ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Intervista a Marcello Basilico, candidato al CSM per le elezioni del 18 e 19 settembre 2022

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Intervista a Marcello Basilico, candidato al CSM per le elezioni del 18 e 19 settembre 2022

di Federica Salvatore

Quali sono le tue pregresse esperienze professionali, anche in ambito associativo e istituzionale? Pensi che possano costituire un utile bagaglio per affrontare le sfide del futuro Consiglio? 

Prima di diventare presidente della sezione lavoro di Genova sono stato magistrato di sorveglianza a Nuoro, pubblico ministero a Sanremo, poi pretore e giudice monocratico del lavoro, giudice della famiglia e in corte d’assise a Genova. Ho fatto parte di due Consigli giudiziari, prima e dopo la riforma del 2006, nonché di una commissione flussi. Sono stato nella giunta ligure e, dal 2016, nel Comitato direttivo centrale dell’ANM, andando a comporre la giunta esecutiva centrale per l’ultimo anno e mezzo, sino a novembre 2020, dopo l’emersione dei fatti dell’hotel Champagne e, unico per l’intero quadriennio, l’ufficio sindacale, che ho coordinato negli ultimi due anni.  

Queste sono alcune delle mie esperienze istituzionali e associative. Le ritengo essenziali per affrontare l’impegno nel CSM con una sufficiente visione dei temi ordinamentali e dei bisogni della magistratura, anche in rapporto alla società e agli altri operatori del diritto. L’abitudine a relazionarsi con le massime istituzioni o coi vertici degli uffici giudiziari, la propensione al confronto con chi è portatore di visioni diverse dalle proprie, l’attitudine a comunicare i risultati delle attività svolte sono condizioni essenziali per concorrere a conseguire gli obiettivi che assegniamo al nostro governo autonomo.

Prima di entrare in magistratura sono stato giornalista professionista. Ora sono responsabile della comunicazione per il tribunale di Genova. Abbiamo bisogno di un CSM più trasparente, più comprensibile, più vicino ai colleghi nel proprio operato. Penso che un’esperienza solida nella comunicazione rappresenti un fattore ulteriore a quei fini.

La magistratura vive una profonda crisi di credibilità, sia esterna che interna: quali sono le ragioni che ti hanno indotto a candidarti in un momento così difficile? Cosa ritieni che il prossimo Consiglio possa fare per recuperare una diversa opinione nei cittadini?

Ho affrontato in passato attacchi al mio operato di magistrato di sorveglianza e di pubblico ministero sempre affidandomi alle istituzioni del nostro autogoverno. Sono entrato nel primo Consiglio giudiziario del mio distretto all’indomani della riforma Castelli. Mi sono sempre battuto nell’ANM per la tutela dei colleghi vittime di attacchi per il loro esercizio indipendente della giurisdizione. Dobbiamo al CSM se gli uffici del pubblico ministero non sono strutturati con una rigida gerarchia che mina l’autonomia dei sostituti.

I cittadini hanno bisogno di una magistratura indipendente, di giudici e pubblici ministeri inseriti in un unico circuito professionale e culturale, d’una giurisdizione in grado di tutelare di diritti con pienezza, tanto più in una fase storica in cui le ragioni dell’economia e d’una politica disattenta ai bisogni sociali in evoluzione sembrano soverchianti. Il CSM deve dunque tornare a essere l’istituzione autorevole alla quale tutti i magistrati guardino con fiducia e l’interlocutore ascoltato del Governo e del legislatore. E’ il momento per rispondere “presente” al bisogno diffuso di una giustizia vicina alle persone e credo che questa vicinanza potrà esprimersi spiegando finalmente come lavorino i magistrati, con quali risorse e a prezzo spesso di quali sacrifici.   

Il nuovo Consiglio avrà il delicato compito di dare un contributo sulle misure di attuazione della riforma Cartabia. Quali sono gli aspetti che ritieni più delicati per gli uffici giudicanti e su quali punti ritieni che il nuovo CSM debba concentrare maggiormente l’attenzione?

Vedo nella riforma due direttrici da contrastare. La prima è di carattere verticistica e burocratica, tende a distinguere i magistrati in base alla performance numerica conseguita, all’esito processuale dell’indagine o della decisione, all’aggettivo con cui si dovrebbe qualificare la loro presunta capacità organizzativa, persino alla procedura, ordinaria o semplificata, con cui saranno valutati ogni quattro anni. Rischiamo di avere una categoria assoggettata al timore del parere del dirigente, alla statistica comparata, alla conformità del suo operato rispetto agli orientamenti superiori. La riforma Cartabia, per come è uscita dal Parlamento, sembra dimenticare che i magistrati si distinguono solo per funzioni e che per questo la Costituzione asseconda l’idea di giurisdizione diffusa, attenta a cogliere i cambiamenti in atto nella società attraverso decisioni innovative e coraggiose in ogni grado di giudizio.

La seconda linea di tendenza sta nell’uso della leva disciplinare per assecondare obiettivi specifici del legislatore. E’ grave che le riforme recenti abbiano introdotto fattispecie caratterizzate da locuzioni vaghe (come “gravi anomalie” o “specifiche ragioni di pubblico interesse”), che rendono evanescente la valutazione sulla correttezza della condotta del magistrato e contraddicono la necessaria tipicità dell’illecito disciplinare. Non sappiamo quale sorte avranno le riforme affidate all’attuazione governativa, una volta sciolto il Parlamento. Ma una parte della classe politica ha da tempo annunciato interventi ancora più punitivi e di fatto intimidatori. Perciò il CSM dovrà vigilare e fare la propria parte nella difesa dei principi costituzionali che governano l’azione della magistratura.         

La magistratura è composta da numerosi colleghi che non hanno ancora conseguito la seconda valutazione di professionalità, i quali si trovano ad operare in Tribunali dove i carichi e le condizioni di lavoro sono spesso più pesanti che in altri Uffici. Quale ritieni debba essere, in generale e con specifico riferimento alla posizione di tali colleghi, il contributo del nuovo Consiglio in materia di valutazioni di professionalità e miglioramento delle condizioni di lavoro?

Il CSM deve cogliere i cambiamenti profondi in corso nella magistratura. Nel governo del personale, deve bilanciare con chiarezza di criteri le esigenze di copertura degli uffici con le esigenze di mobilità, spesso legate a ragioni di ricongiungimento familiare, dei più giovani. Anche le modifiche recenti alla circolare sull’applicazione della legge 104/92 richiederanno un’attenta ponderazione degli interessi in gioco. La genitorialità va protetta con scelte responsabili da parte dei dirigenti, che il CSM deve favorire. Le valutazioni di professionalità devono perdere quella valenza ai fini della carriera che hanno acquisito progressivamente dopo la riforma Castelli. Infine va valorizzata la dignità del lavoro del magistrato, come uno dei fattori che ne legittimano la funzione: dobbiamo pretendere risorse adeguate, decorose – penso all’edilizia giudiziaria – e davvero idonee al nostro servizio.

A quest’ultimo fine credo nell’utilità di un tavolo tecnico d’interlocuzione stabile col Ministero (e con la Scuola Superiore della magistratura quando necessario) al più alto livello, per rendere operative richieste e accordi sulla base delle esigenze che il CSM dovrà raccogliere dai territori.

Tutto ciò dovrebbe avvenire, sia chiaro, mettendo al centro la funzionalità degli uffici giudiziari e le ragioni dei singoli trovino tutela nelle regole, non in un malinteso senso di autonomia che impedisca forma efficienti di organizzazione.

Spesso i colleghi si lamentano della scarsa trasparenza dell’attività consiliare. Ritieni che questo sia un punto sul quale il prossimo consiglio debba intervenire e se sì, con quali misure?

Ne sono convinto. La credibilità dell’attività consiliare passa anche attraverso la sua conoscenza e la spiegazione delle sue scelte. Oggi il sito internet del CSM è di difficilissima consultazione. Non esiste un responsabile dei procedimenti del CSM. Non esiste una comunicazione istituzionale tempestiva sul loro esito. Il risultato è che ancora si ricorre alla telefonata al segretario di Commissione se non al consigliere e che alcune correnti fanno a gara nel diffondere per prime le notizie sulle nomine o avvisano personalmente il singolo aspirante come se il suo trasferimento fosse da considerare il frutto di una complicata operazione.

Questa situazione deve finire. Lo stato di ogni procedimento deve essere verificabile in diretta dagli interessati nell’area riservata del sito consiliare; in tal modo si responsabilizzerebbe anche il segmento che stia eventualmente ritardandone la prosecuzione. Il CSM deve darsi carico inoltre dell’informazione delle proprie attività, in alcuni casi anche attraverso puntuali comunicati sintetici, sul modello inaugurato dalla Corte costituzionale in Italia, ma largamente diffuso nelle istituzioni estere.

Visti gli ambiziosi obiettivi richiesti dal PNRR, ritieni che una diversa e più efficace distribuzione delle risorse possa contribuire in modo più efficiente al raggiungimento degli obiettivi? Quali sono a tuo avviso gli strumenti possibili nell’azione consiliare per coniugare qualità e produttività?

È illusorio forse tornare a parlare in questo particolare momento storico di revisione della distribuzione degli uffici giudiziari, anche se, ad esempio, la permanenza di quattro Corti d’appello in Sicilia appare come una fonte anacronistica di moltiplicazione d’incarichi dirigenziali.

In una prospettiva più realistica si può pensare ad un ridimensionamento dei semidirettivi, a un controllo più accurato sulla loro partecipazione all’attività giurisdizionale in tutti gli uffici, a un monitoraggio sulla distribuzione e sull’impiego del personale amministrativo.

Vanno sciolti con urgenza due nodi: il primo riguarda la magistratura onoraria, sul cui futuro pesano ancora troppi interrogativi; il secondo concerne l’Ufficio per il processo, che rischia di avere attuazioni a macchia di leopardo, rimesse alla sensibilità dei singoli dirigenti, se non dei singoli magistrati, in difetto di un’attenta verifica nelle diverse realtà territoriali. C’è poi un tema solo apparentemente più spicciolo: la rigidità delle tabelle organizzative nelle prassi dei presidenti; si stenta a intervenire nella distribuzione degli organici del settore penale e del settore civile, per non turbare assetti consolidati, rinunciando così ad affrontare le emergenze che spesso investono i singoli uffici a causa ad esempio di processi di grande dimensione.  

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