ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Paolo Spaziani, I processualisti dell’“età aurea”. Romantici, martiri ed eroi della procedura civile. Recensione a cura di Irene Ambrosi

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Paolo Spaziani, I processualisti dell’“età aurea”. Romantici, martiri ed eroi della procedura civile   

Recensione a cura di Irene Ambrosi* 

Ciò che avevamo augurato si è avverato e Paolo Spaziani torna con un nuovo studio al racconto delle vite dei protagonisti della procedura civile italiana ripercorrendo un vasto orizzonte temporale che si snoda tra diciannovesimo e ventesimo secolo[1].

Lo stesso titolo ci ammonisce sulla complessità della ricerca compiuta volta a restituirci il senso di un tempo aureo, sfolgorante, popolato da giuristi romantici, addirittura eroi e martiri, tempo non irrimediabilmente perduto e che, schietto, rivive nelle belle pagine dell’Autore attraverso le idee e le opere di uomini che hanno cambiato il corso dell’esperienza giuridica e gettato le fondamenta per la costruzione dell’ordinamento processuale.

Il modello che ispira il saggio evoca l’approccio crociano alle biografie, richiama alla memoria l’emblematico libro del filosofo abruzzese Vite di avventure, di fede e di passione basato sulla «scrupolosa acribia nella documentazione e ricostruzione biografica» ma anche rivolto all’appagamento «in certa misura» della «fantasia mercé la particolarità dei fatti e la vivezza del racconto»[2].

Fantasia e vivezza del racconto costituiscono le lenti attraverso cui l’Autore tratteggia e riesce a far rivivere il carattere, il temperamento e le idee dei grandi Maestri della procedura civile.

Il volume si apre con la descrizione del primato scientifico di Lodovico Mortara che dalla cattedra volle farsi giudice «con un’autorità e coraggio» che a Salvatore Satta parvero «mitici» e dominò la scena degli studi giuridici per oltre un sessantennio, interpretando lo strumento del processo come «mezzo per attuare lo scopo più augusto dello Stato che è la giustizia».

Mentre Mortara «ascendeva al primato», Carlo Lessona e Giuseppe Chiovenda, «due giovani studiosi piemontesi», facevano il loro ingresso nel mondo della procedura civile.

Nel disvelarne le diverse personalità, le opere e i riconoscimenti accademici, l’Autore li descrive come appartenenti a due scuole contrapposte, il primo riconducibile a quella di Lodovico Mortara, costituendo Lessona «il valoroso scrittore» cui si riferiva la recensione anonima apparsa sulla Giurisprudenza Italiana nel 1894 (facilmente riconducibile al suo Direttore, appunto Mortara), il secondo a quella di Vittorio Scialoja, con cui si laureò nel 1893, esponente di spicco della scuola roman-germanistica, potentissimo preside della facoltà giuridica romana.

Da un lato, quindi, Mortara portatore di una concezione progressista volta a rafforzare la funzione del processo come strumento di giustizia sociale, dall’altro lato, Scialoja, difensore di una concezione liberale post-unitaria volta alla riaffermazione della perdurante attualità del diritto romano e per la costruzione di un nuovo sistema giuridico ispirato dalla scienza giuridica tedesca.

Azzardando qualche ipotesi classificatoria, Lessona può essere annoverato nella schiera dei giuristi Romantici, mentre Chiovenda a quella dei giuristi Eroi.

Le loro stesse teorizzazioni impersonarono le contrapposizioni ideologiche e metodologiche tra le due diverse sopra ricordate concezioni accademiche.

Con vivezza, Paolo Spaziani ci descrive i trionfi accademici di Chiovenda, dalla sua celeberrima prolusione a Bologna su L’azione nel sistema dei diritti, ricordata dalla dottrina come il «manifesto» della nuova scienza del diritto processuale civile tanto che il giorno in cui essa fu tenuta - il 3 febbraio 1903 - è considerato il giorno della sua «fondazione» sino alla sua chiamata all’Università di Roma nel 1906 «per chiara fama».

Con delicata umanità, ci descrive le sventure, non solo accademiche, di Lessona, dalla sconfitta derivatagli nel concorso di assegnazione della cattedra della facoltà giuridica di Napoli, per la quale gli venne preferito Chiovenda, alla grave malattia che ne seguì, sino alla sua prematura scomparsa, che «chiuse tristemente gli anni dieci del novecento».

All’indomani della scomparsa di Lessona, nel capitolo in cui è raccontato il tramonto della parabola professionale di Mortara e il levarsi di quella di Chiovenda, l’Autore ne tratteggia i rispettivi caratteri, temperamenti ed interessi personali e professionali, con calzante metafora descrivendoli come «l’anziano leone e la giovane aquila», portando alla luce i sentimenti di stima e ammirazione reciproca, rinsaldati da un’affettuosa frequentazione resa possibile dall’amicizia stretta tra le rispettive figliole, studentesse universitarie, a sfatare il luogo comune della storia della scienza processuale che li ricorda come «avversari» nell’agone giuridico.

L’intero capitolo dedicato all’arco temporale della successione del primato da Mortara a Chiovenda ruota attorno ad un anno fondamentale per la storia della scienza processuale civile italiana: il 1923.

A marzo del 1923 si realizza l’unificazione, da tempo auspicata, delle cinque Corti di cassazione accentrate in quella di Roma, cui seguirà nel maggio successivo la destituzione del suo Primo Presidente, Mortara, per volere del Governo Mussolini, il mese dopo, viene pubblicata la “Quinta puntata” dell’opera dei Principii di Chiovenda che completa lo sviluppo del suo pensiero e, nell’agosto, la sua nota sulla perpetuatio iurisdictionis (in merito al notissimo caso di Beatrice Cenci Bolognetti, “principessa” per Chiovenda, “signorina” per Mortara) con cui dalle colonne del Foro italiano, Chiovenda demolisce l’orientamento espresso da una decisione della cassazione, di ben due anni prima, di cui era stato relatore il Primo Presidente, Mortara; nel settembre dello stesso anno, giunge a casa Chiovenda, la lettera inviata da Venezia, con cui Carnelutti, riconoscendo in Chiovenda il Vivante della procedura civile, propone allo studioso di Premosello di fondare una Rivista a modello di quella del diritto commerciale. Anno che si conclude con il duplice contrattacco sferrato da Mortara il quale, fiero e combattivo come era, nel frattempo, spogliato dalla toga di primo magistrato d’Italia, aveva indossato quella di avvocato,  continuando “a dar lezioni di diritto” in quelle stesse aule dalle quali, sino a ieri, aveva reso “esemplare” omaggio alla “santità della funzione giudiziaria”; nel novembre di quell’anno cruciale, esce la nuova edizione del suo monumentale Commentario e viene pubblicato il suo poderoso progetto di nuovo processo civile di cognizione in polemica contrapposizione con quello elaborato in seno alla Commissione per il dopo guerra da Chiovenda, proprio qualche settimana prima dell’entrata in vigore della legge di delega per dare al Paese un nuovo codice di procedura civile.

La ricerca di Paolo Spaziani prosegue nel racconto delle vicende professionali e personali di altre due figure emblematiche del diritto processuale, Piero Calamandrei e Francesco Carnelutti, per un trentennio, inseparabili «fratelli d’armi» nella condivisa direzione della Rivista del diritto processuale.

Vengono rievocati con profonda devozione e compassione i tratti magistrali con cui Carnelutti descrisse -appresa la notizia della morte «fulminea e tremenda» di Calamandrei- la «faticata» amicizia che li accomunava, richiamando non soltanto la contrapposizione, talora quasi violenta, che aveva contraddistinto i loro reciproci rapporti, i «combattimenti» che avevano avuto nella vita professionale, l’opposta filosofia di vita, ma anche la delicatezza dei sentimenti, sottolineando che, pur quando si scrive su una rivista scientifica, «non si può fare un taglio netto tra la testa e il cuore».

In quel toccante ricordo, Carnelutti così descrive Calamandrei: «Lui, fermo sulle posizioni del Chiovenda, guardingo, classico» e così descrive sé stesso: «Io, impetuoso, (…) romantico, in una parola».

Calamandrei viene ricondotto anche alla schiera dei giuristi Martiri e, proprio a lui, «uomo di studio, ma anche di azione» come lo definì Salvatore Satta, si deve la ricomposizione del contrasto tra le concezioni ideologiche e metodologiche di Lessona, indimenticato suo Maestro del passato e quelle di Chiovenda, suo Maestro dell’avvenire.

L’occasione gli fu data dalla ripubblicazione negli anni 1922-1924 del Trattato delle prove di Lessona, la cui Prefazione, anche attraverso i suoi buoni auspicii, venne affidata a Chiovenda. Ma questi nello stilarla, contrariamente al vero, affermò che Lessona, se in pubblico era accaduto che lo avesse avversato, in privato gli avrebbe confidato di essere un seguace delle sue idee.

Calamandrei reagì a difesa del suo primo Maestro stilando una «misteriosa» Recensione alla Prefazione con cui abilmente riuscì a ringraziare personalmente Chiovenda per aver riportato Lessona nel posto che gli spettava incarnando «il vanto più alto e il più fecondo fermento della scuola giuridica italiana» e, allo stesso tempo, farlo diretto bersaglio dell’attacco rivolto «contro la balorda indifferenza ostentata verso l’opera sua da qualche inacidito rimasticatore di rimasugli tedeschi».

Ma la pacificazione definitiva Calamandrei la attuò attraverso l’uso della celeberrima lettera del 16 settembre 1926 che Mortara gli indirizzò in occasione delle celebrazioni per il giubileo dell’insegnamento di Chiovenda che pubblicò a guisa di Prefazione agli Studi di diritto processuale in onore di Giuseppe Chiovenda nel cinquantesimo anno del suo insegnamento editi nel 1927.

Calamandrei pose quella lettera a fondamento del suo manifesto metodologico, proclamò la successione tra le due scuole e ravvisò nei «due nomi esemplari, Mortara e Chiovenda, il ciclo compiuto della scienza giuridica italiana in quest’ultimo cinquantennio» tanto da ritenere compiuto quell’«eterno fluire della collaborazione» quella «gara di opere nella quale tocca per breve ora ai più degni l’onere di essere in prima fila».

Le pagine dedicate alle schermaglie teorico-scientifiche sul concetto di “lite” tra Carnelutti e Calamandrei e quelle dedicate all’ascesa definitiva di Chiovenda al primato della scienza processuale, culminata -quale sua acme- con la pubblicazione dei Saggi nel 1930-1931, tratteggiano con grande cura la rilevanza del dialogo ininterrotto tra i tre studiosi.

La presenza di questi uomini si avverte viva nell’ultimo interessantissimo capitolo dedicato Alle origini del nuovo codice, ove entra in scena la figura di Enrico Redenti, allora cinquantenne, professore a Bologna, scelto sul finire del 1932 dal ministro guardasigilli de Francisci con l’incarico di riformare il codice di procedura civile.

Una velata ironia colora le pagine in cui si indaga sul significato da attribuire al silenzio serbato dagli altri grandi protagonisti della scienza processuale alla notizia di quella scelta, silenzio cui seguì la comprensibile violenta reazione dell’impetuoso Carnelutti il quale «nell’apprendere dell’incarico a Redenti, dovette perdere definitivamente la speranza di vedere approvato il suo poderoso progetto» redatto in seno alla Sottocommissione C, presieduta da Mortara, consegnato nel 1926 all’allora guardasigilli Rocco, da ritenerlo ormai per sempre sepolto «nel buio di un cassetto ministeriale».

Carnelutti reagì dando alle stampe nel 1933 l’ennesimo saggio sul capo della sentenza, polemicamente alludendo alla vicenda e, allo stesso tempo, negli anni successivi, serbando una eloquente indifferenza verso quel progetto dalle colonne della Processuale.

Redenti portò a termine il progetto nel 1934, ma il ministro De Francisci fu sostituito da Solmi, il quale a sua volta nominò una Commissione con il compito di redigere un nuovo progetto, pubblicando allo stesso tempo, con ampio risalto, l’articolato redatto da Redenti.

Il progetto preliminare Solmi venne pubblicato nel 1937, anno luttuoso per la scienza processuale, essendo venuti a mancare, nel gennaio, Mortara e, nel novembre, Chiovenda.

Le critiche al progetto preliminare non mancarono e viene ricordata, in particolare, quella arguta e ponderata di Calamandrei che indusse il ministro a ritirarlo, per poi presentarne un altro definitivo nel 1939; l’«arguto fiorentino» rilevò in proposito che una concezione pubblicistica del processo, unita ad un’incauta restaurazione del principio di autorità,  sarebbe valsa ad «aprire un varco a quella malsana tendenza seguita da qualche legge straniera» (eloquentemente richiamando il processo civile della Russia sovietica) che riducendo le leggi processuali a pochi principi direttivi, avrebbe di fatto abbandonato le parti all’arbitrio del giudice.

Ma anche Solmi fu sostituito nell’estate del 1939 e divenne ministro Grandi, il cui spessore politico, molto più saldo di quello del suo predecessore, consentì di raggiungere l’obiettivo della pubblicazione del nuovo codice nell’ottobre del 1940, questa volta redatto con la partecipazione dei tre grandi processualisti del tempo: Carnelutti, Calamandrei e Redenti, riuniti in un Comitato ristretto.

Le ultimissime pagine del saggio, nell’evocare le interessanti dispute mai sopite circa la paternità del codice di rito, divengono toccanti quando descrivono la profondità morale mostrata da Calamandrei che, pur fieramente lontano dalla ideologia illiberale dalla quale prese vita il codice, prestò collaborazione decisiva ai lavori di preparazione, risolvendo favorevolmente l’interrogativo etico sul se prestare o meno la consulenza richiestagli dal governo, se essa poteva servire a dare un codice migliore ai suoi concittadini.

È naturale leggendo le pagine di questo studio avere l’impressione che esse disvelino l’umana esperienza e la sensibilità del narratore che, ora come giudice di legittimità e, prima ancora, come giudice di merito, mostra una sensibilità fuori dal comune quasi che mediante la ricerca intorno alle idee e alle vite di questi protagonisti della scienza giuridica ne condivida il sentire e finanche il patire, conscio sino in fondo che i loro scritti, come affermò lo stesso Calamandrei «non temono gli anni» ed ai quali «si ama consacrare l’angolo più vicino e più caro della biblioteca» così da avvertire nella loro lettura e rilettura «la presenza di uomini, il ricordo dei quali quando lo troviamo ad accoglierci come un tesoro nel raccoglimento della biblioteca, basta a dare senso, incitamento e direzione esemplare alla nostra vita».


*Recensione già pubblicata su Giudice donna on line n.1/2022.

[1] Cfr. recensione al Volume di P. Spaziani, La procedura civile in Italia nei primi anni del XX secolo Lessona, Chiovenda e Calamandrei nel tempo del primato di Mortara, Roma, 2019, su questa Rivista.

[2] B. CROCE, Vite di avventure, di fede e di passione, Bibliopolis, 2022. Citazione in esergo tratta da M. Ciliberto, Vite che ha senso raccontare, Sole 24 ore, 2022.

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