Giuseppe De Cristofaro
Francesco Cancellato - De Priamo ha detto tre cose abbastanza chiare: questa è una legge a suo avviso che migliora il rapporto elettore-eletto; è una legge che garantisce governabilità e migliora la legge precedente; questa legge garantisce quella stabilità, quella governabilità che è mancata nella Seconda Repubblica. Qual è la sua risposta e delle opposizioni a questa difesa?
Il garbo del presidente De Priamo mi induce a dare una risposta un po’ più strutturata, anche perché ci conosciamo e abbiamo avuto molte occasioni di confronto in Commissione.
Parto con una battuta. La destra pensava di perdere le elezioni andando a votare con il Rosatellum, ha cambiato le regole del gioco e si è costruita, per così dire, un vestito su misura. Oggi, però, rischia di aver sbagliato i conti: sette mesi fa, quando è cominciata la discussione sulla legge elettorale, probabilmente non immaginava che alla sua destra il partito di Vannacci avrebbe raggiunto i consensi che oggi gli attribuiscono i sondaggi. E dunque si trova in una condizione paradossale: se posso dirlo, quella di aver voluto cambiare la legge elettorale per promuoverne una che rischia di essere persino peggiore di quella con cui oggi andremmo a votare.
Ma, al di là della battuta, vorrei restare nel merito.
Io sono tra coloro che non hanno mai avuto un giudizio positivo dell’attuale legge elettorale. Non ho votato il Rosatellum e, anzi, all’epoca ho condotto una battaglia contro quella legge. Penso sia una cattiva legge elettorale e, tuttavia, ritenevo difficile riuscire a costruirne una ancora peggiore.
Perché? Perché la proposta di cui discutiamo accentua proprio quegli elementi che già nel Rosatellum non funzionavano. E non si tratta soltanto di un problema tecnico. Da almeno venticinque anni attraversa il dibattito pubblico italiano l’idea che, in nome del supremo interesse della governabilità, si debba sacrificare la rappresentatività.
La stabilità è certamente un valore. Nessuno auspica il ritorno a governi che durano pochissimo, come è accaduto in alcune stagioni della Prima Repubblica. Ma se guardiamo a ciò che è avvenuto negli ultimi venticinque anni, credo che il problema principale della nostra democrazia sia diventato un altro: la progressiva crisi della rappresentanza.
Basta osservare un dato: una parte sempre più significativa dell’elettorato non va più a votare. E l’astensionismo non è semplicemente un dato numerico. Ha caratteristiche sociali molto precise: è più elevato proprio dove è più acuta la crisi sociale, nei territori più marginali e tra le fasce della popolazione che vivono maggiori difficoltà.
Questo dovrebbe interrogare profondamente tutte le forze politiche. Non possiamo rassegnarci all’idea che, proprio nelle aree più fragili del Paese, cresca la distanza tra politica, istituzioni e cittadinanza.
Eppure è esattamente ciò che è accaduto.
Da molti anni si è affermata l’idea che il problema fondamentale fosse sapere, la sera stessa delle elezioni, chi avesse vinto. Mauro Calise, già negli anni Novanta, descriveva nel Partito personale una trasformazione della politica che negli anni successivi si sarebbe ulteriormente consolidata. Le leggi a forte impianto maggioritario hanno contribuito a questo processo, così come il progressivo spostamento di potere dal Parlamento verso il Governo.
Per questo credo che oggi dovremmo porci una domanda diversa: come ricostruiamo la rappresentanza? Come riduciamo la distanza tra cittadini e istituzioni? Come restituiamo centralità alla partecipazione democratica?
Da questo punto di vista, la proposta di legge elettorale di cui discutiamo non soltanto non affronta il problema, ma rischia di aggravarlo.
Il premio di maggioranza previsto è, a mio giudizio, eccessivo e anche pericoloso. Quando un premio consente di raggiungere percentuali molto elevate di seggi – penso, per esempio, al 42,01, al 57 o al 58 per cento degli eletti nelle Camere – ci si avvicina in modo preoccupante alle soglie che la Costituzione ha previsto per l’elezione degli organi di garanzia.
Non è un aspetto secondario. I giudici costituzionali, per fare un esempio, vengono eletti con maggioranze qualificate; anche l’elezione del Presidente della Repubblica è costruita attraverso un sistema di votazioni e maggioranze che i Costituenti immaginarono in un contesto nel quale esisteva una relazione assai più diretta tra voti espressi, rappresentanza parlamentare e peso politico.
Oggi quella relazione è profondamente cambiata. E una legge elettorale che, attraverso un premio molto consistente, consenta a una maggioranza politica di avvicinarsi alle soglie previste per gli organi di garanzia pone un problema serio di equilibrio costituzionale.
C’è poi un’ultima questione, che non credo possa essere minimizzata: quella dell’indicazione del premier. È un tema che non riguarda soltanto ciò che compare materialmente sulla scheda elettorale. È un punto politico e culturale molto serio, perché incide sulle caratteristiche fondamentali della nostra Repubblica parlamentare.
Sul premierato abbiamo condotto e continueremo a condurre una battaglia molto netta. Non perché le forme di governo siano intoccabili: possono certamente essere discusse e anche modificate. Ma, se si vuole cambiare la forma di governo, bisogna farlo seguendo le procedure previste dall’articolo 138 della Costituzione e, soprattutto, lasciando ai cittadini l’ultima parola quando non si raggiunga la maggioranza dei due terzi.
È ciò che è avvenuto, per esempio, sulla riforma della magistratura, sulla quale saranno i cittadini a esprimersi. Intervenire invece attraverso una legge ordinaria, anche soltanto simbolicamente, su un elemento decisivo del nostro assetto democratico, che investe indirettamente anche il ruolo e i poteri del Capo dello Stato, mi pare molto pericoloso.
Già solo per questa ragione credo che questa proposta debba essere contrastata con grande forza.
