ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

​Sanatoria dei clandestini: tanti buoni motivi per dire sì

Sanatoria dei clandestini: tanti buoni motivi per dire sì

Intervista a Stefano Mantegazza, segretario generale Uila-Uil 
a cura di Fabrizio De Pascale

 In queste ultime settimane si sta affrontando su più tavoli  il tema della sanatoria dei clandestini.

La Ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova, ieri ha dichiarato apertamente che “scegliere la via della sanatoria significa decidere da che parte stare: se con la legalità e la tutela del lavoro, in agricoltura e dovunque, o con i caporali, la criminalità, la concorrenza sleale che danneggia le migliaia di aziende che scelgono la competitività sana e difendono ogni giorno il valore della responsabilità sociale dell'impresa”. 

Il tema riguarda le centinaia di migliaia di clandestini che vivono in Italia ed è un tema da affrontare con urgenza  per far fronte ad una situazione aggravata dalla pandemia. La cronica carenza di manodopera in agricoltura è aggravata dall’assenza dei migranti stagionali che abitualmente arrivano nel nostro paese in primavera per le operazioni di raccolta e che a causa della pandemia quest’ anno  non arriveranno.

Quali in questo contesto le ragioni del sì alla sanatoria dei clandestini?

Stefano Mantegazza: la presenza di stranieri irregolari nel nostro paese rappresenta una costante nella nostra vita quotidiana con migliaia di persone impegnate nei mestieri più umili o anche semplicemente nell’accattonaggio. Solo che preferiamo non chiederci dove va a dormire il “vu cumprà” che, di giorno, vende i giornali in spiaggia o fa il posteggiatore abusivo. Solo una parte è occupata illegalmente nel settore agricolo.

Comunque se affrontassimo la questione con la testa e il cuore, scopriremmo che l’Italia ha un disperato bisogno di aprire le porte a lavoratori provenienti da altri paesi.

Qualche numero vale di più di molte parole. In Italia nel 2019 sono state registrate 435.000 nascite e 647.000 decessi ( ndr: nel 2020 sappiamo che il numero sarà molto più alto, come emerge dai dati Istat relativi al solo mese di marzo). È come se una città popolosa come Padova fosse improvvisamente sparita. Questo calo procede ininterrottamente da 5 anni e porta con sé una conseguenza evidente: il paese diventa sempre più vecchio e quindi più malato, più stanco, meno disponibile a investire sul proprio futuro.

Gli italiani fanno pochi figli, il tasso di natalità è di 1,29 per donna. Nel 2038 gli over 65 saranno un terzo della popolazione. Dobbiamo prendere atto che, come dice l’Istat, il ricambio generazionale è ormai compromesso e che abbiamo disperatamente bisogno di persone giovani, dinamiche, desiderose di costruire il loro futuro nel paese in cui decidono di vivere.

Per cui dobbiamo preoccuparci non se arrivano gli stranieri ma, al contrario, se smettono di arrivare.

Dobbiamo allargare la nostra comunità e integrarci con altre che si devono impegnare e rispettare il nostro ordinamento, le nostre leggi.

Qual è la situazione dell’integrazione degli stranieri in Italia?

Stefano Mantegazza: in Italia l’integrazione è in atto da tempo e con risultati positivi. Anche in questo caso i numeri, poco conosciuti ai più, ci aiutano. Pochi sanno che il 20 % dei bambini nati nel 2019 hanno madre straniera o che il Pil prodotto da lavoratori stranieri regolari rappresenta il 9% del totale, circa 139 miliardi. C’è poi un altro dato che spiega quanto queste persone rappresentino per noi una speranza futura: negli ultimi dieci anni il numero di imprenditori italiani è diminuito del 10% mentre quello dei nati all’estero si è impennato del 41%.

Gli stranieri che vivono in Italia versano tasse per 3,5 miliardi di euro e quasi 14 miliardi di contributi previdenziali e assistenziali, pagando buona parte delle nostre pensioni. La realtà è che l’integrazione è già in atto, da buoni risultati e sarebbe nostro interesse regolarla e trasformarla da un movimento spontaneo a un percorso ordinato e ben organizzato.

Queste le ragioni della testa e il cuore che racconta?

Stefano Mantegazza: il cuore ricorda la leggenda di Enea che fugge da Troia in fiamme con il padre Anchise sulle spalle e il figlioletto Ascanio per mano. Vagherà per tutto il Mediterraneo prima di arrivare a stabilirsi definitivamente in Italia. La realtà è che siamo tutti immigrati e che il Mediterraneo, nel corso dei secoli, ha visto quasi quotidianamente ripetersi le stesse storie. C’è chi scappa da guerre, da carestie e da persecuzioni e cerca un’altra patria.

Immigrazione, accoglienza, integrazione sono parole che portano con sé un percorso complesso, per nulla scontato. Accoglienza significa, non aver paura dello straniero, non considerarlo “diverso” perché appartiene a modelli etici, religiosi e culturali differenti. È una scommessa che dobbiamo vincere dentro di noi. Sarebbe tutto più facile se provassimo tutti, a partire dalla politica, a risolvere paure e contraddizioni con scelte chiare. Dovremo prevedere flussi di immigrati regolari più consistenti, almeno 100.000 l’anno, favorendo gli stranieri che abbiano competenze e attitudini rispondenti alle reali esigenze del nostro tessuto produttivo.

Occorre puntare alla loro integrazione attraverso politiche attive del lavoro e, per quanto riguarda le seconde generazioni, contrastare l’abbandono scolastico e l’esclusione sociale. Cercare competenze in aree dove abbiamo o avremo carenze: per esempio, l’agricoltura, l’alimentare e le professioni sanitarie. Dovremo utilizzare la rete di rappresentanza all’estero per attirare e selezionare questa immigrazione qualificata.

Tra l’illusione del “meglio soli” e la certezza che da soli si è semplicemente soli, noi  continueremo a perseguire un percorso di “cittadinanza attraverso il lavoro”, accompagnando l’immigrato e la sua famiglia sulla strada dei diritti e dei doveri, di giuste rivendicazioni e di inevitabili responsabilità. È la via del Sindacato, libera associazione di donne e uomini liberi ma anche di una “comunità educante” che ha nel rispetto per l’altro e nell’integrazione, i suoi valori fondanti.

Sul problema della sicurezza  cosa dice?

Stefano Mantegazza: È importante non confondere il tema della sicurezza che lo Stato deve garantire a tutti, con quello della integrazione con gli immigrati. Mi spiego meglio: gli spacciatori vanno arrestati al di là del colore della pelle. Chi spara va arrestato, a prescindere dalla sua provenienza. Chi violenta, deve essere perseguito al di là della sua nazionalità. Non si deve delinquere, non si deve uccidere: i crimini non hanno nazionalità. Il problema è rafforzare, comunque, la presenza dello Stato sul territorio.

I clandestini in Italia vanno regolarizzati, non solo per una scelta di civiltà ma per un motivo in più: la pandemia da cui stiamo a fatica uscendo.

Solo dando un documento di identità e una tessera sanitaria agli oltre 500 mila fantasmi che si aggirano nel nostro paese si può diminuire il rischio epidemiologico portato da persone che vivono in contesti degradati e rifuggono dagli ospedali, anche quando sono malati. Ora che il paese riparte, anche i clandestini torneranno a uscire dai ghetti in cui vivono per cercare lavoro. Vanno censiti e identificati. In questo contesto di emergenza, quindi, questa sarebbe anche una scelta a tutela di tutti sul versante della sicurezza sanitaria.

 La sua conclusione è quindi regolarizzare tutti e subito?

Stefano Mantegazza: la sanatoria potrebbe cominciare da quelli che sono in condizione di ricevere una proposta di lavoro perché già censiti.

Io comincerei dai cittadini stranieri che hanno già lavorato regolarmente in Italia e che sono diventati irregolari perché, in conseguenza dell’emergenza Covid 19, hanno perso il lavoro e non hanno potuto rinnovare il loro permesso di soggiorno. Si tratta di una platea circoscritta che potrebbe colmare la carenza, urgente e indifferibile, di manodopera agricola in alcune aree del Paese. Sono lavoratori stagionali che avendo già lavorato in Italia sarebbero immediatamente disponibili al lavoro. Essendo già censiti, l’emanazione di un nuovo permesso di soggiorno non dovrebbe richiedere nessuna particolare verifica di carattere burocratico.

La conferma dei termini previsti dall’attuale normativa per il lavoro stagionale rappresenterebbe solamente la possibilità per questi lavoratori di avere a disposizione un’altra opportunità rispetto alla precedente. Tale opportunità, si potrà concretizzare in una stabilizzazione della loro presenza in Italia, con le stesse regole già vigenti per gli ingressi stagionali.

Per gli altri ci vorrà sicuramente più tempo. Rilasciare un nuovo permesso di soggiorno a dei clandestini “sconosciuti” richiede “una serie di verifiche burocratiche” dai tempi molto lunghi e dall’esito non scontato. Ma questo non deve far dimenticare l’esigenza del nostro paese di poter contare su tanti nuovi cittadini per il suo futuro.

 

 

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