Piero De Luca
Conchita Sannino – Sul terreno parlamentare il partito democratico si è molto impegnato e la segretaria Elly Schlein è stata molto coerente. Però il PD e la sinistra degli errori li aveva fatti sull'autonomia differenziata: ha cercato di recuperare, ha fatto una battaglia, ma come si può tornare a fare mobilitazione, quali sono gli errori da non ripetere?
Grazie per questa splendida iniziativa, la prima a livello nazionale che lancia un'ulteriore mobilitazione costituzionale nella scia del lavoro che è stato fatto negli ultimi mesi e che ha portato anche qui in Campania a ottenere il risultato più importante d’Italia a sostegno del No nell'ambito della Referendum sulla riforma contro la giustizia. Dico "contro" e non "sulla" giustizia, perché questa riforma avrebbe rischiato di mettere in discussione il principio dell’autonomia del potere giudiziario e la sua indipendenza rispetto al potere politico. Ma su questo aspetto avremo modo di intervenire in un’altra occasione.
L’autonomia differenziata è stata la prima riforma che il governo di centrodestra, l'attuale maggioranza, ha provato a mettere in campo. È stata approvata e la prima contestazione che noi, come opposizione, abbiamo fatto è stata questa: l'aver legato una modifica di carattere istituzionale così forte, così radicale, a un patto di governo e di potere. Il governo, infatti, l’ha portata avanti perché era parte di un più ampio accordo di programma e di potere tra le forze di maggioranza che prevedeva:
- l’autonomia differenziata, bandierina ideologica della Lega Nord – anche se non ha più il Nord nel simbolo;
- la riforma della giustizia, priorità di Forza Italia, smontata dal referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026;
- il premierato, battaglia di Fratelli d’Italia, che si è arenato, ma che la maggioranza prova a far rientrare in via di fatto attraverso la riforma della legge elettorale, che tra qualche giorno arriverà alla Camera con enormi fibrillazioni.
Anche per quest'ultima riforma i rischi e profili di incostituzionalità sono tanti e significativi e si potrebbe discutere a lungo: penso, ad esempio, alla lista bloccata sul premio di maggioranza, che rompe la riconoscibilità dell’eventuale eletto rispetto all’elettore, o al premio di maggioranza abnorme, che fa avvicinare la coalizione che vince alle soglie per eleggere in solitaria gli Organi di garanzia, addirittura il Presidente della Repubblica.
La riforma sull’autonomia differenziata è stata da noi contestata, come dico sempre, non per rivendicazioni neoborboniche, soprattutto a Sud: il Partito Democratico l’ha fatto innanzitutto in modo unitario, con tutto il partito schierato in sua opposizione, da Nord a Sud, perché ci siamo resi conto che l'unità della nostra Nazione andava difesa. Sul punto, come PD abbiamo cambiato posizione negli ultimi anni, dobbiamo essere onesti, perché in passato la posizione del partito era, per così dire, frammentata. Oggi si è consolidata l’idea che va difesa non una rivendicazione del Mezzogiorno assistenzialistica o neoborbonica, ma uno dei principi cardine della nostra Costituzione: l’unità e la coesione nazionale.
Oggi esistono delle diseguaglianze, delle diversità, dei ritardi ancora enormi in termini di diritti, servizi e opportunità tra aree del Paese, in particolare tra Nord e Sud – ma non solo, anche tra aree interne e aree metropolitane – che ancora oggi non consentono, purtroppo, nella sostanza – al di là dei tecnicismi costituzionali e giuridici – a un ragazzo o una ragazza che nascono, vivono e studiano al Sud, di avere gli stessi diritti o le stesse opportunità di partenza rispetto a un suo coetaneo che nasce, vive, studia, fa le scuole e frequenta l’università al Nord. La riforma sull’autonomia differenziata che la destra aveva portato avanti e approvato è una riforma che avrebbe cristallizzato queste diseguaglianze e, anzi, le avrebbe aumentate. Perché? Perché prevedeva la devoluzione di intere materie, senza garantire preliminarmente la definizione e il finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni che l'art. 116 Cost. – una disposizione che, nella sua formulazione, avremmo forse potuto scrivere meglio tra il 2000 e il 2001 – comunque richiede, senza la previsione di quel fondo perequativo che l'art. 119 Cost. prevede, e senza una valutazione di impatto economico, finanziario, amministrativo.
La Corte Costituzionale ha smontato questa riforma – approvata, tra l'altro, di notte. Mentre alcuni esponenti della maggioranza esponevano le bandiere col leone di Venezia, le bandiere del Veneto, noi, come opposizione, abbiamo esposto il tricolore. Abbiamo provato a difendere l’unità e la coesione nazionale, nonché il Mezzogiorno. Questa è la differenza tra noi e loro: loro con le bandiere regionaliste e noi con le bandiere del tricolore. La Corte Costituzionale ha affermato un principio essenziale, che a mio avviso tiene insieme tutte le contestazioni, le precisazioni, gli elementi su cui si è intervenuti: l’idea che il regionalismo nel nostro Paese è un regionalismo che non può essere competitivo, ma deve essere collaborativo e solidale.
Il centrodestra, noncurante né della Costituzione né della sentenza n. 192 del 2024 della Consulta, sta provando a far rientrare dalla finestra quello che la Corte Costituzionale ha fatto uscire dalla porta principale attraverso le preintese – come poi ci dirà il professor Villone – usando una formula inedita, quasi fossero accordi internazionali, con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria, incorrendo in alcuni vizi che noi abbiamo contestato con forza durante il dibattito parlamentare. Io sono intervenuto in dichiarazione di voto, in discussione generale, e ho detto che ciò che hanno fatto non era un modo per attuare l'art. 116 Cost., ma un modo per calpestarlo, che realizzava una sorta di secessione di fatto.
Il centrodestra ha previsto la devoluzione a queste quattro Regioni di quattro materie: sanità, previdenza complementare, professioni e protezione civile. Sono quattro materie devolute a tutte le Regioni in modo identico, contravvenendo al principio affermato dalla Corte per cui non è possibile devolvere intere materie, ma solo singole funzioni specifiche. Qui, invece, siamo in presenza di intere materie, peraltro materie estremamente delicate: abbiamo oggi un’emigrazione sanitaria drammatica, ed è imprevedibile l'impatto economico finanziario che avrà questo trasferimento di competenze. Un impatto imprevedibile, ma sicuro perché se si vuole prendere un medico in più in Lombardia, come lo si paga e come lo si finanzia se non c’è una ripartizione sul fondo nazionale? Lo si farà inevitabilmente a detrimento delle altre Regioni. Peraltro su materie che hanno una rilevanza anche dal punto di vista europeo – sapete tutti la mia passione europeista. Ad esempio sulle professioni: possiamo mai ancora immaginare sotto-professioni regionali quando dovremmo, invece, ambire a professioni europee se vogliamo essere competitivi a livello internazionale? Una cosa è sviluppare la formazione professionale con gli ITS, altra cosa è prevedere professioni regolamentate addirittura in maniera autonoma, Regione per Regione, il che vuol dire soltanto frammentare e rendere meno competitiva l’Italia.
Per chiudere dico solo che noi continueremo questa battaglia. Lo faremo ancora in Parlamento – perché probabilmente le preintese dovranno tornare in Aula per un’ulteriore approvazione finale – e poi nel Paese. Se c’è da lavorare per chiedere una nuova pronuncia della Corte Costituzionale, ne abbiamo già parlato, le Regioni guidate dal centrosinistra e i relativi partiti sosterranno questa linea, perché i profili di violazione della prima sentenza della Consulta sono talmente gravi che non possono essere lasciati passare senza intervenire, senza difendere la nostra Costituzione e l’unità nazionale.
