Nicola Fratoianni
Ho ascoltato gli interventi di Giorgis e Fornaro e non c’è molto da aggiungere sulla natura di questa forzatura, di questo vero e proprio colpo di mano. È stato detto in modo cristallino: Giorgia Meloni tenta di imporre il premierato per via di legge ordinaria. Evidentemente dalle parti della maggioranza si sono accorti che continuare a tentare di modificare direttamente la Costituzione non porta benissimo [dopo la bocciatura dei loro progetti], e dunque provano ad aggirare l’ostacolo per altra via. Questo non riduce per nulla la gravità di quello che sta accadendo e impone a tutti noi l’opposizione più netta, chiara e radicale a una proposta che — come è stato sottolineato poco fa — è del tutto inemendabile. Lo faremo in Parlamento: il lavoro è già iniziato in commissione, proseguirà ora alla Camera e poi passerà al Senato.
Il primo punto che vorrei chiarire riguarda il dibattito tattico di questi giorni: c’è chi si chiede ”ma voi dell’opposizione che farete sulle preferenze? Come vi muoverete su questo o su quest’altro punto?”. Io penso che nel quadro strutturale di questa legge non ci sia margine per fare nulla. Credo che le opposizioni farebbero assai bene ad assumere in Aula un profilo netto, anche nei passaggi procedurali, che renda plasticamente visibile e comprensibile all’opinione pubblica un fatto semplice: questo testo non è modificabile né migliorabile, proprio per la sua natura eversiva dell’assetto costituzionale repubblicano.
Il secondo punto — e chiudo subito, forse anche in meno di quattro minuti, perché quando si è d’accordo con quello che si è appena ascoltato non c’è bisogno di ripetere gli stessi concetti con altre parole solo per occupare il tempo. È un viziaccio della politica da cui cerco sempre di curarmi, mettiamola così.
Oltre a ringraziarvi per questa bellissima iniziativa e a ringraziare — come ha fatto giustamente Federico Fornaro — le costituzionaliste e i costituzionalisti per lo straordinario supporto tecnico fornito durante le audizioni, vorrei fare un’osservazione più ampia sulla natura dei sistemi elettorali. Dobbiamo essere onesti con noi stessi: sono molti anni che il nodo delle regole del gioco, della rappresentanza e della crisi della democrazia viene affrontato con una preoccupazione fissa, ovvero trovare il modo più efficace per deformare artificialmente l’esito delle urne in nome della governabilità. Dobbiamo dirlo una volta per tutte: questa logica non funziona più, ha fallito.
Io sono, per profonda convinzione, un antico proporzionalista. Se mi chiedessero ”che legge elettorale vorresti per il paese?”, risponderei un sistema proporzionale puro. So benissimo che anche il proporzionale presenta delle criticità gestionali, ma per ricostruire la fiducia spezzata tra cittadini e istituzioni non esistono scorciatoie ingegneristiche. La politica deve tornare a fare i conti con la propria credibilità, con la qualità della proposta che mette in campo e con il dovere morale di non tradire il mandato ricevuto una volta vinte le elezioni.
La drammatica sfiducia a cui assistiamo oggi non è altro che rassegnazione; è l’idea radicata nelle persone che, a prescindere da chi vinca, per i loro problemi concreti non cambierà mai nulla. È questa dinamica che ha prodotto l’allontanamento dalla politica e lo svuotamento delle urne. C’è un dato storico innegabile: è da quando è stata introdotta in Italia la cultura del maggioritario che la tendenza allo svuotamento delle assemblee legislative a favore degli esecutivi — fino ad arrivare all’iper‑presidenzialismo del capo unico — procede inesorabilmente. Io penso che, parallelamente a questa battaglia di resistenza, le forze democratiche debbano riprendere in mano seriamente questo nodo di prospettiva.
Trascrizione non riletta dal relatore

