Giovanna De Minico
Francesco Cancellato - A Giovanna De Minico tocca l'onore e l'onere della conclusione. Visto che questa neonata realtà si chiama “Officina Costituzione”, io andrei dritto al punto, cioè sui rilievi costituzionali di una legge che, come ha detto giustamente il professor Bisogni, dovrebbe avere una valenza di legge costituzionale come quella con cui andiamo a votare
Grazie Francesco. E grazie per la vostra pazienza, che forse abbiamo messa a dura prova; vi invito a rimanere perché c’è poi una sorpresa finale, oltre alle nostre discussioni, che merita di essere attesa.
In questo caso io non interverrei, come ha detto Francesco, in qualità di professore della Federico II, non perché io disconosca questo titolo, ma perché preferisco partire dalla provocazione del presidente della 1a Commissione del Senato. Ci ha detto infatti che la legge elettorale non è una legge neutra, non è una formula sterile, di traduzione matematica dei voti in seggi; o meglio, è questo, ma è anche tanto altro. Sono perfettamente d’accordo con il presidente, perché qui di neutrale non c’è niente, così come non c’è niente di neutrale nell’intelligenza artificiale, in quanto non si possono far passare per oggettive situazioni con un alto tasso di relatività.
Qual è la relatività della legge elettorale? La relatività riguarda ciò che sta dietro, e dietro ci sono i nostri diritti. Per questo io intervengo, non a titolo di costituzionalista, ma di cittadina della Repubblica Italiana. E quali diritti appaiono dietro la legge elettorale? Qui devo “rubare” dall’intervento di chi mi ha preceduto: sullo sfondo c’è il diritto di voto che vanta due attribuiti essenziali. È vero che la Costituzione nega la gerarchia tra le qualità dei diritti, come tra i diritti stessi, ma nel caso dell’art. 48 Cost. l’uguaglianza e la libertà di voto sono veramente i tratti definitori perché disegnano l’unicità e l’identità di questo diritto fondamentale.
Guardiamoli rapidamente. Cosa significa uguaglianza? Significa che il mio voto è uguale al voto del Presidente De Priamo. Ebbene, i nostri due voti, che riterrei rivolti a coalizioni diverse, entreranno uguali nell’urna, ma poi, quasi per magia – questo Governo ci ha abituato ai giochi di prestigio – escono diseguali. Infatti, se io, malauguratamente, ho scelto la coalizione perdente, il mio voto varrà meno di quello del Presidente, che avrà presumibilmente scelto la coalizione vincente. Questa è la prima ingiustizia della proposta di legge. Spiego l’ingiustizia. Visto che “la torta” deve conservare invariato il suo diametro, cioè i 400 seggi alla Camera, una fetta più grande sarà assegnata a chi ha vinto le elezioni, coalizione che riceverà in regalo un numero di seggi dietro i quali manca il consenso degli elettori, perché seggi sottratti alla coalizione perdente, alla quale sarà data di contro una fetta più piccola di quella che le sarebbe spettata in ragione del consenso.
L’effetto pregiudizievole è oggettivo, matematico e naturale delle leggi che prevedono un premio di maggioranza: a qualcuno si dà un cadeau, una gentile concessione, come gentile concessione è anche la preferenza, e alla parte avversa si deve togliere nella medesima misura accordata a quella beneficiata.
Sul punto la Corte Costituzionale ha un’impostazione molto distante dalla mia. Da costituzionalista apprezzo la Corte, ma conservo il diritto di criticarla ragionevolmente. L’impostazione del supremo giudice è la seguente: il premio è legittimo se agganciato a una soglia. Questo è il punto delicato, dove il discorso si sposta sull’entità della soglia che possa rendere legittimo il premio. Andiamo alla sostanza: la soglia è la misura della ferita. Così, io posso avere una ferita profonda, corrispondente a una soglia bassa, come una ferita meno profonda, alla quale corrisponderà una soglia più alta. Ebbene, questa legge procura una ferita non tanto profonda, al 42%. La Corte si accontentava del 40% con il Porcellum e l’Italicum, ma la ferita rimane, nonostante la soglia abbia guadagnato due punti percentuali, perché la ferita iniziale al principio di uguaglianza non si può convertire in un fatto costituzionalmente legittimo. Se ciò accadesse, sarebbe un effetto “taroccato”, rimanendo invariata l’incostituzionalità. A ciò si aggiunga che questo 42% è calcolato, non sugli aventi diritto al voto, bensì su chi va a votare. Pertanto, il premio di maggioranza verrà dato a una minoranza della minoranza, considerato che i votanti sono intorno al 60%: questo in matematica si chiama effetto moltiplicativo. In sintesi, tale premio proprio non s’ha da fare perché lede la parità del voto.
Andiamo alla seconda ferita. La seconda ferita interessa la libertà di voto, un valore fondamentale. Se non c’è libertà, non c’è libero arbitrio, non c’è coscienza, non c’è responsabilità, insomma, cade tutto l’edificio libertà/responsabilità. Ragioniamo insieme intorno al presunto difetto di questa libertà: dai 400 seggi alla Camera, 70 vengono regalati, il cadeau, quelli individuati in alto e calati in basso. Le donne ne usufruiranno solo in minima parte, cioè per il 40%, 28 su 70; come al solito, noi Donne i voti li dobbiamo guadagnare sul campo, uno per uno; mentre agli uomini è riservato il 60%. Se volessimo fare una norma pro‑uguaglianza di genere si dovrebbe dare il 60% al sesso femminile e il 40% agli uomini sul listone premiale, perché noi stiamo indietro, e se stiamo dietro, abbiamo diritto a una spinta per recuperare la distanza con chi è più fortunato di noi. Senza considerare che la regola dell’uguaglianza di genere è applicata solo per la parte del premio, mentre gli altri posti bloccati, cioè i capilista, vengono d’emblée riservati al sesso maschile, non essendo per questi prescritta la regola dell’alternanza.
Andiamo alle preferenze. Quanti sono i seggi disponibili alle preferenze? Dal totale dobbiamo sottrarre per la Camera i 70 candidati del premio, cui si aggiungono i capilista bloccati e ciò che avanza, oscillante tra il quarto e il quinto, è offerto in preferenza. Si tratta quindi di una frazione minima, circa 80 su 400. Questa possiamo chiamarla libertà di scelta? Aggiungiamo che i partiti piccoli non porteranno a casa candidati “preferiti”, perché a stento guadagneranno qualche capolista. Quindi, qui si lede addirittura il diritto del partito piccolo, e, soprattutto, dell’elettore del partito piccolo, il quale ha il diritto di preferenza appeso a un filo: cioè, gli è teoricamente assegnato, quanto in concreto gli è negato.
Vedete questo è un grande gioco di illusionismo. Perché dichiarano la preferenza un diritto intoccabile, ma dietro non c’è la preferenza, c’è solo colui che è calato dall’alto. Non solo, e se ragioniamo anche sulla questione delle macro circoscrizioni estere, sull’obbligo di raccolta delle firme cartacee per i partiti nuovi entranti, sull’indicazione cogente del candidato alla presidenza del Consiglio, sul Senato a base fintamente regionale, la lista delle incostituzionalità crescerebbe.
Vedete, è veramente la legge delle illusioni. L’illusione che il giorno in cui voti conti ma dal giorno dopo non conti più niente per cinque anni perché non conta più niente, perché il tuo rappresentante, data l’emarginazione del parlamento per la prepotenza del premier. L’illusione di avere le preferenze che invece rimangono unicamente sulla carta. L’illusione che il partito di minoranza abbia la stessa dignità politica della forza antagonista di maggioranza, e così via.
Ma una certezza c’è: io la chiamo la certezza dell’“attac”. Questa colla consente a chi è al potere di rimanerci anche per l’avvenire, non solo intervenendo sul rapporto fiduciario, strappato dalle mani delle forze di minoranza, ma occupando persino gli organi di garanzia. Alla fine dei giochi che cosa rimane della nostra Repubblica democratica? Abbiamo modificato la forma di governo, cosa modificabile, ma qui, invece di ricorrere all’unica via costituzionalmente ammessa, l’art. 138 Cost., si è percorsa una via più agevole, ma illecita, quella del procedimento ordinario di una legge elettorale, impiegata per conseguire un risultato, che non è nella sua disponibilità: la modifica dell’assetto costituzionale. Siamo dunque davanti a una frode alla legge.
Allora, quando andremo a votare, pensiamo a questa riforma, che il nostro governo ci ha graziosamente donato.
