ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Gli anni della strategia della tensione​

Gli anni della  strategia della tensione

Intervista di Paola Filippi a Giovanni Tamburino

sommario: 1. La scelta dell'argomento - 2. Le domande - 3. Le risposte - 4. Le conclusioni 

1. La scelta dell'argomento 

Il 12 dicembre del 1969, cinquant’anni fa, con la strage di piazza fontana iniziavano  i cd. “anni di piombo”, poi ribattezzati gli anni della   strategia della tensione in base al graduale disvelamento del movente. 

Dietro alle stragi c’era  un disegno eversivo per  destabilizzare  l’ordine democratico del nostro paese, erano passati solo vent’anni dall’entrata in vigore della nostra Costituzione.

Dal punto vista della giustizia, per il paese e per le vittime delle stragi, a rileggere i fatti di cronaca l’impressione che si ha è che giustizia non è stata fatta. A rileggere quelle pagine di storia con gli occhi del magistrato di oggi  l’impressione  forte è che la magistratura non sia stata grado di svolgere pienamente la sua funzione a causa di pressioni esterne o  addirittura di  depistaggi.

 La scelta del tema ha un preciso scopo: quello di far conoscere le tragiche dinamiche di storici  depistaggi per offrire un utile spunto di riflessione alle nuove generazioni di magistrati che quella storia non l'hanno vissuta.

Quanto alla scelta dell’intervistato, nessuno meglio di Giovanni Tamburino può rispondere efficacemente alle nostre domande (sorvolando sulla sua storia professionale che forse solo i più giovani non conoscono, a tacer d’altro, Giovanni è uno dei fondatori del Movimento per la Giustizia), perché quel periodo lo visse intensamente, per le indagini che svolse a Padova sulla “rosa dei venti”  e l’arresto del generale Miceli allora capo del SID.

 2Le domande

1.Giovanni, quanti anni avevi e come ti ritrovasti a indagare sulla rosa dei venti?

2. Quando ti sei reso conto che la tua indagine coinvolgeva pezzi importanti dello Stato? Ti sei mai sentito solo?

3. Com’era la magistratura degli anni settanta?

4. Cosa rifaresti e cosa non rifaresti se ti trovassi oggi davanti al capo dei servizi segreti italiani ?

5. Alla luce della tua esperienza quale sono i consigli che daresti ai giovani magistrati di oggi?

3. Le risposte

1.Giovanni, quanti anni avevi e come ti ritrovasti a indagare sulla rosa dei venti?         

   Il vecchio codice di rito prevedeva due tipi di istruttoria, quella ordinaria, detta istruzione sommaria, affidata al P.M., e la istruzione formale riservata ai casi più complessi, affidata al giudice istruttore, figura abolita dal codice del 1988. L’incarto processuale relativo alla “Rosa dei Venti” giunge a Padova da La Spezia nell’estate del 1973 e viene formalizzato dal P.M. nell’autunno. Mi viene affidato all’inizio di novembre dal giudice istruttore anziano, il collega Francesco Aliprandi, per un motivo molto semplice. Allora a Padova i giudici istruttori erano due, lui e io. Aliprandi mi convocò nel suo ufficio e mi disse: se il processo lo tenessi io, tu dovresti fare il capo ufficio, perciò te lo devo assegnare. Avevo trent’anni ero in magistratura da tre anni e, dopo l’uditorato a Venezia, ero stato assegnato all’ufficio istruzione del Tribunale di Padova pur avendo una formazione civilistica.

2. Quando ti sei reso conto che la tua indagine coinvolgeva pezzi importanti dello Stato? Ti sei mai sentito solo?

 Dopo alcuni episodi sconcertanti, come quello di un mandato di cattura a carico di un importante imputato che risultava collegato al Servizio segreto e che in modo quasi spudorato fu lasciato scappare, mandato di cattura che per tutela del segreto istruttorio scrissi a mano chiuso nel mio ufficio e consegnai direttamente nelle mani del colonnello dei Carabinieri che allora comandava il Gruppo di Padova (dopo anni risultato iscritto alla P2, del resto come il presidente del Tribunale), mi resi conto che la fedeltà dei collaboratori, in specie dentro l’Arma dei Carabinieri, subiva torsioni devastanti, ovviamente provenienti dall’alto. In realtà trovai anche straordinarie collaborazioni all’interno del mondo militare, nei Carabinieri, nella Finanza e anzitutto nei ranghi della Polizia. Direi anzi che la maggioranza delle persone che incontrai nel corso del processo, nei diversi ruoli, prestò una collaborazione più o meno piena. Il punto è un altro, come ben sa ogni collega che opera nel penale: se non puoi fidarti della struttura in quanto tale, perché qualcosa la condiziona, è un guaio perché viene meno la certezza della genuinità del suo lavoro. Da un certo momento in poi compresi che l’inchiesta toccava nervi scoperti interni a strutture come i Servizi non solo italiani, personalità massoniche di grande rilievo e alcuni politici in quel tempo importantissimi. Cominciai a fare tutto da solo. Il lavoro durò pochi mesi e fu intensissimo. Riguardandolo oggi, mi chiedo come sia riuscito a farlo da solo. Tuttavia accanto a me trovai sempre la Procura della Repubblica, allora diretta da Aldo Fais un magistrato sardo di grande esperienza, rappresentata da un collega eccezionale come Luigi Nunziante, napoletano che credeva nella giustizia e di assoluta lealtà.

3. Com’era la magistratura degli anni settanta?

 I vertici degli uffici maggiori fino alla Cassazione erano in grandissima percentuale occupati da colleghi spesso di grande valore tecnico-giuridico, ma formati nel periodo fascista e di mentalità conservatrice. Esistevano eccezioni e una di queste aveva riguardato proprio Venezia dove era passato pochi anni prima, alla Procura generale della Corte d’Appello, un magistrato come Bianchi d’Espinosa. Inoltre, esisteva una magistratura più giovane che condivideva profondamente i valori costituzionali. Tuttavia, quando svolsi l’indagine, nel 1974, Bianchi d’Espinosa non c’era più e i due incarichi alla Procura generale e alla presidenza della Corte d’Appello erano occupati entrambi da magistrati ultraconservatori, uno dei quali padre di un giovane vicinissimo al gruppo padovano dell’avvocato Franco Freda. Un episodio può rendere il clima. Quando andai in Corte a rappresentare alcune minacce e difficoltà, il procuratore generale al quale mi rivolsi chiamandolo “signor procuratore generale”, si mostrò irritato dal mancato uso dell’“eccellenza”. La conversazione iniziò male e finì ovviamente nel nulla. Un altro episodio sconcertante mi accadde a Roma, sulle scale del palazzo di piazzale Clodio, dove un collega, che nemmeno conoscevo, mi avvicinò per consigliarmi cautela nell’indagine richiamando il rischio di trovarmi imputato per violazione del segreto di Stato. Seppi poi che il collega era legato al SID, il servizio segreto militare di allora. Da ultimo, una notevole sensibilità per le esigenze politiche risultò chiara quando il magistrato  Claudio Vitalone della Procura romana, poi divenuto parlamentare e legatissimo ad Andreotti, con il quale condivise processo e assoluzione per l’omicidio di Carmine Pecorelli (Roma 20 marzo 1979) dopo un incontro con me e con la Procura padovana svoltosi nell’ottobre 1974 ad Abano, nel corso del quale si era concordata una linea di collaborazione senza interferenze reciproche, passato circa un mese chiese al giudice istruttore di Roma ed ottenne di sollevare un conflitto di competenza basato su motivazioni che sicuramente non erano cambiate dal momento dell’incontro di Abano. La Cassazione con sentenza del 30 dicembre 1974 risolse il conflitto accogliendo la richiesta di spostare l’indagine a Roma, dove in sostanza finì annegata nel gran calderone del golpe messo in atto nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 dal principe Junio Valerio Borghese, già comandante della X MAS.

4. Cosa rifaresti e cosa non rifaresti se ti trovassi oggi davanti al capo dei servizi segreti italiani ?

Mi sono interrogato più volte sul mandato di cattura a carico di Miceli che, benché confermato dalla Cassazione, contemplava un’imputazione che non resse al vaglio dibattimentale della Corte romana. Le conoscenze che possedevo allora erano immensamente inferiori a quanto sappiamo oggi  grazie al superamento del segreto, alla apertura di archivi, a centinaia di ricerche storiche e a indagini giudiziarie di straordinaria importanza svoltesi a Milano, Brescia, Venezia, Bologna e nella stessa Roma (pensiamo alle indagini di Mario Amato, Giovanni Salvi, Elisabetta Cesqui, per fare soltanto i primi nomi), dove, oltre tutto, la Cassazione, in particolare con alcune sentenze di grandissima lucidità e completezza (non posso non ricordare i nomi di Giovanni Canzio, Alberto Macchia, Domenico Carcano) sulle stragi di piazza Fontana e di Brescia, ha dato il suggello giudiziario finale a verità storicamente e processualmente acquisite, seppure con decenni di ritardo. Con riferimento in particolare al ruolo del Servizio segreto militare, colonizzato dal potente alleato americano, e specificamente al suo capo di allora, generale Vito Miceli, le acquisizioni successive hanno dimostrato che se errore ho commesso, questo errore fu il risultato di una perfino eccessiva prudenza e di una difficoltà psicologica di credere fino in fondo a quanto gli elementi della istruttoria che andavo via via raccogliendo mi ponevano sotto gli occhi. Ad esempio, è risultato successivamente non solo che Miceli era legatissimo a Borghese, ma anche che era inscritto alla P2 e che, anzi, era stato Licio Gelli in persona a perorare la causa del generale con il Governo perché divenisse il capo del SID. Sempre successivamente, dall’inchiesta del parlamentare USA Otis Pike risultò con certezza che grandi somme erano state destinate al SID e specificamente a Miceli per finanziare i gruppi dell’estrema destra. Nel 1990 fu poi resa nota la struttura Gladio, che Miceli ovviamente conosceva, struttura in sé non criminale, ma usata come schermo rispetto ai gruppi operativi informali. Infine, le protezioni dei primi anni ’70 a Giannettini e alla cellula padovana di Ordine nuovo, oltre che ai personaggi principali della Rosa dei Venti e dell’estremismo neofascista veneto, portano la firma o l’avallo di Miceli. Detto ciò, anche se con il senno del poi avrei dovuto adottare quel provvedimento restrittivo anche prima di quanto feci e forse non soltanto a carico del capo del SID, sono convinto che osservare una linea di estrema e rigorosa prudenza sia stata allora e sia sempre la scelta giusta quando di tratta di libertà personale e tanto più quando si debbano valutare situazioni estremamente delicate, complesse e polivalenti come sono le vicende riguardanti l’attività della intelligence. In definitiva, credo che il mio scetticismo sia stato utile alla solidità del risultato, un risultato che le successive acquisizioni giudiziarie e storiche hanno confermato. Quanto all’esito giudiziario del 1974 forse la triste nomea di porto delle nebbie affibbiata allora agli uffici giudiziari di Roma e soltanto in anni recenti completamente dissipata, può spiegare qualcosa ….

5. Alla luce della tua esperienza quale sono i consigli che daresti ai giovani magistrati di oggi?

Essere rigorosi, ma prudenti, seguire la coscienza, applicare le norme senza forzature, andare avanti nella ricerca della verità senza cedere a nessun timore né ad altro, dirsi ogni mattina: posso sbagliare e non devo sbagliare. In una parola: credere alla forza della verità della quale siamo semplice strumento.

4. Le conclusioni 

Giovanni ci ha aiutato a mettere insieme i tasselli di un pezzo della storia d’Italia e così facendo ci ha ricordato  l’importanza  della ricerca  della verità.

L’aspirazione alla verità  è  la “colla” che tiene unita la generazione presente a quella che non c’è più o non c’è ancora, per usare le parole di  Antonio Ruggeri “La memoria del passa­to, specie di quello più doloroso in cui si è assistito a comportamenti offensivi della dignità posti in esse­re da uomini trasformatisi in bestie feroci, illumina il presente, dà a quest’ultimo insegnamenti preziosi, che non possono (e non devono) essere dimenticati; allo stesso tempo in cui aiuta alla comprensione del presente, prepara ed orienta il futuro, spingendo con vigore ad adeguare i comportamenti in società alle aspettative specie dei soggetti più vulnerabili e biso­gnosi [1]

 La memoria del passato  serve a comprendere il  presente, prepara ed orienta il futuro, spingendo con vigore ad adeguare i comportamenti[2] .

Nella ricerca della verità il ruolo del  giudice è fondamentale di qui il potere e la grande responsabilità.

Giovanni, con riposte essenziali, ci ha rammentato come il  “fare giustizia” può trovare ostacoli inaspettati proprio in ambienti dai quali dovrebbe piuttosto ricevere collaborazione  e pure come  con equilibrio e determinazione si deve andare verso l’obiettivo senza tentennamenti.

Nel film Romanzo di una strage https://www.giustiziainsieme.it/it/cultura-e-societa/819-romanzo-di-una-strage, dopo il dialogo del magistrato  Paolillo (personaggio di fantasia) con il Commissario Calabresi  (che sarà anche lui  una delle vittime della strategia della tensione innescata dalla strage di piazza Fontana), entrambi rivendicano di essere Uomini dello Stato, quando il giovane magistrato esce dalla stanza il questore, riferendosi al giovane magistrato,  dice a Calabresi “tiene la testa alta ma l’abbasserà … poi  l’abbassano tutti

Ebbene quello che con questa intervista vogliamo  ricordare ai giovani magistrati  è che  “ la testa va mantenuta alta ” come ha fatto Giovanni,  è solo con la testa alta che si garantisce il diritto alla verità che dà significato all’esercizio delle nostre funzioni.

[1] A. Ruggeri, La dignità dell’uomo e il diritto di avere diritti (profili problematici e ricostruttivi), in Consulta online, n. II/2018 (3 giugno, www.giurcost.org/studi/ruggeri76.pdf).

[2] Roberto Conti http://www.questionegiustizia.it/speciale/2019/1/il-diritto-alla-verita-nei-casi-di-gross-violation_89.php


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