Giovanni Giacalone
Valentina Stella - In questi giorni abbiamo assistito a un nuovo scontro tra politica e magistratura sulla decisione della gip di Torino che non ha mandato in carcere un bengalese che aveva palpeggiato il seno di una minorenne. Nordio ha inviato gli ispettori al Tribunale di Torino, la presidente Meloni ha fatto un post molto duro nei confronti della gip, così anche il vice ministro Salvini. Addirittura il Partito Democratico ha fatto un'interrogazione a Guardasigilli mettendo in discussione l'autonomia e l'indipendenza della magistratura che aveva difeso per tutta la campagna elettorale. Secondo lei, dopo aver scampato il pericolo della riforma costituzionale, l'autonomia e l'indipendenza della magistratura è ancora in pericolo ed è possibile in questo clima instaurare un dialogo tra il potere della magistratura e quello della politica?
1. Le condizioni del dialogo. Il dialogo sereno tra i poteri è possibile solo se ciascuno rispetta il ruolo degli altri. Le sentenze e gli altri provvedimenti si valutano attraverso i rimedi dell’ordinamento, non denigrando chi li pronuncia.
Non mi esprimo sul merito dei casi citati, non conoscendo gli atti, ma la cronaca ci consegna sviluppi significativi. A Torino, appunto, il riesame ha accolto l’impugnazione della Procura della Repubblica e disposto il carcere per il “palpeggiatore bengalese”. Su un altro versante, il gioielliere Roggero ha riconosciuto che avrebbe potuto essere meno impulsivo. Già si moltiplicano, però, le posizioni sulle reazioni armate del camionista Mollo.
Per tutti opereranno gli strumenti di verifica e correzione dell'ordinamento.
Ciò non attenua la gravità degli attacchi mossi ai giudici prima che operino i rimedi. È un crescendo: si critica il provvedimento, poi il giudice, poi la stessa funzione giurisdizionale viene rappresentata come un’anomalia e ciò senza contare le reazioni della piazza, i rischi di emulazione e le vendette “fai da te”.
Anziché “staccare la spina”, come si proponeva durante il terrorismo, oggi abbiamo un extender politico-mediatico che amplifica gli attacchi ai giudici, influenzando e disorientando l’opinione pubblica.
2. Le perduranti insidie per la Costituzione. La critica delle decisioni è libera e legittima, oserei dire sacrosanta. Se un altro potere, però, pronuncia la sua sentenza alternativa, dispone ispezioni sull’onda dell’emozione e presenta il magistrato come complice dell’insicurezza, il bersaglio diventa la legittimazione stessa del giudicare.
Il referendum ha respinto la riforma costituzionale, sembra non abbia respinto la cultura che l’aveva prodotta. L’idea, cioè, che il controllo giudiziario ostacoli l’indirizzo della maggioranza.
Perciò, dopo la vittoria, resta molto da fare: le insidie per la Costituzione, come gli esami di Eduardo, non finiscono mai.
3. Potenziamento delle strutture: un'accusa larvata? - Si parla di New Deal fondato su dialogo, rispetto dei ruoli, miglioramento dell’organizzazione giudiziaria.
È un’apertura? È da vedersi Io so solo che il sostegno agli uffici non può diventare un’accusa strisciante. Avete avuto personale e strumenti, dunque ogni ulteriore disfunzione è colpa vostra.
Accanto alla mano tesa, riemerge l’irrigidimento della responsabilità civile (quella dei magistrati, non quella dei pubblici funzionari di cui al secondo panel), e delle valutazioni di professionalità. Affrontare gli errori è doveroso, ma un giudice che tema ritorsioni personali per le sue decisioni non è più pienamente indipendente.
Si è detto: “Il Parlamento fa le leggi, i giudici le devono applicare”, ma devono poterlo fare interpretandole e verificandone la conformità alla Costituzione e al diritto europeo anche contro l’interesse contingente del potere.
4. L'indebolimento dei controlli. Il pericolo non è solo tecnico, investe l’equilibrio istituzionale.
La riforma bocciata era solo un tassello di un mosaico più ampio. Dall’abolizione dell’abuso di ufficio alle leggi di cui si parlerà tra poco, che presentano tutte il rischio di indebolire progressivamente controlli, limiti, pesi e contrappesi.
L’erosione dell’autonomia del magistrato avviene goccia dopo goccia: delegittimazione pubblica, riforme presentate come semplici correzioni, nuovi equilibri invocati in nome dell’efficienza.
Il giudice diventa il capro espiatorio delle leggi farraginose, della moltiplicazione dei reati, dell’inefficienza della giustizia, in una parola dell’insicurezza sociale.
5. Il garantismo a “geometria variabile”. I limiti al carcere preventivo o alle intercettazioni vengono introdotti e moltiplicati dal legislatore e, di certo, sono irrinunciabili garanzie.
C’è, tuttavia, una curiosa asimmetria: quei limiti sono celebrati come conquiste di civiltà se tutelano imputati eccellenti e colletti bianchi, diventano lacci intollerabili o mancanze del giudice quando ne benefici uno straniero o un emarginato.
Si tratta di garantismo a geometria variabile, emerso pure nel caso di un giornalista d'inchiesta televisivo?
Le garanzie, invece, o valgono per tutti o diventano privilegi.
6. a) L'effettivo ruolo dell'indipendenza. Tirando le somme, l’indipendenza non è un privilegio dei magistrati ma una garanzia del cittadino, che permette alle leggi di essere applicate anche contro la maggioranza di turno o le reazioni emotive della piazza.
Il potere democratico, proprio perché è forte del voto popolare, esige limiti stabili per prevenire l’arbitrio. Se indeboliamo questo presidio, chi difenderà i più deboli dai soprusi dei poteri forti?
Dopo il referendum l’alternativa è chiara: vogliamo una magistratura autonoma, capace di verificare la legalità dell’azione pubblica oppure un apparato efficiente ma educata a non disturbare il manovratore?
6. b) ANCORA MOLTI NO! Non possiamo dimenticare che la nostra è la Costituzione delle regole.
Hanno etichettato i nostri migliori esempi come i "professionisti dell’antimafia", gli "orfani del terrorismo". Oggi non vogliamo essere “orfani dell’emergenza costituzionale”, ma poter essere solo cittadini tutelati dal diritto, non sudditi ubbidienti al potere.
Non vogliamo una giustizia forte con i deboli e servile verso i potenti.
Perciò il mio suggerimento è che la democrazia richieda di pronunciare ancora molti no.
