ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

CON LA TOGA ADDOSSO

CON LA TOGA ADDOSSO Intervista di Morena Plazzi a Gabriella Luccioli,

Sommario: 1.La scelta dei temi -  2. Domande e risposte – 3. Conclusioni

1. La scelta dei temi

Ho pensato per qualche giorno alle domande che avrei voluto fare alla Presidente Luccioli, con curiosità ma anche con il timore ed il rispetto dovuti alla sua figura, a quello che rappresenta nella storia della Magistratura e del diritto civile in Italia: Gabriella Luccioli entrò in magistratura nel 1965 con il primo concorso aperto alle donne e dopo aver svolto funzioni di giudice civile in primo e secondo grado divenne, nel 1990, la prima donna ad essere nominata Consigliere della Corte di cassazione. Nel 2008, ancora una volta, fu la prima donna a diventare presidente di sezione della Corte di Cassazione.

Poi, più semplicemente, ho pensato che era il caso di approfittare dell’occasione e, sgombrato il campo dalla timidezza, andare al cuore dei temi del nostro essere magistrati, oggi, e dell’essere donna e magistrato, ieri ma anche oggi. Il risultato è sorprendente.

In coda,  le conclusioni

2. Domande e risposte

Morena Palazzi: Presidente Luccioli, immagino che nel corso degli anni siano state tante e tanti gli aspiranti magistrati a chiederti di consigliare come prepararsi al concorso, quali scelte intraprendere, con quali motivazioni muoversi. Nel tempo, come sono cambiate, se sono cambiate, le tue risposte?

Gabriella Luccioli:  I cambiamenti in materia di accesso verificatisi dal tempo del mio ingresso in magistratura, nell’ aprile 1965, sono stati numerosi e importanti. Innanzi tutto sono cambiati i requisiti di legittimazione al concorso: mentre in passato era sufficiente la laurea (quadriennale) in giurisprudenza, ciò che consentiva di diventare magistrati in età molto giovane, ora sono previsti vari titoli di legittimazione dopo il completamento del corso di  laurea (quinquennale), che rendono di secondo grado il concorso e comportano una elevazione della età di ingresso. Inoltre le materie dell’esame orale sono aumentate, rendendo ancora più aleatorio il superamento della prova.

In sostanza, mentre in passato una buona preparazione universitaria rendeva di per sé probabile un esito positivo dell’ esame, ora sono necessari diversi anni di studio dopo il conseguimento della laurea e pesanti sacrifici anche a livello personale e familiare per avere qualche possibilità di successo.

In compenso l’ informatica costituisce un mezzo potentissimo di informazione e di aggiornamento non solo sul piano giurisprudenziale, ma anche dottrinario, atteso che attualmente molte riviste giuridiche sono liberamente consultabili in rete. Esistono poi numerose scuole private di preparazione al concorso, che spesso con ottimi risultati aiutano i giovani ad acquisire non solo o non tanto un adeguato livello di preparazione, quanto un metodo per affrontare gli scritti.

Ma è soprattutto necessaria una forte determinazione, una grande costanza nell’ affrontare un lungo periodo di studio intenso e sistematico senza alcuna certezza di riuscita. La tenacia di un impegno siffatto può a mio avviso trovare alimento ( e qui rispondo all’ ultima parte della domanda) soltanto nell’ essere certi della bellezza del lavoro cui si aspira e del valore della giurisdizione,  nonchè nella percezione della sua funzione a servizio alla collettività.

 Morena Plazzi:  Esiste, tecnicamente, la soluzione al problema delle pari opportunità in magistratura? Ripensando la tua storia professionale pensi che oggi sarebbe stata più semplice? Può esistere una parità nel lavoro senza una effettiva parità nella rappresentanza e nella dirigenza?

Gabriella Luccioli: Indubbiamente essermi trovata unica donna in molti momenti della mia vita professionale e in tanti contesti diversi ha richiesto una grande fatica e una grande responsabilità: la fatica di rendermi credibile, di conquistare la stima e il rispetto, per nulla scontati, di un universo coniugato da sempre al maschile, la responsabilità di inventare un modello di giudice che non negasse, ma rispettasse e riflettesse il mio essere donna.

Ovviamente entrare oggi a far parte di un ordine giudiziario composto al 54% da donne non può comportare questa fatica e questa responsabilità.

Ciò tuttavia non significa che al nostro interno non si ponga un problema di pari opportunità. Le percentuali di donne titolari di  incarichi direttivi e semidirettivi, pur in netta crescita rispetto ad alcuni anni or sono, sono ben lontane dal riflettere la composizione per genere della magistratura. Nessuna donna è mai diventata Primo Presidente o Presidente Aggiunto della Corte di Cassazione, Procuratore Generale o Procuratore Generale Aggiunto della stessa Corte. Mai nessuna donna è stata nominata Procuratore Nazionale Antimafia.

Per non parlare della scarsissima presenza femminile al CSM, che in alcune consiliature si è risolta in una assenza totale.

Dunque esiste ancora in magistratura un tetto di cristallo da sfondare e un pavimento di pece da rimuovere, e questa realtà  pone  una questione fondamentale, che ha a che fare con la democrazia del sistema.

Occorre contrastare il diffuso convincimento, basato sul falso presupposto che donne e uomini sono eguali, che sia del tutto indifferente che a tenere le leve del comando sia una persona dell’ uno o dell’ altro sesso. Occorre denunziare l’ erroneità di tale posizione, che da un lato non percepisce che la presenza femminile è una necessità democratica, e non un optional, dall’ altro porta all’ inaccettabile risultato di una perdurante forte  carenza di donne nei centri decisionali, dall’ altro lato ancora dimostra di ignorare totalmente la vastissima letteratura e gli infiniti studi, non soltanto del  nostro Paese, in tema di differenza di genere.

La scarsa presenza femminile nelle posizioni di vertice, che in Italia assume i caratteri di un fenomeno diffuso e che conferma con la forza inconfutabile dei numeri l’insufficienza della uguaglianza meramente formale, ha indotto la politica ad intraprendere azioni dirette alla promozione di pari opportunità tra donne e uomini, al fine di raggiungere risultati di pari rappresentanza. Ricordo tra l’altro come esempi felici la composizione assolutamente paritaria del Governo Renzi nel 2014 e da ultimo l’ impegno della presidente della Commissione Europea Ursula von Der Leyen per una partecipazione paritaria di genere nella formazione della Commissione.

Eppure a tali strategie ed alle esigenze ad esse sottese pochi e poche sembrano sensibili all’ interno della magistratura. Basti  richiamare al riguardo la bocciatura della mozione diretta ad introdurre una piccolissima modifica alla Carta dei Valori  avvenuta nell’ assemblea di Area dello scorso giugno, in esito ad un dibattito di certo non esaltante.

Si continua, anche da parte dei colleghi più progressisti, a trincerarsi dietro il mantra dell’eguaglianza formale, che ovviamente non è in discussione, non considerando che l’ eguaglianza si realizza soltanto con la partecipazione effettiva e paritaria di donne e di uomini ad ogni livello di responsabilità.

Nonostante le azioni positive - già previste dal Trattato di Maastrich del 1992 come misure destinate a prevenire o compensare gli svantaggi che penalizzano le donne nella loro carriera professionale - abbiano trovato ingresso nella normativa nazionale primaria e secondaria, il t. u. sulla dirigenza approvato dal CSM nel 2015 manca di qualsiasi elemento di promozione delle pari opportunità, limitandosi ad un generico richiamo nel suo  secondo articolo al rispetto delle pari opportunità e al fine di promuovere l’ equilibrio tra i generi.

Quanto alla composizione del CSM, mi limito ad evidenziare che i tentativi esperiti in un recente passato di riformare la legge elettorale in modo da garantire una adeguata rappresentanza di genere non hanno avuto seguito, ed anzi sono ora radicalmente soppiantati dall’ aberrante proposta del  sorteggio: il riferimento è alla proposta di legge Ferranti n. 4512 del 2017  della passata legislatura, che ha avuto il merito di far uscire il tema  dal circuito ristretto degli addetti ai lavori e di porlo tra le questioni di interesse generale da affrontare in sede di riforma del CSM, nonché ai lavori della Commissione Scotti e  al successivo  tavolo ANM/ADMI istituito presso il  Ministero della Giustizia.

Una femminilizzazione così accentuata della magistratura pone l’ esigenza improrogabile di realizzare la piena democraticità dell’ organo di autogoverno mediante la previsione normativa di misure di riequilibrio, nel quadro  dei principi costituzionali e dei vincoli comunitari e internazionali.

Morena Plazzi: In questi mesi il Consiglio Superiore della Magistratura è al centro di vicende che ne hanno pesantemente colpito l’ immagine di indipendenza interna ed esterna. Personalmente, come hai vissuto questa situazione? Dobbiamo parlare di una caduta morale di alcuni o di una vera e propria crisi dell’ istituzione?

Gabriella Luccioli: Le indagini in corso presso la Procura di Perugia, ed in particolare l’ utilizzo di quello strumento diabolico chiamato trojan, hanno consentito a tutti noi di essere testimoni dal vivo di  quell’  intreccio di cene e dopo-cene, di quegli incontri carbonari   tra consiglieri, ex consiglieri e politici, di  ascoltare squallidi colloqui caratterizzati  dall’ uso, almeno da parte di alcuni, di un linguaggio da scaricatori di porto, offrendoci uno spaccato di consuetudini amicali  e stili di vita prima non immaginati.

Eppure, a ben riflettere, quelle frequentazioni  e quelle pratiche di comportamento non nascono dal caso e non appaiono così eccentriche se messe in relazione a ciò che da tempo si sapeva o si supponeva sul ruolo delle correnti e sulla loro forza di pressione nelle politiche consiliari: troppo spesso abbiamo assistito,  anche in un recente passato, al prevalere nelle nomine ad uffici direttivi o semidirettivi non delle persone più attrezzate sul piano tecnico e su quello organizzativo, ma di soggetti ben collocati all’ interno dei gruppi o quanto meno noti per la loro capacità di tessere relazioni nel mondo della politica e non solo.

Tante nomine a pacchetto, alcuni ritardi esorbitanti nell’ emettere importanti delibere, errori clamorosi di alcuni medaglioni, designazioni chiaramente dirette a coronare con un incarico prestigioso una carriera alla vigilia del pensionamento, hanno posto seri interrogativi sull’ indipendenza dell’organo di autogoverno.

Ed allora appare necessario superare lo sconcerto e lo stupore per affrontare il problema alle radici, consapevoli che la sua gravità sta soprattutto nel fatto che al nostro interno ne vanno reperite  le  cause, e svolgere una severa riflessione sui guasti di certo associazionismo, sui rapporti tra magistratura e politica, su alcune scelte di politica giudiziaria.

Va preso atto che negli ultimi anni ha preso corpo  una sempre più marcata assimilazione della magistratura alla politica ed alle sue degenerazioni: questo è avvenuto ed avviene quando a livello personale ci si ispira ad un carrierismo esasperato e si è mossi da un’ambizione miope che diventa la cifra di ogni scelta professionale, quando si incarna un protagonismo deteriore e di corto respiro, ma anche quando si fa proprio il modello di un giudice burocrate, che orienta la sua condotta verso l’ amore del quieto vivere e verso il disimpegno, fino a scadere  nell’ individualismo e nel conformismo più innocuo.  

A livello associativo questo è avvenuto ed avviene quando si sostituisce a quel dibattito sui valori della giurisdizione e sulle grandi scelte di politica giudiziaria che rese grande il Congresso di Gardone la pratica del qualunquismo, del microcorporativismo e si innesta una campagna elettorale permanente, rinunciando a concepire le correnti come luoghi di elaborazione culturale e politica, come sedi di confronto tra le varie opinioni e di arricchimento reciproco.

Va in definitiva riconosciuto che quanto è avvenuto è frutto di  una crisi da tempo in atto, per l’ incapacità della magistratura di  rinnovarsi al proprio interno e di prendere le distanze da ogni contiguità  con centri di potere politico o di altra natura. Una contiguità pericolosa non solo perché mette a rischio il valore dell’ indipendenza nella pratica del giudicare, ma anche perché la politica non si serve dei migliori, ma è sempre alla ricerca di spiriti non liberi, suscettibili di essere cooptati o asserviti.

Da questa crisi non solo nessuna corrente, ma nessun magistrato può chiamarsi fuori, perché il recupero della fiducia dei cittadini può avvenire soltanto se ciascuno sarà capace di confrontarsi, singolarmente e nella vita associativa, con la questione morale.

E’ necessario che si recuperi in pieno il senso della giurisdizione, ponendo termine a quella frenetica rincorsa ad incarichi, prebende, scorciatoie che hanno caratterizzato e tuttora caratterizzano il percorso di molti (prevalentemente uomini) e nutrendosi della consapevolezza che l’ indipendenza è posta a  servizio della collettività,  e non costituisce un  privilegio di casta.  

E va forse ripresa la proposta avanzata da  Claudio Castelli in un  recente intervento di rilanciare il codice etico, quel patto che abbiamo stretto con i cittadini per dare loro conoscenza delle regole che siamo tenuti a rispettare e quindi fornire elementi di certezza sui nostri comportamenti, per tale via consolidando la fiducia e il rispetto di cui ognuno di noi e la magistratura nel suo complesso devono godere nella società. Occorre altresì   ricordare che il codice etico è dotato di una valenza biounivoca, in quanto i suoi precetti si rivolgono anche e soprattutto ai  magistrati, attraverso indicazioni sulla  condotta da tenere nella vita sociale, nei rapporti con le istituzioni, con i cittadini e gli utenti della giustizia, con la stampa, nonché nell’ esercizio delle funzioni, così che in esso possiamo cogliere lo strumento per costruire una comune coscienza etica.

 Morena Plazzi: Dopo alcuni decenni di lavoro succede, a me, di sentirmi distante dalla sensibilità dei colleghi più giovani e di cadere nella tentazione del fervorino sull’ impegno e sugli ideali. Mi fermo un attimo prima di sentirmi già anziana. Nel corso della tua carriera ci sono stati momenti  in cui ti sei sentita diversa, per formazione, per la tua “idea del lavoro di magistrato” da una nuova generazione di magistrati? E come hai fatto ad evitare la retorica?

Gabriella Luccioli: Ho avuto il privilegio di compiere più della metà del mio percorso professionale in Cassazione, prima come magistrato del Massimario, poi come consigliere, quindi come presidente e infine presidente titolare della prima sezione civile. La lunga permanenza presso detta sezione mi ha dato l’opportunità di lavorare con colleghe e colleghi validissimi, in una piena sinergia e una totale condivisione di valori e di etica professionale, instaurando rapporti personali ispirati a cordialità e solidarietà.

Ho però vissuto l’ esperienza  cui nella domanda si fa riferimento in altre occasioni, generalmente in contesti associativi, nel confronto con giovani magistrate. Ho percepito in molte di loro una lontananza preconcetta dai problemi di genere, che non sfiorano il loro presente: un distacco che le esonera da ogni impegno verso la parità, salvo più tardi sperimentare sul piano personale e ciascuna attraverso il proprio specifico percorso che la discriminazione esiste ancora in molte forme più o meno manifeste e che vi è un diverso prezzo da pagare per uomini e donne per la propria realizzazione professionale.  

Ho avvertito spesso nelle giovani colleghe - ma ovviamente non in tutte - la tendenza a nascondere sotto  quella toga così faticosamente conquistata la specificità dell’ essere donna e a respingere ogni sollecitazione  a cambiare le molte cose che sono da cambiare in quanto discriminano le donne;  una incapacità di rifiutare  trattative al ribasso e di mettere in campo quell’ attenzione verso tutti i segnali di sessismo che tante  persone non vedono, denunciando gli stereotipi che tuttora ostacolano un corretto rapporto tra i sessi e contestando quelle pratiche che attraverso criteri di selezione apparentemente neutri finiscono con il penalizzare le donne nella loro attività professionale. L’ impressione che ho tratto da tali incontri è purtroppo fortemente negativa, in quanto quel distacco e quel rifiuto non sono segno di modernità, non sono un guardare avanti, ma un restare indietro, arroccandosi su sterili posizioni di parità formale, e quindi di conservazione.

Per quanto le pagine della cronaca giudiziaria siano riempite da indagini e processi penali, sempre più spesso vediamo i giudici civili interrogati sui temi della vita, dell’identità, della dignità umana. E’ la supplenza ad un legislatore non adeguato o pensi che sia un ruolo che la magistratura deve rivendicare e mantenere?

Gabriella Luccioli: L’esperienza di questi ultimi anni in particolari materie definite eticamente sensibili testimonia quanto l’intervento del giudice civile abbia costituito un fattore di cambiamento nella promozione e nell’ implementazione dei diritti fondamentali. I terreni sui quali il formante giurisprudenziale ha esercitato con maggiore frequenza ed intensità il ruolo di elemento propulsivo è certamente quello del diritto delle persone e della famiglia, anche in regione del travaso nel nostro ordinamento di molteplici pronunce della Corte di Strasburgo, e quello del biodiritto, ossia di quel settore del diritto che attiene ai grandi temi del vivere, del nascere e del morire, in un intreccio indissolubile tra vita, etica e diritto, reso ora tanto più drammatico dalla possibilità di  prolungare artificialmente  per un tempo indefinito la vita di persone in stato di incoscienza irreversibile.

Di fronte alla realtà fortemente magmatica che caratterizza tali settori di intervento il compito dei giudici è stato ed è quello di comprendere la modernità, non per seguire o assecondare nuove mode o tendenze, che sono fenomeni effimeri, ma perché ogni cambiamento sul piano culturale e sociale impone al sistema giudiziario di intercettarlo, esaminarlo e dare riscontro alle istanze dei cittadini che da esso scaturiscono.

E’  chiaramente compito del legislatore - un compito che può in taluni casi divenire obbligo - dettare le norme che non solo la società, ma anche le varie Corti reclamano a tutela dei diritti fondamentali: il riferimento più immediato è alla recentissima sentenza  della Corte Costituzionale in materia di suicidio assistito, che dopo aver  inutilmente invitato il Parlamento a disciplinare entro un termine dato la tematica, all’ udienza del  24 settembre ha dichiarato - come si legge nel comunicato stampa - che non è  punibile ai sensi dell’ art. 580 c.p., a determinate condizioni, chi agevola l’ esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili , ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli,  sollecitando ancora una volta l’ intervento del legislatore, definito indispensabile, per una compiuta disciplina della materia.

Nel contempo ai giudici resta il dovere - da assolvere con prudenza istituzionale, ma senza timidezze - di assicurare la tutela sia di diritti da tempo acquisiti, sia di diritti emergenti, attraverso un’opera non solo di applicazione del dato normativo statuale, ma anche di integrazione delle fonti, adeguando il sistema agli sviluppi rapidissimi della scienza e della tecnica, al continuo mutare del costume e del sentire dei cittadini ed alle nuove istanze di tutela.

In questo ruolo del giudice di garante dei diritti non può ravvisarsi    un arbitrario sconfinamento nel potere legislativo, tale da porre a rischio - secondo il pensiero di qualche commentatore - la legittimazione democratica delle istituzioni rappresentative: ed invero è proprio la latitanza della politica in importanti settori che attengono ai diritti fondamentali che determina la crescente richiesta di tutela in via giurisdizionale e la conseguente doverosità della risposta di giustizia.  Ed è evidente che una interpretazione della disciplina vigente impegnata a cogliere tutte le potenzialità evolutive in essa racchiuse, in un quadro composito di norme di matrice interna e sovranazionale, rispetta pienamente  il principio di divisione dei   poteri e quello di legalità. E’ indubbiamente vero che per tale via si verifica una crescita del  potere giudiziario, secondo una linea di tendenza peraltro comune a tutte le democrazie liberali, ma ai rischi connessi al   potenziamento della funzione giurisdizionale  nella costruzione del diritto vivente ogni giudice deve far fronte con un forte lavoro di affinamento della propria professionalità ed un aggiornamento costante sulle fonti, impersonando un modello professionale che sappia integrare preparazione, umanità e senso dell’ istituzione.

La posta in gioco è la fiducia dei cittadini nella giustizia e la tenuta del patto che lega i cittadini e le istituzioni.

3.  Conclusioni

Dopo aver letto le risposte date da Gabriella Luccioli ho pensato che questa intervista si sarebbe intitolata così: CON LA TOGA

Ho pensato questo perché se il dato biografico ci dice che la Presidente Luccioli è in pensione dal 2015, parole e contenuti di questa intervista mi hanno restituito una meravigliosa immagine di presenza viva e partecipazione attenta alle vicende della magistratura italiana, alla sua evoluzione alle sue prospettive. Gabriella Luccioli mantiene davvero la toga sulle spalle e lo fa in modo ben brillante e senza timidezze, restituendoci dati della sua esperienza per farne richiamo concreto a come siamo a come dobbiamo sforzarci di essere per mantenere fede al nostro ruolo istituzionale con gli occhi ben aperti alla realtà che ci circonda. Preziose le osservazioni sul ruolo del giudice interprete chiamato a “comprendere la modernità”, e per questo costantemente impegnato a mantenere ad un livello elevato la propria professione “impersonando un modello professionale che sappia integrare preparazione, umanità e senso dell’ istituzione”.Direi quasi provocatorie, per quanto dirette e circostanziate, le considerazioni sulle donne in magistratura oggi e in particolare sul rischio che la loro presenza numericamente maggioritaria porti a ritenere argomento non attuale, o di scarso interesse, quello della specificità dell’essere donna “e a respingere ogni sollecitazione  a cambiare le molte cose che sono da cambiare in quanto discriminano le donne”.

Ho trovato nelle parole di Gabriella, giurista, presidente, collega la prova di quello che lei stessa ci dice a proposito dell’impegno e dei sacrifici fatti per indossare la toga di magistrato, per fare questo lavoro certi della sua bellezza, del valore della giurisdizione,  nella percezione della sua funzione a servizio alla collettività.Quando la vedi così, di questa toga non ci si spoglia mai.

 

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