ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Un breve ricordo di Elvio Fassone

23 giugno 2026
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ABSTRACT

Elvio Fassone ci ha lasciati. Negli ultimi tempi diceva di sé che era tenuto insieme con l’adesivo. E sempre negli ultimi tempi ha usato tutta la sua proverbiale mitezza, sentiva che per lui era necessario un certo distacco dalle faccende sulle quali quotidianamente noi giuristi ci arrovelliamo: l’ultimo disegno di legge presentato in Parlamento, la situazione della giurisprudenza e i suoi più recenti sviluppi, il destino dei più abbandonati. Per chi ha avuto la fortuna di potergli stare comunque vicino, anche questi ultimi momenti sono stati fonte di inesauribile insegnamento.

Elvio ha vissuto quasi un secolo, attraversandolo così come ogni giurista dovrebbe essere chiamato a fare: rendersi disponibile ad utilizzare il proprio sapere e la propria esperienza affinché si possa costruire un mondo migliore. Non credo sia opportuno tagliare con un’accetta tutte le sue esperienze, da quella di magistrato (anzi, di giudice) a quella di politico, da quella di finissimo commentatore di questioni giuridiche a quella di eccelso divulgatore e saggista. Sicuramente, ed è come se fosse Elvio a scriverlo, la pubblicazione nel 2015 di Fine pena: ora ha rappresentato una sorta di spartiacque, travolto come è stato da una inaspettata popolarità. Non di meno, prendendo a prestito le parole che Sandro Pertini usò per commemorare Umberto Terracini, se dovessimo graficamente descrivere la vita di Elvio Fassone dovremmo prendere una penna e tracciare una linea retta.

Non è questa la sede per tracciarne un profilo biografico, né tanto meno per esporne la biografia scientifica. Sarebbe sicuramente fondamentale intraprendere la raccolta di tutti i suoi scritti, dai libri che hanno lasciato il segno (La pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria del 1980 è un capolavoro, Una Costituzione amica del 2012 è un completo testo di educazione civica) agli articoli che, accolti nelle più prestigiose riviste scientifiche, hanno saputo influire in modo profondo sulla cultura della magistratura e, di conseguenza, sulla giurisprudenza. Di certo aveva nel cassetto moltissime cose, un romanzo (anzi, un racconto lungo), così come una meditazione su Primo Levi e il perdono, e chi non avrebbe voglia di leggerli immediatamente!

Quello che in questo momento si può fare è solo provare a dire il perché Elvio Fassone è stato un gigante della cultura giuridica italiana.

Che fosse in un’aula di giustizia, in un’aula parlamentare, al Csm, in una sede convegnistica, a teatro, nella sua amatissima Pinerolo (dove viveva) o nella sua non meno amata Pragelato (dove trascorreva i periodi festivi), Elvio ragionava e quindi parlava in modo dritto, diretto, chiaro, semplice, consequenziale. Non apriva mai parentesi, andava preciso al punto. Come tutti i grandi giuristi, un suo intervento, se trascritto all’istante, poteva tranquillamente essere subito pubblicato, salvo le sue immancabili correzioni per migliorarne stile ed efficacia. Molto probabile che questo suo modo di interloquire e di comunicare sia dipeso dal suo essere profondamente piemontese, attento a mettere tutto al proprio posto. Vengono alla mente i grandi scrittori di quelle terre, con i quali condivideva l’asciuttezza del linguaggio, ingrediente indispensabile per farlo diventare un vero e proprio servizio pubblico.

Se fosse possibile sintetizzare il come Elvio svolgeva quello che riteneva essere un mestiere, vale a dire il mestiere di giurista, si potrebbe dire che era portato a “farlo bene”. Ogni cosa che faceva voleva “farla bene”, dedicarci il giusto tempo, sagomarla, non licenziarla se non quando era tutto a posto, in ordine. Le sue cose – le sue sentenze, i suoi progetti di legge, i suoi interventi in Senato, al Csm, in carcere, a teatro, in ogni sede convegnistica – erano metodologicamente perfette. Non correva mai, ed è proprio per questo che suonavano benissimo.

E che esista una stretta correlazione tra metodo e merito è semplice da dimostrare. In effetti, uno dei temi ai quali ha dedicato molta attenzione è quello della prova legale, contro la quale si scagliava perché impediva al giurista di fare il suo mestiere, ostacolava le possibilità del giudice di “dare conto”, usando la sua arma più importante, la motivazione. Quando il legislatore (ma anche la stessa giurisprudenza) restringono eccessivamente lo spazio motivazionale impediscono al giudice di travasare nella motivazione la sua interpretazione, il suo dare conto, che nel suo caso rispecchiava il suo modo di essere: non solo andando dritto al punto, ma anche calandosi nella concreta realtà di esperienze dalle quali traeva il veicolo per meglio interpretare le disposizioni. In questo stava l’intelligenza di Elvio, nell’usare ciò che l’ordinamento metteva a sua disposizione, intavolando argomenti logici, razionali ma anche figli del suo porsi ad altezza d’uomo.

Una volta scrisse che il diritto penale, il campo nel quale ha maggiormente esercitato il suo mestiere di giurista, altro non è che “la conseguenza dell’impossibile innocenza dell’esistere”. Da qui il suo ragionare sul mestiere di giudice al pari di un depotenziatore di conflitti, capace di comprendere e di dare conto della poliedricità dell’esperienza umana. Il giudice deve essere esperto di norme ma anche di persone, amava ripetere. Appena entrato in magistratura si sentiva dire in continuazione che il giudice doveva giudicare un fatto, non una persona, alla quale se del caso ci avrebbe pensato un confessore. Ecco, quando pensiamo alla influenza di Elvio Fassone sulla cultura giuridica italiana dobbiamo inquadrarlo in una fortissima rivalutazione dell’elemento personalistico, che poi è anche intendere il mestiere di giurista in un’ottica costituzionalmente orientata.

Come dicevo, queste vogliono essere solo delle brevi parole spese in un momento di forte tristezza, ci dovranno essere momenti per tornare sul contributo di Elvio alla nostra cultura giuridica. Momenti nei quali si scoprirà (ne sono certo) quanti e di quale portata sono stati tutti i suoi contributi, in svariati ambiti dell’esperienza giuridica.

Chiudo ricordando una delle ultime sue cose. Ha contribuito in modo decisivo alla realizzazione di un centro polifunzionale per i giovani di Pinerolo. Usando un terreno e un immobile già esistenti, ne ha voluto ricavare diversi campi sportivi (calcetto, basket, pallavolo), con bagni, docce, spogliatoi e quello che definiva un “pensatoio”, attrezzato per conferenze, proiezioni, mostre, musica, dibattiti “e quel che sarà”.

Dicevi sempre che i tuoi erano “spunti da un uomo della strada, anzi dei campi”, che indirizzavi ad un amico. Ti abbiamo voluto bene in tantissimi, grazie caro Elvio, molti tra coloro che oggi in Italia svolgono il mestiere di giurista ti devono tantissimo.