GIUSTIZIA INSIEME

ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68 presso il Tribunale di Roma

    LA QUESTIONE MORALE PER IL GIUDICE TRA IL SECONDO E IL TERZO MILLENNIO, intervista a tre magistrate.

    LA QUESTIONE MORALE PER IL GIUDICE TRA IL SECONDO E IL TERZO MILLENNIO, intervista a tre magistrate.

    LA QUESTIONE MORALE PER IL GIUDICE TRA IL SECONDO E IL TERZO MILLENNIO, intervista a tre magistrate.

    Intervista di Paola Filippi a Morena Plazzi, Elisabetta Pierazzi e Beatrice Bernabei

    Sommario: 1. La scelta del tema . - 2. Le domande. -3. Le risposte. - 4. Le conclusioni.

    1.La scelta del tema.

     L'intervista in tema di questione morale  di G.I., questa volta, è a tre magistrate:  Morena Plazzi,  Elisabetta Pierazzi e Beatrice Bernabei.  Morena e Elisabetta  sono  entrate in magistratura "nel secondo millennio", hanno vissuto l'epoca dei magistrati assassinati,  tra terrorismo e mafia, e pure l'epoca dei magistrati corrotti  in uffici romani, fatti  entrati nella storia del malaffare, per cui sapevamo indignarci piu' di quanto abbiamo fatto recentemente per i magistrati corrotti dell'ufficio di prevenzione di Palermo. Beatrice Bernabei è un magistrato del terzo millennio è entrata in magistratura all'epoca della contagiosa insoddisfazione dei magistrati di mezza età in lizza per una poltrona, l'epoca dei carichi esigibili e dei sindacalismi, ovvero in un'epoca in cui la questione morale, diciamocelo francamente, è stata lasciata in un cono d'ombra.

    Siamo tornati sul tema  della questione morale, come anticipato, perché, lo ribadiamo,  il danno provocato dall’"immoralità"   del giudice,  nell'accezione ampia  individuata  nella prima intervista (https://www.giustiziainsieme.it/it/le-interviste-di-giustizia-insieme/675-la-questione-morale-per-il-giudice-tra-il-secondo-e-il-terzo-millennio) , deve essere affrontato da piu' punti di vista e con il contributo di tutti;   solo cosi’ nella piena consapevolezza del male e solo “insieme” si puo` aspirare a individuare, sviluppare e diffondere gli anticorpi. Interessante a questo proposito il decalogo (in corso di pubblicazione in Foro Italiano) del prof. Proto Pisani (consigliere laico del Csm nel quadriennio 1994-1998) richiamato nell'intervista al prof. Giorgio Costantino

     2.  Le domande.

     1. Qual è il  significato e cosa si intende per “questione morale”?  Quando,  come e perché, all'interno della magistratura, si è cominciato a parlare di questione morale?

     2. Il dibattito ha portato  ha portato  risultati positivi?

     3. In quale direzioni dovrebbero impegnarsi i magistrati del terzo millennio per riportare al centro dell'attenzione la questione  morale? Quale secondo Te la via da seguire per porre a monito dei giovani magistrati che  la funzione giurisdizionale implica grandi responsabilità, pretende un' integrità assoluta e come, anche solo l'apparenza, sia essenziale  per la salvaguardia  della propria toga  e con quella del prestigio e  di tutti i magistrati ?

    3. Le risposte.

    1.Qual è il  significato e cosa si intende per “questione morale”?  Quando,  come e perché, all'interno della magistratura, si è cominciato a parlare di questione morale?

    MORENA PLAZZI: Le parole “questione morale” sono state, per molto tempo, a partire dall’intervista del 1981 di Scalfari ad Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, associate al mondo della politica, alla vita dei partiti, alle condotte tenute da esponenti di partito inseriti in ambiti istituzionali e che in quegli ambiti avevano tenuto comportamenti illeciti o anche solo moralmente censurabili realizzando di fatto una “occupazione” delle istituzioni per ragioni ed interessi di parte, o addirittura personali.

    Di “questione morale” nella magistratura si è iniziato a parlare, esplicitamente, molto più tardi; inizialmente il tema si proponeva con l’emergere di singole vicende processuali nelle quali venivano coinvolti magistrati direttamente coinvolti in vicende di malaffare, corrotti, abituati a far merce del loro mestiere. Era il tempo di una “questione morale” nella magistratura, di un seme di corruzione caduto ora in quella sede, ora nell’altra a deturpare un ambiente fondamentalmente immune. Così al deflagrare della notizia di un arresto, di una perquisizione, di una chiamata in correità di un magistrato hanno fatto seguito dure prese di posizione, comunicati, documenti della magistratura associata. La ricerca testuale sul sito dell’ANM aiuterà la memoria di chi fa il magistrato da molti anni, quasi 30 come nel mio caso, conforterà la giusta curiosità dei più giovani (con la precisazione che i documenti meno recenti caricati sul sito risalgono solo al 2010, ma vi assicuro che si può andare anche più indietro)

    Ma ora, adesso, siamo nei tempi di una “questione morale” della magistratura e non già per un incremento numerico di vicende penali nei quali si vedano coinvolti magistrati o magistrate; quei numeri probabilmente (ma esiste una statistica?) potrebbero anche restare immutati. La questione morale oggi è data da un progressivo distacco di una parte del corpo della magistratura dalla consapevolezza del proprio ruolo e della propria funzione a favore di un progressivo concentrarsi su carriere ed incarichi, promozioni ed investiture per ottenere i quali è più facile scegliere strade agevolate da rapporti personali che evolvono in vere e proprie clientele.

    ELISABETTA PIERAZZI : Non sono certa di sapere rispondere a questa domanda. La questione morale esiste in magistratura così come esiste in ogni ambito della vita pubblica e privata nella quale si esercita un potere. Io sono entrata in magistratura nel ’94 e c’erano stati, anche a Roma, casi eclatanti di corruzione di magistrati di peso che in parte sono venuti alla luce più tardi. Penso alla vicenda Squillante, presidente della sezione GIP ed all’immenso apparato corruttivo che è emerso dalle indagini; ai procedimenti a carico anche del giudice Metta per l’annullamento del lodo Mondadori, al processo del 2010 a carico dell’aggiunto Achille Toro, ma purtroppo molte altre vicende da allora hanno investito ed investono trasversalmente uffici giudiziari grandi e piccoli in ogni parte d’Italia. Per quanto mi riguarda, dunque, la consapevolezze dell’esistenza del problema c’è sempre stata e il dibattito nel gruppo e tra i colleghi con i quali mi confrontavo è sempre stato vivo sul punto.

    Molti di noi sono entrati in magistratura spinti dall’esempio di colleghi che hanno dato letteralmente la vita per la giustizia, anche a Roma (in questi giorni ricorrono i terribili anniversari degli omicidi di Mario Amato e Vittorio Occorsio); la realtà però è spesso più prosaica ed a volte non vogliamo vederla perché è più faticoso convivere con la consapevolezza che al nostro interno non ci sono solo eroi. Ciò non vuol dire affatto che i magistrati siano una categoria corrotta, tutt’altro. Io ho sempre conosciuto una stragrande maggioranza di colleghe e colleghi che vivono con abnegazione e con impegno quotidiano la loro funzione, ma ciò non toglie che ci sono anche esempi di comportamenti neghittosi, compiacenti e non coraggiosi che abbiamo il dovere di riconoscere come l’anticamera dello svilimento della funzione e, in alcuni casi estremi, purtroppo, della corruzione.

    Aggiungo una considerazione: fare il nostro lavoro non è affatto facile; le condizioni nelle quali molti di noi operano sono assolutamente inadeguate, manca una visione complessiva, mancano risorse e quelle che ci sono sono male organizzate, i carichi di lavoro sono spesso soverchianti e troppo spesso si ha l’impressione di lavorare per macinare acqua. Sappiamo dai rapporti annuali del CEPEJ che i magistrati italiani sono i più produttivi d’Europa ma questo non si traduce in qualità del servizio che rendiamo mentre la qualità della vita lavorativa è gravemente deficitaria. Credo che a volte la stanchezza e la sfiducia nella possibilità di vedere cambiata in meglio la propria condizione lavorativa sia una delle spinte maggiori verso strategie di sopravvivenza alternative, che fanno sì che ci si rivolga al collega che può, per l’incarico che riveste, aiutare a raggiungere posizioni più tranquille come per esempio incarichi che prevedono esoneri lavorativi, posizioni fuori ruolo, e via così. Non si tratta qui di dare la croce addosso a nessuno, ma è necessario comprendere con urgenza che la risposta clientelare non può essere la risposta della magistratura italiana ad un problema strutturale, che deve essere risolto in altro modo e sul quale dobbiamo chiarire con forza dove sono le responsabilità.

    C’è quindi evidentemente una questione morale, ma c’è prima ancora una questione etica.

      BEATRICE BERNABEI : La questione morale è stata da qualcuno definita come l'occupazione delle istituzioni da parte dei partiti. Le istituzioni sono e dovrebbero essere depositarie dell'interesse generale dello Stato, mentre i partiti sostengono ciascuno la propria visione del bene comune e, su quella base, chiedono il consenso dei cittadini. Se i partiti entrano nelle istituzioni, allora le istituzioni non curano più l’interesse generale, ma quello partitico.

    In magistratura, di questione morale si potrebbe parlare – e se ne è parlato - in una duplice accezione: l’una fisiologica, l’altra patologica.

    Sotto il profilo fisiologico, si parla tradizionalmente di questione morale quando le scelte delle istituzioni sono ispirate non già al miglior perseguimento dell’interesse pubblico, ma alla logica della spartizione e dello scambio correntizio; logica che dà la stura ad inaccettabili meccanismi di tipo clientelare.

    Sotto un profilo patologico, all’interno delle istituzioni entrano non più “le correnti”, ma addirittura i partiti politici. In tal modo, viene messo in discussione non tanto e non solo il miglior perseguimento dell’interesse pubblico, ma il principio di separazione dei poteri e lo Stato di diritto.

    Ad entrare in crisi è la stessa Costituzione che, all’art. 104, stabilisce che «La magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere». E se il politico è l’imputato allora la condotta potrebbe avere un rilievo non solo morale ma anche disciplinare (artt.  2 e 3 d.lgs. 109/2006). Questione morale in senso patologico vuol anche dire che il magistrato può essere disonesto ed esso stesso commettere reati.

    Di questione morale in magistratura si è sempre parlato. Se ne parla quotidianamente nella sua accezione fisiologica. Di questione morale in senso patologico se ne parla meno spesso, ogni qualvolta gli onori della cronaca portano sotto i riflettori commistioni tra politica e magistratura o - addirittura – casi di vera e propria corruzione.

    2.Il dibattito ha portato a risultati positivi?

    MORENA PLAZZI: La risposta mi sembra obbligata ed è negativa. Certo, il dibattito e anche le iniziative organizzate di quella, grande, parte della magistratura che ha tuttora ben chiari quali siano i doveri del magistrato hanno portato alla redazione di un codice deontologico del magistrato, alla creazione del collegio dei probiviri in ANM, alla redazione di comunicati e documenti. Evidentemente non era la cura risolutiva.

    La realtà è che esiste, ben più numerosa di ogni altra, una magistratura che non ha e non ha mai avuto necessità di codici e regole deontologiche per sapere come regolare la propria condotta dentro e fuori gli uffici, consapevole del ruolo e della funzione ricoperti e quindi perfettamente coerente con queste convinzioni.

    Non è questa la magistratura che fa notizia e scandalo ma potrebbe essere la magistratura che si stanca di un autogoverno inadeguato e infiltrato dal  virus innestato da parole come “carriera” cui hanno fatto seguito le “cordate”, i “pacchetti” e le “segnalazioni”. Un virus che ha continuato a lavorare intaccando settori sempre più ampi del nostro ambiente senza trovare in realtà, a parte la delusa insofferenza dei più, strumenti di reazione e contenimento adeguati.

     ELISABETTA PIERAZZI Penso che un risultato positivo sia la formalizzazione del codice etico che, se venisse messo in pratica, risolverebbe brillantemente il problema della questione morale. Non mi sembra inutile inserire il link al testo che si trova sulla pagina online dell’Associazione nazionale magistrati: http://www.associazionemagistrati.it/codice-etico

    Sul piano pratico ho non da oggi la sensazione che vi sia stata nel corso degli anni una caduta di tensione su questo tema, con uno scivolamento verso la tolleranza di condotte che, se non illecite, non sono tuttavia state limpide. Mi riferisco non tanto ad atti francamenti corruttivi quali decisioni giudiziarie viziate da interessi esterni, ma a scelte dell’autogoverno che hanno nei fatti evidenziato come il merito fosse solo una delle variabili delle scelte e neppure la più importante.

    E’ una colpa enorme, perché come un giudice corrotto mina la fiducia nell’intera magistratura una sola decisione orientata da legami personali o di gruppo e non da criteri trasparenti danneggia la credibilità dell’intero autogoverno. E offre un formidabile assist a chi, dall’esterno, l’indipendenza e l’autogoverno della magistratura non li vuole perché ha interesse ad una magistratura addomesticata. Questa è la responsabilità di chi si candida a governare la magistratura, e troppe volte sembra che questa responsabilità sia stata poco compresa.

     BEATRICE BERNABEI : Il terremoto che ha colpito recentemente l’organo di autogoverno della magistratura dimostra che il dibattito non ha sortito alcun effetto, tanto meno positivo.

     Di questione morale in senso fisiologico si è parlato evidenziando la necessità della riaffermazione del merito rispetto alle logiche di tipo correntizio. Il discorso, tuttavia, si è arenato non appena ci si è resi conto che, più che di un dibattito, si trattava di un monologo, in quanto le altre correnti poco interessate all’argomento.

    Per quanto riguarda, invece, la questione morale in senso patologico, ci si è limitati ad evidenziare la necessità di evitare i cancelli girevoli tra politica e magistratura, ossia introdurre meccanismi che evitino o regolino il passaggio del magistrato alla politica e viceversa. Per il resto, ci si è limitati a punire i colpevoli senza mai approfondire a dovere la reale questione della commistione tra politica e magistratura.

    3. In quale direzione dovrebbero impegnarsi i magistrati del terzo millennio per riportare al centro dell'attenzione la questione morale? Quale secondo te la via da seguire per porre a monito dei giovani magistrati che la funzione giurisdizionale implica grandi responsabilità, pretende un'integrità assoluta e come, anche solo l'apparenza, sia essenziale per la salvaguardia non della propria toga ma del prestigio di tutti i magistrati. 

    MORENA PLAZZI; La questione morale, in primo luogo, è una questione di comportamenti.

    Da magistrato anziano ho avuto la fortuna di ascoltare, in uno dei primi incontri di formazione come uditore, Paolo Borsellino che ci spiegava l’importanza dell’essere così come dell’apparire indipendenti e “terzi” agli occhi di tutti, ed i sacrifici affrontati per porre la giusta distanza con l’ambiente nel quale era cresciuto, addirittura con amici e compagni di studi, in nome di questa scelta. Non l’ho mai dimenticato. Siamo magistrati per scelta e non per privilegio, non ce lo ha imposto nessuno: di questa scelta e delle sue conseguenze dovremmo farci carico.

    Lo ammetto: la procedura di selezione della magistratura attraverso una preparazione esternalizzata e sfinente come quella degli ultimi anni non ci aiuta a riprendere un discorso così impegnativo da apparire al magistrato del terzo millennio più moralistico che convincente.

    Tuttavia, proprio la gravità delle vicende che hanno portato la magistratura al più basso livello di fiducia da decenni a questa parte, deve costringerci ad un impegno di ri-formazione della magistratura; e dunque perché il tema “questione morale “ ritorni centrale dovrà essere precisa responsabilità dei Consigli Giudiziari  la scelta dei magistrati collaboratori e affidatari disponibili ad una formazione organizzata anche attraverso spazi di discussione e condivisione delle scelte giurisprudenziali dell’ufficio, analisi della normativa consiliare, educazione all’autogoverno come specifico profilo professionale, con il rifiuto di una formazione esclusivamente focalizzata su  numeri e produttività ai quali si sono spesso collegati bisogni di “tutela” e copertura che non fanno parte del DNA del magistrato.

    Alla dirigenza degli uffici giudiziari devono essere imposte regole di effettiva trasparenza nella ripartizione di incarichi di “fiducia” e condivisione della dirigenza: interpelli obbligatori ma anche obbligatoria rotazione con limiti temporali massimi corrispondenti alla vigenza delle tabelle organizzative degli uffici (termini da applicarsi anche ai progetti organizzativi delle Procure). E ancora, sarebbe il momento di ammettere la necessità del ricorso a fonti esterne qualificate nelle valutazioni professionali in occasione di presentazione di domande per incarichi direttivi e semidirettivi ed al contempo rimodulare e semplificare le semplici valutazioni di professionalità sì da escluderne la proiezione in funzione carrieristica (la rassegna delle “medagliette”..).

    Mentre scrivo mi rendo conto che molte di queste idee non sono certo una mia esclusiva: piuttosto si tratta di alcuni dei tanti spunti emersi da una chiacchierata, da un convegno, da un’assemblea nel corso di questi anni in magistratura.

    E’ forse nel non essere soli, nel non lasciare soli, nel non sentirsi soli ma nel fare gruppo che potremo trovare parole e strumenti giusti per vincere la questione morale?

    ELISABETTA PIERAZZI: Questa è la domanda che mi piace di più. Innanzitutto non credo che i giovani magistrati abbiano più bisogno di chi questo mestiere lo fa da più tempo di essere richiamati al rigore morale. Anzi, a vedere quello che accade sembrerebbe il contrario. In realtà la via da seguire è chiara ma non facile: serve l’esempio. Chi entra in magistratura spesso ha una visione idealizzata della funzione e della categoria, che a volte già durante il tirocinio subisce un ridimensionamento.

    E’ evidente che nessuna affermazione astratta dei doveri di indipendenza e di imparzialità, dell’etica del lavoro, della correttezza verso le parti ed i colleghi potrà essere credibile se i modelli concreti dei giovani colleghi saranno di segno contrario, veicoleranno un modo di fare il magistrato che contrasta nei fatti con i principi declamati. Penso a chi fin dai primi momenti insegna con l’esempio e a parole che è indispensabile iscriversi ad una corrente se si vuole “fare carriera”, a chi mostra di mettere l’esercizio della giurisdizione in secondo piano rispetto ad attività collaterali finalizzate a costruirsi titoli e a guadagnarsi galloni, in generale a chi “non si accontenta” della propria funzione, forse perché ha perso o non ha mai avuto la capacità di comprendere fino in fondo il significato dell’enorme potere che gli è stato affidato sulla vita delle persone e non sente di dovere migliorarsi continuamente per perdonarsi di avere scelto di esercitarlo.

    Deve essere sempre chiaro che questo potere che esercitiamo non è il nostro, ma ci viene dato in prestito insieme alla toga e dobbiamo usarlo con rispetto, dignità e misura. Non è semplice né scontato che una persona accetti di essere giudicata da un altro, e ognuno di noi quando fa questo rappresenta non soltanto sé stesso ma la credibilità della istituzione. Se sembra un peso insopportabile è perché, in effetti, lo è.

    Allora credo che il primo passo sia coltivare il senso della dignità, quella delle persone in nome delle quali e per le quali amministriamo giustizia ma ancor prima, perché altrimenti non sapremo riconoscerla in nessun altro, il senso della dignità propria, quella che rende semplicemente inaccettabile chiedere o ricevere come un favore ciò che si deve avere come un diritto, o barattare con qualche briciola di potere o di convenienza l’enorme privilegio della indipendenza interna e esterna che questo lavoro, ancora, garantisce a chi non lo svende come qualcuno ha fatto perché non ne è degno e non ne comprende il valore.

    E poi, sotto il profilo dell’indipendenza interna, occorre che i gruppi o correnti che dir si voglia, o per essere ancora più chiari i magistrati che vi sono iscritti, lavorino non per semplificare la vita di chi appartiene al gruppo e che poi renderà a sua volta il favore dalla posizione che grazie alla corrente ha raggiunto ma per raggiungere obiettivi trasparenti e condivisi; occorre che si smetta di percepire il lavoro del magistrato come un cursus honorum  e infine che non si tolleri che chi passa il suo tempo a cercare e ad offrire scorciatoie venga considerato un “furbo” che ha capito tutto,  ma venga invece compreso che questo modo di intendere la funzione svilisce non soltanto chi lo pratica ma mette in pericolo l’indipendenza di tutti.

     BEATRICE BERNABEI: La direzione deve essere quella della riaffermazione del primato della legge - che deve essere uguale per tutti, anche per il magistrato - e del quotidiano buon esempio da parte del collega più anziano – quello della porta a fianco - che dia sfoggio di una condotta irreprensibile ed incensurabile al collega più giovane – quello appena entrato in magistratura.

    L’art. 3 lett. l) d.lgs. 109/2006 - poi abrogato dalla l. 269/2006 - incriminava come illecito disciplinare commesso fuori dall’esercizio delle funzioni “ogni altro comportamento tale da compromettere l’indipendenza, la terzietà e l’imparzialità del magistrato, anche sotto il profilo dell’apparenza”. Sebbene la norma sia stata abrogata a garanzia della tipicità dell’illecito disciplinare a discapito della atipicità, non v’è dubbio che una tale norma di condotta debba continuare ad orientare il comportamento di ogni singolo magistrato – che deve essere ed apparire terzo, indipendente ed imparziale - pena la delegittimazione dell’intero ordine giudiziario agli occhi della collettività.

     4. Le conclusioni.

    La questione morale è rappresentata anche in questa intervista, come nella prima (https://www.giustiziainsieme.it/it/le-interviste-di-giustizia-insieme/675-la-questione-morale-per-il-giudice-tra-il-secondo-e-il-terzo-millennio), come la complessa vicenda del giudice che  tradisce la funzione nelle diverse condotte che vanno  dall’illecito penale all’immoralità, sul filo rosso dell’inosservanza dell’etica dei comportamenti.

    Abbiano assistito come  dice Morena Plazzi “ad un progressivo distacco di una parte del corpo della magistratura dalla consapevolezza del proprio ruolo e della propria funzione a favore di un progressivo concentrarsi su carriere ed incarichi, promozioni ed investiture per ottenere i quali è più facile scegliere strade agevolate da rapporti personali che evolvono in vere e proprie clientele” e questo è ben individuato come il peccato originale.

    Elisabetta Pierazzi, con estrema lucidità, sulla stessa linea individua l’origine del male  nel senso di insoddisfazione  che affligge i magistrati che li induce alla ricerca di “strategie di sopravvivenza alternative, che fanno sì che ci si rivolga al collega che può, per l’incarico che riveste, aiutare a raggiungere posizioni più tranquille come per esempio incarichi che prevedono esoneri lavorativi, posizioni fuori ruolo”. 

     Chiudere i cancelli girevoli tra politica e magistratura è la falsa soluzione di un falso problema, occorre   il quotidiano buon esempio da parte del collega più anziano – quello della porta a fianco - che dia sfoggio di una condotta irreprensibile ed incensurabile al collega più giovane – quello appena entrato in magistratura (Betrice); occorre  coltivare il senso della dignità, quella delle persone in nome delle quali e per le quali amministriamo giustizia ma ancor prima, perché altrimenti non sapremo riconoscerla in nessun altro, il senso della dignità propria, quella che rende semplicemente inaccettabile chiedere o ricevere come un favore ciò che si deve avere come un diritto, o barattare con qualche briciola di potere o di convenienza l’enorme privilegio della indipendenza interna e esterna che questo lavoro, ancora, garantisce a chi non lo svende come qualcuno ha fatto perché non ne è degno e non ne comprende il valore (Elisabetta). La soluzione è non rimanere soli (Morena)

     L’ottimismo di Giorgio Costantino che ha richiamato le parole di Max Weber (Il lavoro intellettuale come professione, tr. it. Torino, 1967, p. 43): «Ci metteremo al nostro lavoro ed adempiremo al “compito quotidiano” nella nostra qualità di uomini e nella nostra attività professionale», è un incentivo che ci fa apparire la soluzione come a portata di mano  https://www.giustiziainsieme.it/it/le-interviste-di-giustizia-insieme/679-la-questione-morale-per-il-giudice-tra-il-secondo-e-il-terzo-millennio-g-costantino 

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