ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Le scelte giuste intervista di Morena Plazzi a Raffaele Cantone

 Le scelte giuste 

intervista di Morena Plazzi a Raffaele Cantone

Sommario:  1. Premessa.- 2. Domande e risposte. - 3. Conclusioni

1. Premessa

Raffaele Cantone, già P.M. della DDA di Napoli e poi Giudice del Massimario della Cassazione, dopo cinque anni di direzione dell’ANAC rientra dall’incarico fuori ruolo e riprende servizio nella sede di provenienza. In effetti, visti da lontano, dalla prospettiva di una carriera in magistratura quasi trentennale, cinque anni possono risultare un periodo breve. Ma non possiamo ignorare il peso specifico di questi anni, la visibilità giocoforza associata ad un ruolo sensibilmente esposto a domande, critiche, giudizi, tanto quasi da far sembrare questi cinque anni particolarmente “pesanti”.

E allora, si può fare una sintesi, un bilancio di questa esperienza? E come la si collega alle motivazioni del mestiere di magistrato?

Alcune domande al diretto interessato e, al termine, il commento.

 2. Domande e risposte

Morena Plazzi: Cominciamo dall’inizio: ricordi il primo momento, o il momento esatto in cui hai desiderato, voluto, progettato di diventare un magistrato? Quello che è venuto dopo rispondeva alle ragioni di quella scelta? E, se c’è stato, puoi raccontarci il momento in cui ne hai dubitato? 

 Raffaele Cantone:  Io non appartengo a quella categoria di studenti di giurisprudenza che già fin dall’università sono convinti di voler diventare magistrato; al contrario io avevo il desiderio di fare l’avvocato penalista; durante il percorso universitario mi ero molto appassionato all’idea e mi ero fatto anche regalare le arringhe di un famoso avvocato napoletano (Alfredo De Marsico), la cui lettura aveva accresciuto la mia passione. Mi ero laureato con una tesi in diritto penale ed avevo cominciato subito il praticantato presso lo studio di un giovane penalista, amico di famiglia. Con il tempo, però, l’idea forse troppo romantica della professione di avvocato aveva cominciato a fare i conti con la realtà, finchè all’esito di un processo di omicidio con rapina ruppi gli indugi; senza mai lasciare del tutto la pratica, mi misi a studiare per il concorso che ebbi la fortuna di vincere al primo colpo. Pensai da subito che avrei voluto continuare a fare “la parte” nel processo penale e quindi il p.m. Poi durante l’uditorato avvennero le stragi di Capaci e via D’Amelio e quella convinzione si fortificò; volevo fare il p.m. antimafia. Come prima nomina sono stato p.m. alla Procura circondariale (la cd procurina) di Napoli e poi sono passato alla Procura presso il tribunale e dopo un po' alla DDA. Posso dire con tranquillità che il lavoro che facevo soddisfaceva le mie aspettative del tutto. Certo ci sono stati momenti anche molto difficili durante soprattutto il periodo in cui mi sono occupato di camorra, ma non ho mai dubitato di aver fatto la scelta giusta; anzi tante volte mi sono considerato fortunato di essere riuscito, a differenza di tanti amici, a trovare la strada fatta per me.

 Morena Plazzi: Hai svolto per molti anni funzioni di pubblico ministero, ordinario e in DDA: poi sei arrivato al Massimario della Cassazione, quindi funzioni giudicanti. In base alla tua esperienza come valuti le ricorrenti proposte di separazione delle carriere giudicanti e requirenti? Si può dire qualcosa di nuovo su questo argomento?

 Raffaele Cantone:  Premetto che sono contrario alla separazione delle carriere ma sarebbe opportuno trattare dell’argomento senza furori ideologici, da una parte e dall’altra. Credo che l’appartenenza ad una stessa carriera sia (e debba essere) soprattutto uno strumento di garanzia per il cittadino; un p.m. separato nella carriera e soprattutto con un CSM autonomo rischierebbe di allontanarsi dalla cultura della giurisdizione e diventare molto più autoreferenziale, trasformandosi in un avvocato dell’accusa, piuttosto che essere un organo che, nella fase delle indagini in particolare, deve cercare la verità anche a favore dell’indagato. Credo che questo sia l’argomento principe per difendere l’unicità della carriera che ha consentito al nostro Paese di avere davvero una magistratura indipendente; un giudice del resto può essere davvero indipendente se anche il p.m. lo è realmente, se nella scelta delle attività investigative da portare avanti non deve davvero rispondere a soggetti o a impulsi esterni condizionanti. Ciò detto, però, credo che la distinzione delle funzioni, che è ormai un dato acquisito nella nostra carriera, sia del tutto opportuna; rischiava di minare l’immagine di imparzialità, ad esempio, il passaggio da funzioni inquirenti a giudicanti nello stesso contesto territoriale, cosa che era normale prima della riforma Castelli/Mastella e che opportunamente è stato impedito.

 Morena Plazzi: Hai lavorato per molti anni in uffici giudiziari in prima linea nel contrasto alla criminalità: c’è una specificità nell’essere magistrato svolgendo determinate funzioni in sedi più esposte, e se così è, come parleresti ad un magistrato di prima nomina che sta decidendo una sede di lavoro?

 Raffaele Cantone:  C’è sicuramente una differenza e pure significativa; utilizzando una metafora sportiva nelle sedi in prima linea ti abituano a lavorare di spada e non certo ad utilizzare il fioretto. Credo, però, che quelle siano esperienze eccezionalmente formative per un giovane magistrato ma lo caricano da subito di grandi responsabilità. A chi si avvicina entusiasta a questo lavoro, da giudice o da p.m., consiglierei certamente un’esperienza di questo tipo, anche se aggiungerei all’incitamento un consiglio ulteriore, di muoversi con cautela ed attenzione, affidandosi ai colleghi più esperti e facendosi aiutare da loro; nelle sedi più esposte si cresce molto velocemente e questo può creare rischi sul piano professionale e personale.

 Morena Plazzi: 28 anni in magistratura e di questi gli ultimi 5 anni fuori ruolo. In questi anni sei riuscito a valutare la magistratura italiana, pregi e difetti, con uno sguardo esterno? L’esperienza fuori ruolo avvicina o allontana il magistrato dalla realtà?

 Raffaele Cantone:  Prima di questa esperienza all’ANAC non avevo mai fatto un giorno fuori ruolo; mi era capitato di collaborare ad esempio con la Commissione antimafia, ma non avevo mai voluto accettare di farlo da fuori ruolo, anche per un pizzico di prevenzione rispetto a questa ipotesi. Oggi credo che quella prevenzione in sé fosse sbagliata, anche se continuo a pensare che il fuori ruolo sia una scelta corretta solo se non mina l’imparzialità, reale o percepita del magistrato. Da fuori ruolo, ovviamente, ho avuto la possibilità di guardare con maggiore distanza la magistratura, con la quale, soprattutto con i p.m., ho mantenuto tantissimi contatti istituzionali e personali. Al netto di qualche per fortuna sporadica cattiveria e di qualche comportamento forse dovuto, come mi è stato detto da amici, ad invidia, l’immagine che ne ho ricevuto resta sostanzialmente molto positiva; un corpo sano, professionalmente valido, forse in qualche caso un po' autoreferenziale. In questo senso l’esperienza fuori ruolo per me è stata eccezionale; mi ha consentito, ad esempio, di conoscere meglio l’amministrazione pubblica e di comprenderne dall’interno molte dinamiche che, nella logica di chi investiga o giudica, sfuggono quasi completamente. Questi anni molto intensi all’ANAC mi hanno, in conclusione, arricchito significativamente nel bagaglio professionale e nelle conoscenze dell’amministrazione, delle imprese e del sistema degli appalti pubblici e spero di poter mettere a frutto quelle conoscenze nell’attività prossima di magistrato.

 Morena Plazzi: Sei diventato con l’ANAC il simbolo dell’anticorruzione. L’ANAC può realmente fare qualcosa contro la corruzione in Italia? Ci sono rimedi alla corruzione? Se si quali sono?               

 Raffaele Cantone:  L’ANAC è uno strumento utilissimo, oserei dire indispensabile nella strategia di contrasto della corruzione. L’affermazione, però, deve tener conto di quali sono i compiti dell’Autorità. Spesso sento ripetere, anche da persone di valore e competenti, che l’ANAC non ha gli strumenti per scoprire la corruzione e quindi è poco utile. E’ una considerazione però non corretta dal punto di vista metodologico; è vero che l’ANAC non è in grado di scoprire fatti di corruzione ma seppure potesse non dovrebbe comunque farlo, perché non è questo il suo compito. Scoprire la corruzione è una funzione esclusiva della magistratura; l’ANAC deve fare altro e cioè preoccuparsi di far rispettare le norme che hanno introdotto nuovi strumenti che servono a prevenire la corruzione e cioè ad evitare che si verifichi o a rendere più difficile la sua commissione. Questi strumenti, fra l’altro, non sono un’invenzione italiana ma sono raccomandati da una Convenzione ONU che in questo senso ha codificato le best practice in materia. E questi strumenti si muovono su più piani che riguardano l’agire dell’amministrazione pubblica. Percorrere questa strada è indispensabile se vogliamo ridimensionare il problema corruzione che è molto rilevante nel nostro Paese. Ed in questo senso alcuni risultati sono stati raggiunti; il livello di trasparenza dell’azione amministrativa è molto cresciuto in questi anni e ne ha significativamente beneficiato il Paese che è molto migliorato nelle classifiche internazionali, quali ad esempio quella di Transparency.      Ovviamente la prevenzione deve accompagnarsi ad una repressione efficiente e sono perciò certamente utili quelle norme, anche recenti, che tendono ad intervenire su questo fronte. Ed infine, è comunque indispensabile anche un approccio educativo; la corruzione è il frutto di una cultura non corretta dell’uso dei beni pubblici e lo dimostra la circostanza che essa è molto meno pervasiva dove si ha una maggiore attenzione della res pubblica.    

 Morena Plazzi: Come hai vissuto le vicende che hanno condotto alle dimissioni di alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura? Alcuni anni fa in una occasione pubblica hai definito in termini estremamente negativi le correnti della magistratura: pensi che quanto accaduto sia la conferma di quei giudizi o è possibile fare qualche distinzione per evitare il rischio di strumentalizzazione di queste vicende?

 Raffaele Cantone:  Sarebbe comodo adesso rivendicare la correttezza delle affermazioni fatte e ricordare come all’epoca, con la solita logica di guardare al dito piuttosto che alla luna, venni accusato di essere poco più di un traditore al servizio della politica. Il ragionamento fatto all’epoca, da cui i giornali strumentalmente estrapolarono alcuni passaggi fuori contesto, non voleva affatto demonizzare le correnti ma evidenziare un dato che avevo tante volte verificato personalmente, che esse si erano trasformate da strumento di indispensabile elaborazione di posizioni culturali, in un volano per la carriera in magistratura e per l’accesso al Consiglio. Quella critica purtroppo è stata persino poi riscontrata in peggio dalle vicende emerse che hanno dimostrato come, in alcune degenerazioni, si è persino superata la logica dell’appartenenza correntizia, provando a piegare le decisioni consiliari a logiche di gruppi trasversali, legati ad ambienti politici. E’ una vicenda quella del CSM che mi ha recato grande dispiacere e che dall’esterno ho vissuto ancora peggio, perché ho avuto l’impressione che sia stato soprattutto il Presidente della Repubblica, con la sua determinazione, ad essere riuscito a tutelare l’indipendenza e l’autonomia del Consiglio Superiore, piuttosto che la stessa magistratura associata. Non voglio nemmeno immaginare cosa sarebbe accaduto e quali sarebbero state le conseguenze di uno scioglimento del Consiglio, un marchio infamante da cui sarebbe stato forse impossibile riprendersi. E’ stata quella vicenda una delle ragioni che mi ha spinto ad anticipare il rientro in magistratura; voglio capire bene cosa è accaduto e vivere non da spettatore questa fase che spero essere di ricostruzione di un tessuto lacerato. Sono convinto che nelle correnti ci siano gli anticorpi e che si possa combattere la battaglia dell’indipendenza con argomenti che dimostrano che da quella sbandata ci siamo ripresi e che le medicine che vorrebbero propinarci (il sorteggio dei membri del CSM?) sono persino peggiori del male.                   

  3. Conclusioni

Una delle parole che ricorrono più di frequente in questa intervista è SCELTA. Per questo ho pensato di inserirla nel titolo insieme all’aggettivo che meglio la connota nel racconto di Raffaele Cantone che, attraversata l’esperienza di un incarico sicuramente molto impegnativo, ha richiesto il rientro in ruolo anticipando di qualche mese la scadenza naturale del suo incarico.

Non ci sono retroscena speciali da scoprire in questo rientro, ma forse, indirettamente possiamo ragionare di una scelta di coerenza con funzioni fuori ruolo mantenute in condizioni di imparzialità, reale o percepita del magistrato, condizioni che consentono di qualificare positivamente un’esperienza di questo tipo traducendola anche in occasione di arricchimento del bagaglio professionale del magistrato, il lavoro che fu la scelta GIUSTA fatta tanti anni fa.

Non c’è dubbio che in questo arricchimento ci sia anche una attenta ponderazione delle parole con cui si affrontano temi spinosi come quelli sui quali ho sollecitato le risposte di Raffaele Cantone, come l’autoreferenzalità della magistratura, i disegni di legge per la separazione delle carriere, la degenerazione del sistema di promozione delle carriere nell’interpretazione del duo Palamara/Ferri.

Una misura che si allenta, infine, nel richiamo e nella voglia di impegnarsi per la ricostruzione di un tessuto lacerato, per combattere la battaglia dell’indipendenza.

Bentornato, Raffaele.

 

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