ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Luigi Cavallaro, Una sentenza memorabile. Recensione di P. Sordi

Luigi Cavallaro, Una sentenza memorabile,Cacucci Editore, 2020

Recensione di Paolo Sordi

             Con Una sentenza memorabile (Cacucci Editore, 2020, nella Collana Biblioteca di cultura giuridica diretta da Pietro Curzio), Luigi Cavallaro segna un’altra tappa nel suo itinerario di riflessioni sull’Unione Europea, sulle ragioni più profonde della sua costituzione e sui rilevanti problemi che essa pone in rapporto con gli ordinamenti costituzionali degli Stati membri. Riflessioni di cui v’è traccia evidente anche in alcuni suoi scritti apparsi su Questa Rivista (v. «Se pure c’era di questi untori». Ideologia immunitaria e fantasmi comunitari del 3.4.2020, e La tutela dei diritti a prestazione tra diritto dell’Unione e Costituzione italiana: profili problematici, del 4.10.2019) e che ruotano intorno alla convinzione (supportata da molteplici ed efficaci argomenti) che la sua formazione costituisca uno degli sbocchi di un lungo percorso iniziato negli anni ’60 del secolo scorso diretto a sottomettere i pubblici poteri alle logiche del mercato, percorso indagato nella sua genealogia dallo stesso Cavallaro in Giurisprudenza. Politiche del desiderio ed economia del godimento nell’Italia contemporanea (Quodlibet, 2015).

            Ma se nell’opera da ultimo citata, l’indagine è condotta in severa applicazione delle acquisizioni al pensiero occidentale fornite da discipline quali la filosofia, l’economia e la psicologia (in un orizzonte che spazia da Marx a Keynes, da Freud a Foucault, giusto per citare alcuni dei riferimenti utilizzati dall’A. in quel saggio), il tono dello scritto che qui si recensisce è del tutto diverso, come svelato da Cavallaro già nella scelta del titolo. «Una sentenza memorabile» richiama, infatti, il titolo di un’omonima opera di Sciascia, appartenente alle “inquisizioni” dello scrittore siciliano, modello letterario cui poi l’A. dichiara esplicitamente, nella nota finale al suo scritto, di essersi ispirato.

            Oggetto dell’inquisizione è, questa volta, la sentenza del 5 maggio 2020 con cui il Tribunale costituzionale federale tedesco ha definito il procedimento promosso da alcuni cittadini della Germania federale che avevano denunciato come violative dell’identità costituzionale della Legge Fondamentale dello Stato tedesco – perché interferenti con la legge di bilancio approvata dal Parlamento di quello Stato – alcune decisioni con le quali la Banca centrale europea aveva deliberato programmi di acquisto di titoli del debito sovrano. Il Tribunale costituzionale aveva dapprima richiesto alla Corte di giustizia dell’Unione europea una pronuncia pregiudiziale di conformità alle norme dei Trattati in materia di competenze della Banca centrale, chiedendo, in particolare, se le menzionate iniziative della stessa non eccedessero dall’ambito della politica monetaria (attribuzione della Banca centrale), invadendo quella della politica economica (riservata agli Stati membri). La risposta dei giudici di Lussemburgo (espressasi nel senso della correttezza dell’operato della Banca centrale) deve essere parsa particolarmente insoddisfacente a quelli tedeschi, perché questi, non solamente hanno poi finito per dichiarare che il Governo federale e il Bundestag avevano violato la Legge fondamentale tedesca per non aver assunto misure adeguate per contestare la legittimità dei programmi di acquisto di titoli del debito sovrano da parte della Banca centrale, ma ciò hanno fatto premettendo che la vincolatività per i giudici degli Stati membri dell’interpretazione delle norme dei Trattati e degli atti compiuti da organi e istituzioni dell’Unione espressa dalla Corte di giustizia viene meno nei casi in cui quella interpretazione sia oggettivamente arbitraria perché incomprensibile. Secondo il Tribunale costituzionale federale, infatti, in simili ipotesi le decisioni della Corte europea non sono più coperte dal mandato giudiziario conferitole dal Trattato costitutivo dell’Unione (né dall’atto interno di ratifica dello stesso) e pertanto difettano del livello minimo  di legittimazione democratica richiesto dalla Legge Fondamentale tedesca per giustificare una valida cessione di sovranità all’Unione europea. 

            Sentenza, quella del Tribunale costituzionale federale tedesco, ritenuta da Cavallaro “memorabile” perché espressione della piena consapevolezza, da parte dell’alto consesso germanico, delle delicate questioni di ordine costituzionale poste, appunto, dai trattati europei e dal concreto operare delle istituzioni comunitarie (Corte di giustizia e Banca centrale, in particolare) e, al contempo, manifestazione di teutonica risolutezza nella rivelazione dei propri convincimenti.

            L’analisi della vicenda processuale e delle motivazioni della pronuncia che l’hanno conclusa costituisce per l’A. l’occasione per chiarire come i Trattati costitutivi dell’Unione siano ispirati al fine essenziale di costituire uno spazio in cui i mercati finanziari possano agire indisturbati, in quanto spazio sottratto all’esercizio dei poteri nei quali si dovrebbe incarnare la sovranità politica degli Stati membri.

            E, nel leggere le pagine dedicate a questa analisi, la cifra che ci permettiamo di scorgere è, più che quella di Sciascia, quella di Dickens, scrittore pure citato dall’A. all’inizio del libro tra gli esempi di grande letteratura sorti intorno a casi giudiziari. Come i capolavori del romanziere inglese, nei quali una tagliente analisi sociale era spesso condotta con un sottile e irresistibile umorismo, questo saggio di Luigi Cavallaro è divertente nel senso nel senso più profondo del termine, composto com’è da un susseguirsi di considerazioni “diverse” da quelle che costituiscono la vulgata comune, espresse con toni di irresistibile arguzia e ironia.

            Da questo punto di vista, l’apice del saggio, sia sul piano dell’acutezza dell’analisi e della centralità che i suoi esiti assumono nell’ambito del generale discorso condotto nell’opera, sia su quello della pura qualità letteraria, è costituito dalle pagine dedicate al rapido riepilogo della vicenda dell’affermazione di quella che l’A. definisce la duplice impostura fondativa dell’Unione Europea (vale a dire l’assunto secondo cui un’economia di mercato può raggiungere un equilibrio ottimale a condizione che si lasci libero corso alla concorrenza sottratta all’esercizio di poteri pubblici e quello della neutralità della politica monetaria), narrata con un crescendo che assume un tono quasi epico che rende la vicenda accomunabile non solamente a quella pure richiamata dall’A. (le falsificazioni elaborate dall’abate Vella nella Palermo di fine ’700), ma forse addirittura a quella della Donazione di Costantino. Infatti, se la prima procurò al suo artefice soltanto un’effimera fama e un’altrettanto effimera cattedra universitaria, la seconda fu assunta a fondamento di un preciso assetto di rapporti tra soggetti politici (Papi e Imperatori), obiettivo certo maggiormente affine a quello che Cavallaro attribuisce all’impostura di cui egli tratta (anche se il fatto che la Donazione di Costantino fu dimostrata falsa solamente dopo circa sette secoli e quando chi l’aveva strumentalizzata non ne aveva più bisogno – avendo la Chiesa ormai da tempo definitivamente consolidato il proprio potere temporale – potrebbe essere fonte di inquietudine per Cavallaro e così forse spiegare perché Egli abbia preferito accomunare la vicenda della quale si occupa a quella dell’abate Vella, scoperto e imprigionato nel giro di pochi anni…).

Altrettanto illuminanti sono le fulminanti qualificazioni di alcuni dei principali protagonisti della vicenda narrata e delle sue implicazioni. Tali, ad esempio, le definizioni dei rappresentanti delle istituzioni europee come soggetti dal “sembiante asettico” oppure degli entusiasti del diritto europeo come “giuristi dal pensiero essenzialmente teologico” che “elevano sermoni e preghiere affinché giudici supposti onnipotenti li concretizzino”. Ovvero, ancora, la menzione dei commentatori che “non sapendo più che pesci pigliare [...] si son cavati fuori l’immaginifica quanto immaginaria soluzione del ‘dialogo tra le Corti’: che troppo spesso pare un dialogo tra sordi, e semmai conferma le buone ragioni di Tolstoj nel supporre che la Storia fosse simile a un sordo che risponde a domande che nessuno gli sta facendo; e certo nessuno di quei giuristi che, dove mancano i concetti, si provano a rimediare con le parole”.

Se non è possibile resistere all’impulso di sorridere a fronte di tali immagini, pressoché insuperabili nella loro esattezza definitoria, neppure è possibile dimenticare che, al fin fine, siamo di fronte ad un serio problema di democrazia. Volendoci limitare alle due istituzioni europee coinvolte nella vicenda da cui prende spunto il libro di Cavallaro (Banca europea e Corte di giustizia), sembra evidente, da un lato, come l’espulsione dei poteri pubblici dalle dinamiche del mercato significhi privare completamente o quasi i soggetti espressione della volontà popolare della possibilità di dirigere l’economia e, dall’altro, che avallare la crescente influenza (diretta e indiretta) delle decisioni della Corte europea negli ordinamenti costituzionali degli Stati membri, comporta l’attribuzione alla stessa di un ruolo che, nella tradizione democratica dei Paesi occidentali, è svolto da Corti (quelle che chiamiamo “costituzionali”) comunque immesse nel circuito politico-rappresentativo proprio del Paese cui appartengono, circuito caratterizzato da un dialogo fra attori politici (espressione della volontà popolare) e attori giurisdizionali e dal fatto che l’opera delle Corti costituzionali interne incontra comunque l’estremo limite della possibilità di revisione costituzionale, esercitando la quale i soggetti politici possono, cambiando la Costituzione, contrastare interpretazioni considerate non in linea con la coscienza sociale.

Inquadrando l’analisi giuridica della sentenza del Tribunale costituzionale federale tedesco nell’ambito delle dinamiche economiche e finanziarie che vi sono sottese, l’A. ci ricorda, indirettamente ma chiarissimamente,  come, appunto, ci troviamo al cospetto di questioni che sollecitano la tenuta delle regole fondamentali dei regimi democratici. E non è certamente l’ultimo dei tanti meriti di questo divertentissimo libro. 

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