Ernesto Aghina
Valentina Stella - In questo momento il sovraffollamento nel carcere è del 142% e siamo a 47 suicidi dall’inizio dell’anno. Marco Pannella avrebbe parlato di “Stato illegale”. Presupponendo che l’articolo 27 della Costituzione è completamente disatteso ormai da tempo – senza distinzioni di chi c’era al governo, da destra a sinistra – come si può affrontare in futuro e quali potrebbero essere le soluzioni?
Ricordo a me stesso – come dicono gli avvocati – che il ministro Nordio, cioè la massima autorità in materia di giustizia nel nostro paese, ha recentemente escluso che possa esserci un nesso di interdipendenza tra i suicidi in carcere e il sovraffollamento.
Anzi, ci ha detto che il sovraffollamento combatte la solitudine e determina in celle sovraffollate un controllo sul suicida potenziale.
Se questo è il parere del ministro, oserei dire che è una posizione “avventata”, edulcorando la mia valutazione aggettivale.
I dati statistici ci indicano purtroppo che i suicidi si determinano proprio nei carceri dove è più intenso l’affollamento e, attenzione: suicidi non soltanto dei detenuti, ma anche degli agenti di polizia penitenziaria. Questo è il quadro che ci troviamo di fronte.
E allora se la cifra in qualche modo fondante di questa nascente Officina è quella di promuovere l’attuazione e non di chiedere modifiche della Costituzione, l’articolo 27 della Costituzione mi sembra proprio paradigmatico di una disposizione inattuata.
La norma dice che la pena non deve essere contraria al senso di umanità. E devo dire che i dati numerici sono veramente imbarazzanti. Oggi abbiamo una capienza di circa 46.000 posti disponibili negli istituti penitenziari, ma la presenza di reclusi è di 66.000. E ogni giorno che passa questo numero aumenta e la situazione sempre più ingestibile.
Numeri che parlano da soli quindi.
Ma non ci sono soltanto i suicidi: anche una media di 6.000 provvedimenti all’anno in cui lo Stato italiano viene condannato per violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per inadeguatezza delle condizioni trattamentali all’interno dei carceri.
Calamandrei, a cui ci abbeveriamo tutti noi giuristi, diceva che un magistrato che si occupa di carceri deve necessariamente conoscere prima il carcere.
Devo dire la Scuola superiore della magistratura fin dal suo esordio, sotto l’illuminata guida del presidente Onida, aveva previsto una settimana di permanenza di tutti i neo magistrati negli istituti di pena, una disposizione formativa di portata rivoluzionaria che ha determinato anche qualche contrasto all’interno della magistratura, ma che ha segnato un cammino che in qualche modo non si è modificato.
Tutti i giovani magistrati conoscono (con qualche sorpresa) le condizioni del carcere.
L’articolo 27 ci dice anche che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Anche questo principio resta in larga parte inattuato.
Oggi abbiamo un tasso di recidiva del detenuto rimesso in libertà del 70% che si abbassa, diciamo, a entità di gran lunga più bassa, intorno al 19%, se viene espiata la pena nella messa alla prova e ancora minore se segue un percorso di educazione professionale.
Che cosa si può fare e si deve fare? Si dice in genere: «domani è tardi», io oserei dire che oggi è già tardi per intervenire sul tema.
È difficile pronunziare la parola “indulto” perché occuparsi di carcere non è un intervento di carattere popolare, non determina consensi. C’è un diffuso sentimento securitario che allontana le forze politiche da interventi in materia penitenziaria, specie da provvedimenti clemenziali alla vigilia elettorale.
Peraltro la soglia di una maggioranza qualificata, necessaria in Parlamento per l’approvazione dell’indulto, appare difficile da raggiungere.
L’indulto. necessario pur se non risolutivo, viene percepito come un segno di debolezza dello Stato.
C’è però una novità proprio in questi giorni, promossa in modo trasversale dalla Chiesa, dall’avvocatura penale, dalla magistratura e dall’accademia.
Si è prefigurata una figura nuova, l’istituto di un indulto "differenziato o responsabile", non automatico e generalizzato, ma concedibile soltanto ove sia verificato un percorso trattamentale positivo, che verifichi la possibilità di un positivo reinserimento sociale, anche mediante inserimento nel mercato del lavoro.
Condizioni che peraltro l’ordinamento penitenziario giù prevede e non trovano attuazione per mancanza di mezzi.
Occorrono certamente maggiori risorse, ma questo non è un buon argomento per rinunciare a questo tentativo, perché il problema della recidiva ha dei costi economici e umani altissimi e in qualche modo questa sì, mina la sicurezza pubblica.
Il professor Giostra, che è un grande esperto della materia, ci dice sempre: «Attenzione, tutti i detenuti escono prima o poi, tranne chi è sottoposto a ergastolo ostativo e sono pochissimi. Ci dobbiamo preoccupare non di quando escono, ma di come escono».
E’ una strada impervia, ma dovremmo tutti sforzarci di determinare consapevolezza che chi ha sbagliato non debba (solo) pagare, ma soprattutto "cambiare".
L’ultima parte di questo mio intervento, visto che c’è l’autorevole presenza di deputati e in particolare del viceministro Sisto, vorrei dedicarla a un tema di cui si parla poco.
Forse gli estranei la mondo della giustizia ignorano che, in un contesto complessivo non particolarmente positivo, si conseguito da pochi mesi un traguardo del tutto insperato.
Abbiamo superato i target previsti dal PNRR, raggiungendo gli obiettivi imposti dalla Commissione Europea per il finanziamento alla giustizia italiana: si è ridotto il carico arretrato, si sono drasticamente abbreviati i tempi della giustizia civile (di cui si parla con minore frequenza).
Risultati conseguiti in virtù di una sinergia di attori estremamente positiva che però ha un nome specifico: l’ufficio per il processo. Una intuizione della ministra Cartabia, potenziata successivamente, che fatto sì che migliaia di laureati (anche non giovani) siano stati reclutati con contratti a tempo determinato per costituire uno staff di collaborazione con il giudice, comportando un enorme vantaggio in termini di operatività.
Il conclamato successo di questo nuovo modello organizzativo ha opportunamente esteso l’operatività dell’Ufficio per il processo oltre i Tribunali e le Corti d’Appello. anche ai Tribunali minorili ed ai Tribunali di sorveglianza, in un iter di progressiva stabilizzazione degli addetti.
Un percorso positivo quindi: ma c’è un ma...
Circa 500 addetti all’ufficio del processo sono stati destinati senza alcuna previsione normativa legittimante agli uffici di Procura della Repubblica, dove l’ufficio per il processo non c’è perché non c’è il processo, ma il procedimento.
Funzionari demansionati e destinati a svolgere unicamente compiti di cancelleria, vanificando l’esperienza acquisita in precedenza, con vistosa disparità di trattamento rispetto ai colleghi impegnati negli uffici giudicanti,
Viene così tradito nei loro confronti un debito di riconoscenza che penso che tutti i cittadini e gli operatori della giustizia in particolare debbano avere.
