ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

L’abolizione della pena di morte negli Stati Uniti: forse qualcosa si sta muovendo davvero

L’abolizione della pena di morte negli Stati Uniti: forse qualcosa si sta muovendo davvero

di Paolo Passaglia  

Sommario: 1. La prassi delle esecuzioni e quel senso di ripulsione sempre più forte - 2. «The Times They Are a-Changin’»… maybe: i dati di lungo periodo - 3. Segue: l’attuale contingenza.  

1. La prassi delle esecuzioni e quel senso di ripulsione sempre più forte

La Presidenza Trump verrà ricordata per molti motivi, buona parte dei quali non propriamente luminosi. Tra i più cupi, un posto di rilievo è senz’altro da attribuire alla politica sulla pena di morte. Tra il 14 luglio 2020 e il 16 gennaio 2021, si sono avute ben tredici esecuzioni. In un intervento precedente, su questa rivista (v. La banalizzazione della pena di morte nel tramonto dell’era Trump e il caso di Lisa Montgomery, 8 gennaio 2021, https://www.giustiziainsieme.it/it/giustizia-pene/1489-la-banalizzazione-della-pena-di-morte-nel-tramonto-dell-era-trump), ho accennato ad alcuni degli elementi che rendono particolarmente tetro l’elenco delle decisioni. A questi posso adesso aggiungere il fatto che, oltre ad aver eseguito la contestata condanna a morte di Lisa Montgomery, il Governo federale si è macchiato di altre due esecuzioni, che hanno riguardato detenuti colpiti da Covid.

In ragione di questo, i condannati avevano denunciato la sofferenza che la compromissione della capacità polmonare avrebbe provocato al momento dell’iniezione letale, rendendo così insolitamente crudele l’esecuzione. A fronte di sospensioni accordate da giudici di primo grado, tuttavia, pur di poter eseguire le condanne, il Governo non ha esitato a proporre appello, giungendo fino a richiedere l’intervento della Corte suprema federale perché le sospensioni venissero annullate (senza neppure dover motivare). È esattamente quello che è avvenuto anche per l’ultima esecuzione, quella di Dustin Higgs, resa possibile dalla decisione a maggioranza apoditticamente pronunciata dalla Corte suprema (United States v. Higgs, No. 20–927 (20A134), 592 U. S., 15 gennaio 2021, https://www.supremecourt.gov/opinions/20pdf/20-927_i42k.pdf): i sei giudici conservatori (tre dei quali nominati dallo stesso Trump) hanno prevalso sui tre liberal.

Affinché si potesse arrivare alla macabra constatazione che «(in)giustizia era stata fatta», l’ottusità con cui si è proceduto è stata tale da provocare un senso di ripulsione insolitamente diffuso e sempre più forte. Un senso di ripulsione che emerge in maniera palese dalle opinioni di due dei tre giudici dissenzienti nel caso Higgs: rimasti in minoranza in sede di voto, i giudici hanno inteso esprimere le ragioni che, a loro avviso, avrebbero imposto alla Corte suprema di tener ferma la sospensione dell’esecuzione, per affrontare nel merito le questioni che si ponevano. Per quanto «inutili» in riferimento al caso di specie, si tratta comunque di opinioni quanto mai potenti per la carica che hanno nello stigmatizzare la politica posta in essere dall’amministrazione Trump, mettendone in evidenza i tratti di cecità di fronte alle ragioni della pietà, di insensibilità al dolore, di pervicacia nella volontà di raggiungere un risultato a qualunque costo (v. le dissenting opinions dei Justices Breyer e Sotomayor nel caso United States v. Higgs, cit.).

In questa volontà di imporre un nuovo corso alla pena di morte, la Presidenza Trump ha trovato un efficace sostegno proprio nella Corte suprema, che non ha frapposto alcun ostacolo, pilatescamente evitando di affrontare nel merito le questioni che si ponevano. La Justice Sotomayor lo ha sottolineato in modo quanto mai efficace: «Negli ultimi sei mesi, questa Corte ha ripetutamente evitato di intraprendere i suoi consueti processi deliberativi, spesso su richiesta del Governo, consentendo a questo di portare avanti un calendario di esecuzioni senza precedenti e “a rotta di collo”. Con la dovuta considerazione in sede giudiziaria, alcuni degli argomenti del Governo avrebbero potuto prevalere e alcune o anche molte di queste esecuzioni avrebbero potuto essere alla fine autorizzate. Altre avrebbero potuto non esserlo. In ogni caso, la Corte non avrebbe dovuto approvare queste esecuzioni senza risolvere queste questioni critiche. La posta in gioco era semplicemente troppo alta» (United States v. Higgs, cit., Sotomayor, J., dissenting, p. 4).

Tredici esecuzioni. Troppe. Troppe forse anche per una parte non irrilevante di quel 55% del popolo statunitense che si è dichiarato, nell’ottobre 2020, favorevole alla pena di morte per omicidio nell’annuale sondaggio Gallup (https://news.gallup.com/poll/1606/death-penalty.aspx). E magari, se nell’ottobre 2020 il margine tra favorevoli e contrari si è assottigliato fino al 12% (nel 2014 il margine era 63 contro 33% e nel 2016 ancora 61 contro 37%), la debolezza sul piano giuridico e la ripugnanza su quello etico delle prime esecuzioni dell’era Trump possono avere avuto un ruolo non trascurabile.

Certo gli ultimi tempi (e l’ultima settimana in particolare) del mandato di Trump non possono aver portato grandi sostegni alla causa retenzionista. Nella storia dell’abolizionismo, del resto, non sono poche le vicende in cui esecuzioni contestate hanno rappresentato il prodromo per il rafforzamento e/o per l’affermarsi in seno all’opinione pubblica dell’opzione abolizionista: particolarmente indicativa, in tal senso, è la parabola della pena di morte nel Regno Unito, che nel secondo dopoguerra ha visto il progressivo ribaltamento dell’orientamento maggioritario nell’opinione pubblica (ben descritto nel film Pierrepoint: The Last Hangman, di Adrian Shergold, uscito nel 2005) a seguito di alcune esecuzioni contestate, vuoi per la crudeltà della condanna inflitta rispetto al grado di colpevolezza dell’autore (è il caso di Derek Bentley, nel 1953, e quello di Ruth Ellis, nel 1955), vuoi per la scoperta, ormai tardiva, dell’innocenza del giustiziato (come nel caso di Timothy Evans, la cui condanna era stata eseguita nel 1950, tre anni prima che si scoprisse il vero colpevole dell’omicidio per cui era stato condannato).

Sarebbe quanto mai azzardato proporre un parallelo tra gli Stati Uniti di oggi e il Regno Unito degli Anni Cinquanta. Che, però, qualcosa si stia muovendo sembra indubbio. E lo si coglie sia da osservazioni di lungo periodo sia – e forse soprattutto – da alcuni indizi specifici di questo periodo.  

2. «The Times They Are a-Changin’»… maybe: i dati di lungo periodo

Ad osservare l’andamento del numero di condanne a morte comminate e di esecuzioni poste in essere annualmente negli Stati Uniti, appare chiara la contrazione del ricorso a questo tipo di sanzione. Dopo il ritorno in forza della pena di morte, come sanzione quasi «normale», che ha connotato gli Anni Novanta, a partire dalla fine di quel decennio si è assistito a una progressiva riduzione del numero di condanne e del numero di esecuzioni. Dal ripristino della concreta operatività della pena capitale nel 1976, il primato annuale di condanne si è avuto nel 1996, con 315, mentre il primato di esecuzioni è stato segnato dalle 98 del 1999. Da allora, la riduzione è stata pressoché costante, toccando, nel 2020, il minimo sia per le condanne (18) che per le esecuzioni (17): il primo dato è ineguagliato almeno dal 1973 (il valore più prossimo è dato dalle 31 del 2016), mentre il secondo, per il periodo successivo al 1983, è superiore solo alle 11 del 1998, alle 16 del 1989 e alle 14 del 1991 (per questi dati, v. Death Penalty Information Center, The Death Penalty in 2020: Year End Report. Death Penalty Hits Historic Lows Despite Federal Execution Spree, Dec. 16, 2020, https://deathpenaltyinfo.org/facts-and-research/dpic-reports/dpic-year-end-reports/the-death-penalty-in-2020-year-end-report).

Se si passa ad analizzare i singoli ordinamenti, preso atto della drammatica inversione di tendenza che ha caratterizzato in questi mesi il diritto e l’amministrazione federali, a livello statale non può passare inosservato il moltiplicarsi del numero di Stati che hanno abolito la pena di morte. Dopo le abolizioni sancite, nel 1981, nel District of Columbia e, nel 1984, in Massachusetts e Rhode Island, per quasi un quarto di secolo nessuno Stato aveva proceduto all’abolizione; dal 2007, però, il trend abolizionista è andato assumendo dimensioni mai raggiunte prima: in quattordici anni, ben dieci Stati hanno operato la scelta abolizionista. I primi sono stati il New Jersey e lo Stato di New York (2007), cui hanno fatto seguito il Nuovo Messico (2009) e, nel corso di questo decennio, l’Illinois (2011), il Connecticut (2012), il Maryland (2013), il Delaware (2016), lo Stato di Washington (2018), il New Hampshire (2019) e il Colorado (2020). Il numero degli Stati membri degli Usa formalmente abolizionisti ha così raggiunto quota ventidue su cinquanta, cui si aggiungono Puerto Rico e il District of Columbia. In tre ulteriori Stati è poi stata decretata, da parte dei governatori, una moratoria delle esecuzioni (Oregon, dal 2011; Pennsylvania, dal 2015; California, dal 2019).

Nella medesima logica non è forse irrilevante che, prendendo come riferimento l’ultimo quadriennio, si siano avute esecuzioni soltanto in undici Stati e soltanto in uno, il Texas, il totale abbia superato – anche se di molto: 31 – la decina. Nell’ultimo biennio, il numero di Stati cala a sette, mentre nel 2020 – complice evidentemente la pandemia – le 7 esecuzioni sono state poste in essere in soli cinque Stati.

Ammettendo che il semestre di sangue della fine della Presidenza Trump possa essere configurato alla stregua di una tragica eccezione, la pena di morte negli Stati Uniti risulta essere un qualcosa che si va riducendo in termini quantitativi assoluti e che si va circoscrivendo a livello di aree geografiche.  

3. Segue: l’attuale contingenza

I dati «di lungo periodo» riportati nel paragrafo precedente appaiono certamente significativi. Non meno significativi sono, però, altri elementi che si riferiscono all’attuale contingenza, a partire dall’effetto che la pratica delle esecuzioni ha ingenerato nell’opinione pubblica, la quale – come si è osservato – ha visto crescere in maniera rilevante l’opzione abolizionista.

Un aspetto che merita di essere sottolineato in maniera particolare è che l’abolizione della pena di morte è stata per lungo tempo un argomento da evitare per qualunque candidato alla Casa Bianca. Ad esempio, è rimasta nella storia delle campagne presidenziali statunitensi la risposta che il candidato democratico Michael Dukakis fornì, nel 1988, in occasione di un dibattito televisivo, nel quale rivendicava il suo abolizionismo anche nell’ipotesi in cui la vittima del crimine fosse stata sua moglie. La risposta fornita è stata considerata un grave infortunio, che ha contribuito in maniera non marginale alla sconfitta contro George Bush sr. alle elezioni che si sarebbero tenute poche settimane dopo (cfr., ad es., R. Simon, Questions that kill candidates’ careers, in Politico, 20 April 2007, https://www.politico.com/story/2007/04/questions-that-kill-candidates-careers-003617).

Ebbene, se nel 2016 il Partito democratico (ma non Hillary Clinton, candidata alla Presidenza) ha introdotto nella propria piattaforma programmatica l’impegno ad abolire la pena di morte (ciò che era stato fatto, in precedenza, solo nella piattaforma programmatica del 1972) e se nel 2020 l’impegno è stato confermato, Joe Biden ha sfatato il tabù e ha inserito l’abolizione, almeno parziale, nel programma di governo. Certo, lo spazio riservato al tema non è dei più rilevanti, ma è comunque molto significativo che, nella sezione del programma dedicata alla giustizia si possa leggere: «Eliminare la pena di morte. Più di 160 persone che sono state condannate a morte in questo paese dal 1973 sono state successivamente scagionate. Poiché non possiamo garantire di avere sempre casi giusti di pena di morte, Biden si adopererà per far approvare leggi per eliminare la pena di morte a livello federale e incentiverà gli Stati a seguire l’esempio del governo federale. Questi individui dovrebbero piuttosto scontare l’ergastolo senza possibilità di libertà vigilata o condizionale» (The Biden Plan For Strengthening America’s Commitment To Justice, https://joebiden.com/justice/).

In buona sostanza, il candidato Biden si è impegnato a utilizzare i mezzi della presidenza per far abolire la pena di morte a livello federale e per spingere gli Stati retenzionisti a fare altrettanto.

Si sarebbe potuto scrivere di più? Probabilmente no, giacché né il Presidente né il Congresso hanno il potere di imporre una abolizione della pena capitale che si estenda agli Stati. Solo il potere giudiziario potrebbe farlo, dichiarando la pena di morte «crudele e inusuale», e in quanto tale contraria all’Ottavo Emendamento alla Costituzione del 1787. Nel 1972, con la sentenza Furman v. Georgia (408 U.S. 238, https://www.law.cornell.edu/supremecourt/text/408/238), la Corte suprema è andata molto prossima al farlo, censurando la disciplina della pena di morte presente nello Stato della Georgia, conseguentemente censurando, in maniera implicita ma inequivocabile, anche le analoghe discipline presenti in tutti gli altri. La reazione della classe politica e dell’opinione pubblica è stata però nel senso di percepire un abuso da parte del potere giudiziario, con il risultato di rafforzare grandemente l’opzione in favore della pena di morte. Da quel momento si è compreso che l’abolizione non avrebbe potuto essere il prodotto di una sentenza. Nel contesto attuale, d’altra parte, il problema neppure si porrebbe, dal momento che la maggioranza dei giudici della Corte suprema federale, come si è rilevato sopra, risulta ben lungi dall’accarezzare idee abolizioniste.

Se, dunque, l’abolizione deve passare da decisioni politiche, quanto dichiarato da Biden nel programma di governo sembra essere una strada obbligata: il Congresso dovrebbe dare l’esempio agli Stati, con l’eliminazione della pena capitale dalla legislazione federale; il Presidente dovrebbe dare lo stimolo, con incentivi (presumibilmente anche economico-finanziari) a quegli Stati che abolissero la pena.

L’ultimo scorcio della Presidenza Trump, con i suoi eccessi, ha forse fornito un ulteriore elemento alla causa abolizionista: l’occasione. Non a caso, in reazione alle ultime esecuzioni, vari esponenti democratici del Congresso hanno presentato e stanno presentando progetti di legge per l’abolizione della pena di morte e stanno sollecitando il Presidente Biden a commutare le condanne a morte federali (cfr. Death Penalty Information Center, Democratic Legislators Introduce Death Penalty Repeal Bills, Urge President Biden to Commute Federal Death Sentences, Jan. 20, 2021, https://deathpenaltyinfo.org/news/democratic-legislators-introduce-death-penalty-repeal-bills-urge-president-biden-to-commute-federal-death-sentences?token=910).

A Washington, forse, qualcosa si sta muovendo davvero. E pare che si stia muovendo, finalmente, nel verso giusto.

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