ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma
Politico

Giuseppe Conte

presidente Movimento 5 Stelle

Collocherei la risposta in un quadro un attimo più ampio e cerco di essere molto sintetico, per quanto la complessità lo consenta. Lo avete anche detto, non possiamo non guardare il quadro complessivo globale e quello nazionale. Oggi, l’ultima ricerca che è stata fatta da un centro scandinavo molto accreditato, ci dice che il 72% della popolazione mondiale vive in regimi autocratici o in sistemi apparentemente democratici ma sostanzialmente illiberali. Quindi, evidentemente, siamo di fronte a una tensione, a una tendenza anche verso sistemi reazionari, che si sta diffondendo sempre più a livello globale.

Io credo che questo governo interpreti e cerchi di inserirsi in questo filone, cercando di suggestionare la popolazione, indirizzandola verso quello che appare in questo momento, di fronte a democrazie che si presentano mediamente malconce — perché anche questo è il tema che dovremmo approfondire, ma che non posso approfondire qui —, di offrire la soluzione di un decisionismo efficiente, che poi diventa nei fatti un sistema illiberale. E allora di qui hanno tirato fuori delle vecchie formule, come avete ricordato, citando Giorgio Almirante e una lunga tradizione, e questo richiede quindi l’investitura diretta popolare del capo. Su questo, peraltro, fanno anche molta confusione: per loro è del tutto indifferente se sia il Presidente della Repubblica come Capo dello Stato o se sia il Presidente del Consiglio dei Ministri come capo del governo.

E ricordiamoci che il premierato è stata la prima proposta che loro hanno cercato di portare avanti: io devo ringraziare voi costituzionalisti che da subito avete, anche sul piano squisitamente tecnico, smontato quel progetto. Ovviamente noi come forza politica eravamo assolutamente sulla stessa linea, e direi che il fatto che alla fine si siano ritrovati a sostenerlo soltanto coloro che l’hanno scritto, di fronte a voi tutti invece compatti e critici, è stato un passaggio fondamentale che ci ha consentito di fermarli. Ma a questo si è aggiunto un altro fattore: dal governo hanno iniziato a capire che il presidente Sergio Mattarella gode di grande credito presso la nostra popolazione. Sono stati questi i due fattori che li hanno bloccati.

Dopodiché, che cosa è successo? Sono andati avanti, però, in un loro disegno organico. E il loro disegno lo abbiamo visto, io lo chiamo il “tris d’assi”. Messo il premierato nel cassetto perché rischiavano di farsi male al referendum, allora sono andati avanti con l’autonomia differenziata — e la santa Corte Costituzionale ha completamente demolito quel progetto. Poi c’è stata la riforma costituzionale della giustizia, e lì c’è stata la risposta dei cittadini con 15 milioni di voti che hanno, come dire, fatto traballare addirittura questo governo.

Però, attenzione, non dobbiamo trascurare tutto il resto: cioè questa tendenza verso un sistema illiberale loro l’hanno coltivata giorno dopo giorno, e poi ci siamo scivolati dentro, perché come sempre, al di là dell’obiettivo e del totem del premierato, noi siamo scivolati complessivamente in quella direzione. Siamo scivolati quando ci siamo visti approvare decreti che hanno di fatto reso molto più complicata la libertà di protesta, di manifestazione del pensiero, la possibilità di esprimere il dissenso politico, laddove la sanzione amministrativa diventa una sanzione penale. Quando abbiamo visto che le autorità di garanzia, tutte, una dopo l’altra, sono state prese di mira — a parte la magistratura ordinaria. La riforma della Corte dei Conti è uno schiaffo fortissimo a un’autorità di controllo che è sempre stata vista, in un sistema democratico come il nostro, come un’autorità indipendente che dà un contributo a chi esercita l’azione amministrativa, l’azione di governo, per cercare di indirizzarla, ovviamente, in termini di legalità e di congruità, oltre che di conformità alla Costituzione. E questo per non parlare degli attacchi che si sono susseguiti ad altre autorità indipendenti, all’Anac e via discorrendo.

Ecco, allora, che oggi la legge elettorale si inserisce in questo percorso. Mi fermo qui perché l’elenco sarebbe lunghissimo, perché le norme sono tante e spesso, se le andiamo a ricucire in un tracciato unitario, restituiscono un disegno che forse non è percepito quotidianamente nella sua complessità dai cittadini, però, di fatto, ci stanno portando e ci stanno facendo scivolare in quella direzione.

Con la legge elettorale stanno cercando di riproporre un semipremierato, un premierato mascherato, e per questo l’abbiamo fortemente osteggiata. E abbiamo anche convenuto che le forze di opposizione dovessero fare un’opposizione congiunta con emendamenti soppressivi e cercando, anche per quanto ci riguarda, di dare un’alternativa — che poi può piacere o no, perché è chiaro che qui, questa sera, potremmo anche dividerci su quelle che potrebbero essere delle valide alternative alla loro proposta legislativa.

Quella proposta, siamo tutti d’accordo, nasconde una forma di premierato introdotta surrettiziamente, perché è chiaro che non puoi semplicemente dire: ”Va bene, ma io propongo solo un Presidente del Consiglio dei Ministri, un premier”. Perché poi, di fatto, quando c’è il bagno della partecipazione democratica e ci si presenta davanti al Presidente della Repubblica, come si fa a disattendere quella indicazione che ha avuto il vaglio da parte della popolazione? È ovvio, diventa un problema serio dal punto di vista politico prima ancora che giuridico.

E poi, ancora, quel premio di maggioranza. L’avete detto ed è stato detto, l’abbiamo criticato da subito, perché allontana ancora di più — così come è stato concepito — il rapporto, lo rende ancora più distante tra gli eletti e gli elettori. Perché è chiaro che un listone di 105 parlamentari catapultati sulla base di un accordo, un compromesso tra le segreterie dei partiti che fanno parte di quella coalizione, senza nessun collegamento territoriale, rimane inaccettabile. Loro hanno cercato di recuperare all’ultimo momento facendo in modo che chi è nel listone si ritrovi anche indicato nei listini proporzionali, ma voi capite bene che si tratta di un espediente di scarso, di basso conio, che non vale assolutamente a superare i profili di incostituzionalità. Qui dobbiamo assolutamente contrastare tutto e dobbiamo essere pronti al ricorso alla Corte Costituzionale.

Per quanto riguarda la democrazia — e qui faccio una riflessione interna che rivolgo a voi —, dobbiamo salvaguardarla, e secondo me il dibattito con voi può essere molto interessante, proprio perché le democrazie si presentano oggi mediamente malconce. Il decisionismo efficiente con cui ci suggestionano da quell’altro lato, e con cui cercano di spingere la popolazione verso quell’approccio, è dovuto anche al fatto che spesso i nostri sistemi ormai si presentano un po’ anchilosati, un po’ farraginosi. E allora, come possiamo rispondere a questa situazione?

Ecco perché io mi batto, all’interno del Movimento 5 Stelle, per la democrazia deliberativa. L’abbiamo attuata già quando abbiamo riformato lo statuto; adesso la stiamo attuando anche per raccogliere le idee e le proposte dei cittadini. Stiamo realizzando dei progetti di democrazia deliberativa perché penso sia l’unico modo reale. Ma non per ascoltare i cittadini come si fa tradizionalmente, dove si organizza una kermesse, sfilano un po’ di personalità della società civile e hai concluso il percorso dicendo ”ho ascoltato i cittadini”, no! Avere 16.500 cittadini, da ultimo, che hanno partecipato — di cui il 40% non iscritti al Movimento —, che con un grande dispendio anche economico e uno sforzo organizzativo notevole abbiamo dovuto formare, istruendo 500 persone, per lo più giovani, che poi hanno presieduto a questi 100 spazi aperti alla democrazia... se qualcuno ha avuto la possibilità di partecipare, avete visto che con una strutturata organizzazione si può anche realizzare un esperimento a livello nazionale. Io dico: è l’unica risposta che noi possiamo offrire per cercare di rilanciare la democrazia nella sua sostanza, nella sua forma, nella sua essenza.

Perché l’alternativa qual è? Perché comunque il gioco delle segreterie dei partiti, il gioco di vertice, verticistico e personalistico, ormai è destinato altrimenti a prendere il sopravvento. Fra un po’ noi avremo... io dico sempre scherzando internamente che forse sono uno degli ultimi leader che riuscirà ancora un po’ a gestire delle competizioni elettorali dove potremo, come dire, toccare e approfondire qualche argomento; tra qualche anno avremo la politica veramente affidata esclusivamente agli influencer, stiamo andando dritti verso quella direzione.

E anche all’interno del dibattito democratico — non lo devo certo dire a voi che siete più esperti in materia di me — il dibattito teorico è ampio, perché le suggestioni che emergono quali sono? Si parla di epistocrazia, quindi si ritorna a Jason Brennan e company che dicono: ”A quel punto lì non facciamo votare tutti, facciamo votare soltanto chi si informa, chi può esprimere un voto consapevole”; o torniamo a John Stuart Mill e al voto plurimo, per cui l’informato vota di più, ha più voti a disposizione rispetto a chi è disinformato; oppure vi dicono la lottocrazia, e a quel punto lì allora effettivamente facciamo il sorteggio delle cariche; oppure la tecnodemocrazia, per cui affidiamoci direttamente agli esperti, che poi è l’idea in qualche modo di Platone, quando parlava dei custodi della Repubblica e divideva le categorie sulla base delle varie competenze.

E attenzione, siamo nell’era della rivoluzione digitale, dell’intelligenza artificiale, e allora emerge la democrazia algoritmica, basata sulla suggestione che per prendere decisioni complesse un algoritmo possa essere molto più efficiente dei cittadini che votano casualmente, magari perché vedono degli slogan, vedono un’efficienza apparente o una capacità comunicativa e si lasciano suggestionare. Cioè, noi dobbiamo anche in termini costruttivi cercare di rilanciarla, questa democrazia, e dobbiamo, anche col vostro fondamentale contributo, cercare di affermare delle proposte che la rilancino, altrimenti ci ritroveremo stabilmente con una destra che prende il sopravvento.

E guardate che qui si parla di un progetto. Ovviamente stiamo costruendo un progetto strutturato per un governo che io chiamo progressista, che sia alternativo a questo disegno, ma secondo me il nome — lo dico qui stasera — di questa coalizione alternativa dovrebbe essere proprio questo: ”Alleanza per la Costituzione, per la democrazia”.

 

Serena Bortone

Ho una domanda velocissima e leggermente fuori tema, che riguarda un “non detto” su Roberto Vannacci. Tra i costituzionalisti serpeggia l’idea che, con questa legge elettorale, Vannacci possa allearsi con il centrodestra per aiutarlo a vincere il premio di maggioranza, salvo poi sfilarsi subito dopo per fare opposizione, pur avendo preso i voti insieme alla coalizione di governo. Sarebbe una sorta di beffa che andrebbe a sommarsi a quella che avete già definito “legge truffa”. Al di là di questo scenario, secondo lei Vannacci rappresenta più un problema per il centrodestra o per quella sponda progressista — o per la Costituzione stessa — che lei ha appena proposto di chiamare “Alleanza per la Costituzione e per la democrazia”?

 

 

Faccio innanzitutto una considerazione, visto che parliamo della legge elettorale: secondo me è una sconcezza che si accomodino le leggi elettorali non solo, ovviamente, per soddisfare quelli che sono i compromessi interni a una coalizione che adesso è al governo, a una maggioranza di governo, ma che addirittura poi, nel corso di vita di questa legge e di questo percorso che è puramente legislativo, si introducano modifiche mirate. Significa — parliamoci francamente — che si introduce la norma “salva‑Lupi” per offrire la possibilità a Noi Moderati di non perdersi per strada, e contemporaneamente si introduce la norma “taglia‑Vannacci” per cercare di ostacolare la sua corsa e creargli problemi. Solo che col “taglia‑Vannacci” poi scatta anche il “taglia‑Magi”, il che diventa un’ingiustizia paradossale, perché a seconda di come si debbano fare i propri comodi di bottega si acconcia questa legge come un vero e proprio patchwork. Qui non solo il testo nasce in un contesto di evidente incostituzionalità, con un sospetto forte, radicale e fondamentale di illegittimità, ma poi nel corso dell’iter parlamentare si colora di tutti questi passaggi che, a seconda dei vari compromessi del momento, favoriscono alcuni a discapito di altri rispetto alle singole coalizioni di partenza.

Per quanto riguarda Vannacci — e vi dico che l’ho già espresso pubblicamente — è del tutto chiaro che in questo momento rappresenta un problema per la destra di governo. Però io non gioisco affatto rispetto alla nascita di questo suo nuovo partito, perché parliamo di una formazione chiaramente estremista; un partito che, se giocherà le sue carte con una certa sagacia, può diventare in Italia quello che è stata l’AFD in Germania, Vox in Spagna o il movimento di Farage nel Regno Unito. Quindi, voglio dire, c’è una tendenza reazionaria molto forte che spira in tutta Europa. E allora, se oggi qualcuno da questo lato del campo gioisce perché pensa che la presenza di Vannacci possa risolverci i problemi indebolendo i nostri avversari, sbaglia: in una prospettiva a medio e lungo termine questa non è affatto una soluzione. Che cosa significa, infatti, la sua ascesa? Il movimento di Vannacci nasce e si alimenta sui fallimenti tangibili accumulati da chi oggi siede a Palazzo Chigi, e su quei fallimenti, su quelle ceneri, lui sta costruendo la sua personale fortuna politica. Di conseguenza, pur ammettendo che paradossalmente questo fenomeno sposti gli equilibri da un lato all’altro della destra, in prospettiva futura non giova certamente alla nostra battaglia democratica.

Trascrizione non riletta dal relatore