ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Tre note di oboe nella notte

Ricordando Elvio Fassone
23 giugno 2026
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ABSTRACT

«C’è una poesia dei semplici, che è come il suono di tre note di oboe nella notte. Tre note soltanto: quel che manca alla perfezione lo mettiamo noi, col nostro struggimento»

(E. Fassone, Fine pena: ora, Palermo, Sellerio, 2015)

Quando nella serata di ieri si è diffusa la notizia della scomparsa di Elvio Fassone, è subito iniziato, tra chi lo ha incontrato sulla propria strada, o più semplicemente ne ha letto qualche testo, un emozionato scambio di pensieri e di ricordi. E il cordoglio sincero che ne emergeva mi è sembrato temperato da un senso di gratitudine diffuso, come se parlando di Fassone si fosse consapevoli che non bastava dire della sua grandezza di giurista, del suo rigore di magistrato e del suo impegno di uomo, ma occorresse necessariamente attingere alla propria capacità di restituire almeno un frammento di quella umanità profonda di cui soltanto lui era capace di riempire ogni pensiero.

«Noi siamo il combustibile della storia. Viviamo e ci consumiamo, e con il nostro degradarci facciamo girare la ruota del tempo, che fa sorgere alter esistenze. Cresciamo, ci agitiamo in molti modi, ci riproduciamo e ci sgretoliamo, ma lo scialo dei nostri pochi giorni contribuisce al flusso della vita, sia pure in modo infinitesimo».

(E. Fassone, Fine pena: ora, Palermo, Sellerio, 2015)

Fassone ha scritto Fine pena: ora raccontando un dialogo lungo molti anni tra lui e un condannato alla pena dell’ergastolo. L’autore non ne è stato il magistrato di sorveglianza, ma il giudice che a quell’ergastolo lo ha condannato. Per nessuno dei due, però, la definitività del titolo ha chiuso la partita. E il dialogo a distanza, eccezionale per alcuni versi, è diventato un esercizio di preziosa empatia, in cui i tempi lunghi delle lettere scambiate hanno accompagnato i protagonisti nei cambiamenti delle proprie vite, mai romanzescamente lineari, ma fatte anche di arabeschi e involuzioni.

Per chi fa il magistrato di sorveglianza si tratta di una lettura imprescindibile, che tocca senza infingimenti temi essenziali del lavoro che si deve svolgere con il mondo del carcere, da declinarsi in un dovere di vigilanza sui luoghi e di conoscenza, di prossimità, con le persone detenute e con chi dell’opera rieducativa delle stesse si occupa.

Il libro di Fassone diviene in questo senso un appello ancora oggi urgente a non perdere tempo, perché occorre individuare il momento preciso in cui la persona detenuta ha maturato una riflessione critica basata su un discernimento retto (che richiede il lavoro degli operatori) e sapergli, a quel punto, concedere la fiducia necessaria, per non spegnere un anelito di cambiamento, che richiede sforzo e domanda di essere intercettato.

In una lettera del 1989, molto amata da Gozzini (Mario Gozzini, La giustizia in galera?, Roma, Editori Riuniti, 1997, p. 41), Fassone già ne parlava proponendo con parole di speciale intensità ad un detenuto di impegnarsi nel cambiamento personale e nel miglioramento di sé a prescindere da tutto e da ogni possibilità di uscita dal carcere e chiedeva alla collettività di dare fiducia con lo stesso slancio:

«L’uno e l’altra, insomma, devono agire a rischio, a fondo perduto, mettendo in conto di non ottenere quello che cercano: e l’agire a rischio è l’esatto contrario dell’agire per calcolo, quello che ha ispirato ieri il delitto, oggi la volontà di retribuire con intenti punitive».

Dunque sempre apertura alla Speranza. Di qui nasce la severa critica alle preclusioni normative assolute che impediscono una valutazione caso per caso da parte della magistratura di sorveglianza. Molto cammino è stato fatto e Fassone ha potuto seguirlo attraverso il percorso che, dopo le sentenze CEDU Viola c. Italia e Corte Cost. 253/2019, hanno poi condotto verso la riforma dell’art. 4‑bis ord. penit., per come oggi leggibile all’esito del d.l. 162/2022 (conv. in L. 199/2022). Fine pena: ora ha accompagnato questo percorso con un contributo di conoscenza essenziale per tutte e per tutti.

Dal libro emerge poi una idea dell’esecuzione penale e del carcere di certo ben lontana dalla desertificazione affettiva cui il sovraffollamento e la carenza di risorse troppo spesso costringono i detenuti nei nostri istituti penitenziari.

A cambiare le persone, per Fassone, non è una carcerazione fine a se stessa, ma un percorso, che passa, al di là dei mesi, degli anni della condanna, per gli incontri: quelli con gli operatori, con i compagni di detenzione, con il mondo esterno, e in particolare con le famiglie, e naturalmente in qualche caso anche con il magistrato di sorveglianza.

È un carcere in cui trovano riconoscimento i diritti e la dignità, precondizioni necessarie per favorire la risocializzazione, altrimenti impossibile. «Non perda la sua dignità», scrive Fassone a Salvatore. Anche il condannato per il reato più grave la conserva.

E non perdere la dignità significa rifiuto dell’infantilizzazione, della negazione dell’affettività, del tempo trascorso inutilmente.

«Tutto quello che ci accade è la nostra vita». Si tratta di una presa di coscienza drammatica, che interpella ciascuno di noi nel profondo. La testimonianza di Fassone, nata per un rapporto così profondamente umano e così scevro da utilità concrete (invece inevitabilmente presenti nel rapporto tra il detenuto e il suo magistrato di sorveglianza) si rivela insieme raro e prezioso. Racconta di un modo di fare il giudice che sa andare oltre il fascicolo, senza perdere nulla della sua terzietà, alzando gli occhi verso l’uomo o la donna che gli sono dinanzi, riconoscendoli e dunque riconoscendosi.

«L’esperienza del reo non sta racchiusa nel delitto, ma si articola in un prima e in un dopo, entrambi eloquenti. Il prima è rappresentato dalla sua storia e dal suo intorno: è quella serie di snodi che progressivamente conducono al delitto, quelli che talora abbiamo sfiorato anche noi uscendone indenni, ma forse non solo per merito nostro. Questo prima vischioso e opaco ricorda la lotteria della vita.

(...) il dopo è la quota di vita amputata dal bisturi della pena detentiva e della legge, che pretende questa forma di riparazione aperta a sbocchi diversi: perché dalla segregazione può bensì scaturire il disfacimento dell’anima o la sua involuzione verso abissi peggiori; ma può nascere una coscienza più consapevole [...]. Nessuno di noi è uguale a quello che era venti anni addietro, o forse anche solo dieci o cinque anni fa [...] tanto più questo avviene durante il tempo immobile del carcere, nell’attraversamento delle lunghe notti popolate di struggimento e di rimpianti, nella distesa dei giorni che vengono sfilati con pazienza dal futuro e depositati nel bidone del passato senza transitare per il presente.

(...) Dunque bisogna mettere a frutto questa possibile fecondità del tempo inerte e combinare la necessità di una risposta anche severa, se occorre, con la flessibilità di una espiazione attenta, sostituendo la collera distruttiva del “gettare via la chiave” con la consapevolezza che ogni pena detentiva di lunga durata ha cento diversi individui che la attraversano, ed è compito nostro riconoscere il momento in cui la pena ha fatto nascere quello giusto».

(E. Fassone, in P. Gonnella e M. Ruotolo,
Giustizia e carceri secondo papa Francesco, Milano, Jaca book, 2016)

Elvio Fassone non avrebbe amato celebrazioni, ma credo che non si sarebbe sottratto al ringraziamento che tante e tanti di noi gli debbono, per i suoi insegnamenti preziosi. E ben più di tre note di oboe, come una carezza, inadeguata, restituita.

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