di Area Democratica per la Giustizia
C’è un momento, nelle vicende collettive, in cui le parole abituali non bastano più.
Accade quando una comunità avverte che qualcosa si è incrinato non soltanto all’esterno, nel modo in cui viene percepita, ma anche nel rapporto con la propria identità più profonda.
Crediamo che la magistratura stia vivendo uno di questi momenti.
L’esito della consultazione referendaria ha certamente confermato che l’indipendenza della magistratura continua a rappresentare un presidio democratico riconosciuto e sentito nel Paese.
Ma sarebbe un errore grave leggere quel risultato come una semplice conferma dell’esistente o, peggio, come un’assoluzione collettiva.
La verità è che negli ultimi anni si è prodotta una distanza crescente tra il modello costituzionale della magistratura e alcune dinamiche concrete del sistema di autogoverno.
Una distanza che ha alimentato sfiducia, insofferenza e talvolta disillusione, non soltanto nella società, ma anche dentro la magistratura.
Sarebbe ipocrita non riconoscerlo.
E sarebbe altrettanto sbagliato pensare di poter affrontare questa fase limitandosi a difendere le regole esistenti senza interrogarsi sul modo in cui quelle regole hanno funzionato nella realtà.
Per troppo tempo si è progressivamente consolidata una cultura della competizione professionale che ha finito, in alcuni casi, per alterare il senso stesso della funzione.
La costruzione di percorsi orientati alla progressione negli incarichi, la sovraesposizione delle dinamiche comparative, il peso crescente assunto da elementi estranei all’esercizio quotidiano della giurisdizione hanno contribuito a spostare il baricentro del sistema.
Eppure la Costituzione immagina altro.
Immagina una magistratura orizzontale, nella quale i magistrati si distinguono tra loro soltanto per funzioni e nella quale l’organizzazione degli uffici non si traduce in una gerarchia di status o di potere.
Per questo il tema della dirigenza non può essere affrontato soltanto in termini di efficienza organizzativa.
Occorre interrogarsi sul modello culturale che stiamo costruendo.
Una dirigenza realmente coerente con il disegno costituzionale è una dirigenza che organizza, coordina, ascolta e favorisce la responsabilità diffusa; non una dirigenza che concentra riconoscimento, influenza e progressione professionale.
Allo stesso modo, l’autogoverno deve recuperare pienamente trasparenza e verificabilità.
La discrezionalità è fisiologica in un sistema costituzionale che rifiuta automatismi burocratici, ma essa può sopravvivere soltanto se esercitata dentro regole conoscibili, motivazioni comprensibili e pratiche coerenti.
Altrimenti il rischio è che venga percepita come arbitrio.
Crediamo che questa riflessione debba riguardare anche noi, le culture associative che hanno fatto della critica delle degenerazioni del sistema uno dei propri elementi identitari.
Non sempre siamo riusciti a tradurre fino in fondo quei principi nell’azione concreta.
Non sempre siamo stati capaci di contrastare con sufficiente efficacia logiche che progressivamente hanno indebolito la credibilità dell’autogoverno.
È da qui che bisogna ripartire.
Non con atteggiamenti liquidatori o delegittimanti, che finirebbero soltanto per indebolire la magistratura e la sua autonomia, ma con la consapevolezza che la difesa dell’indipendenza passa oggi attraverso la capacità di rinnovare profondamente il modo in cui essa viene praticata e organizzata.
Accanto a questo, c’è poi una sfida ulteriore che rischiamo ancora di sottovalutare.
La trasformazione tecnologica della giurisdizione.
La digitalizzazione e l’introduzione di sistemi di intelligenza artificiale non sono questioni meramente tecniche o organizzative.
Esse incidono sul modo stesso in cui la giurisdizione verrà esercitata nei prossimi anni.
Per questo è indispensabile che la magistratura non subisca questi processi, ma li governi, pretendendo trasparenza, controllo democratico, conoscibilità degli strumenti adottati e costruendo competenze autonome di analisi e valutazione.
Anche qui, in fondo, il tema è sempre lo stesso: l’autonomia della giurisdizione.
La sfida che abbiamo davanti non è difendere l’esistente.
È dimostrare che la magistratura è ancora capace di interrogarsi criticamente su sé stessa, di correggere le proprie distorsioni e di ritrovare piena coerenza con il modello costituzionale che la legittima.
È una sfida difficile.
Ma probabilmente è l’unica strada possibile per ricostruire fino in fondo la fiducia dei cittadini e, prima ancora, la fiducia della magistratura in se stessa.
