diverse “intensità” del linguaggio deprecativo (Trump non deve fare i conti con un Capo di Stato, lo è lui); la sostanza profonda, vera, del messaggio è -assolutamente- identica. E’ la stessa, unica, melassa ideologica che afferma il principio che il potere politico “unto dal voto” non ha, non deve avere, limiti da parte degli altri poteri, in primis, da quello giudiziario, di qualsivoglia ordine e grado. Esattamente quello che l’istrione americano ha detto e che i suoi adepti italiani pensano e, magari un po’ più.. sottovoce, dicono. Soprattutto vogliono.
Tuttavia Trump, nella sua naïveté, ha forse una attenuante: non è dato rimedio giudiziario alle decisioni della SCOTUS. A quelle dei tribunali italiani, invece, sì: c’è l’ordinario sistema delle impugnazioni. Ma il sistema dei controlli di legalità non interessa ai fautori delle “democrazie (?) forti”. Per questo piuttosto amano e cercano costantemente la scorciatoia della limitazione/del controllo dei/sui “poteri bilancianti”, a partire da quello giudiziario. Fenomeni già visti nell’est dell’Europa e ben “conosciuti” al livello eurounitario nonché convenzionale. In Italia, nell’attualità, auspicabilmente non in prospettiva, queste scorciatoie si chiamano separazioni, sorteggi, Alte Corti.
La vicenda dazi/Trump/Corte Suprema degli Stati Uniti è dunque il “particolare” di un quadro chiaro, ricomposto. Ed è – qui ed ora – perciò altrettanto chiaro il che fare dei democratici italiani: esercitare il proprio diritto di opporsi, in tutti i modi che la legge offre; difendere – sempre, comunque – la Costituzione del ‘48 ed i suoi principi fondamentali, a partire dallo Stato di diritto, lo spartiacque tra i sistemi politici, il “misuratore” del loro tasso di democraticità.
Nell’Italia dell’oggi, la posta in gioco (ma questo non è un gioco) è molto alta: UNA GIUSTIZIA EGUALE (SOLO) SOTTO LA LEGGE.
