ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma
Scienze Politiche

Gianluca Passarelli

Il problema di fondo di questo sistema elettorale — e quando l’ho fatto notare pubblicamente, la ministra Casellati si è un po’ urtata — è che si tratta di un testo indifendibile. Le dissi testualmente: ”Guardi, ministra, se questo progetto me l’avesse presentato uno studente all’università, lo avrei rimandato a settembre”. Questo, comprensibilmente, ha colpito la sua sensibilità e ha messo a nudo le sue scarse competenze in materia di diritto e politica comparata.

Ci troviamo di fronte a un sistema elettorale “Frankenstein”, perché mette insieme tutto e il suo contrario nel tentativo di compiacere le varie anime della maggioranza. Anche nel dibattito di queste settimane sento dire: ”Aggiungiamo le preferenze, togliamo le preferenze...”. Ma le regole istituzionali non si contrattano al mercato! Non è che inserendo un singolo correttivo si migliora l’impianto sistemico di una riforma. La proposta Meloni-Bignami-Casellati ha un problema strutturale: è una legge che non sta in piedi sotto il profilo della ratio giuridica. Non è che se metti una camicia nuova a un mostro, quello improvvisamente diventa un angelo. Di conseguenza, questo testo non è emendabile; per quanto è strampalato, non meriterebbe nemmeno di essere discusso.

È un mostro giuridico perché genera un vero e proprio furto della rappresentanza. Introduce un abnorme premio a una minoranza di voti, configurando una frode ai danni degli elettori e allontanando ulteriormente i cittadini dagli eletti. Non garantisce la parità di genere, fermandosi a una riserva del 60-40 anziché puntare al 50-50, e riesuma un meccanismo a “listone” blindato che non si vedeva dal 1929.

In più, la maggioranza fa una confusione totale tra i concetti di stabilità e di governabilità. Sarebbe inutile citare alla ministra Casellati la storia politica della Gran Bretagna per spiegarle che la stabilità dell’esecutivo non si può imporre a colpi di decreti o con forzature legislative. Peraltro, i dati storici ci dicono che l’attuale governo è già uno dei più stabili nella storia della Repubblica; non c’era alcun bisogno di forzare le regole del gioco. La stabilità e la governabilità sono il frutto di accordi e di dinamiche puramente politiche. Invece la ministra ha voluto persino introdurre nel dibattito un fantomatico indicatore dell’efficienza dell’esecutivo, trascinandoci nel campo delle follie. Chi dovrebbe decidere e misurare questa efficienza? Esiste forse un “efficientometro” di Stato? Siamo all’assurdo di una legge elettorale scritta “purché sia”, senza alcuna visione d’insieme.

E qui arriviamo ai nuovi “padri della patria” e alle loro contraddizioni. Nel 2017 Giorgia Meloni dichiarava: ”Vogliamo una repubblica presidenziale o semipresidenziale, con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica o del capo del governo”. Signori, le parole hanno un peso specifico! Questo pasticcio istituzionale denota una profonda confusione concettuale, unita all’arroganza di chi vuole semplicemente accentrare ogni potere nelle mani del Presidente del Consiglio. Siamo di fronte a un capolavoro di incompetenza, per quanto perverso nei suoi scopi finali, ed è per questo che l’ho battezzato progetto “Frankenstein”.

Tra l’altro, il testo non si preoccupa nemmeno di disciplinare lo scenario del pareggio elettorale, alimentando una menzogna che troppe televisioni continuano a riprendere acriticamente. In questo momento, i sondaggisti più seri — e ce ne sono almeno due di cui non faccio il nome — danno i partiti del centrosinistra in netto vantaggio sul piano dei voti reali, a prescindere dal “fattore Vannacci” e dalle sue percentuali, che reputo sovradimensionate dai media. Questa è una legge che non regge innanzitutto alla prova dei fatti empirici, prima ancora che a quella costituzionale. Lo ribadisco ai parlamentari dell’opposizione: la proposta non è correggibile, siamo davanti a un borseggio della democrazia. Manca solo che i rappresentanti della destra si presentino in Parlamento con un mefisto calato sul volto per rendere esplicito il blitz che stanno compiendo.

Non me ne vogliate, ma siamo davanti a un drammatico cambio di fase: non ha più senso limitarsi a sottolineare i singoli aspetti tecnici. Qui è in atto un chiaro ed evidente attentato agli assetti costituzionali del 1948. Non si tratta di fare dell’allarmismo, si tratta di puro realismo. Basta unire i puntini della loro strategia complessiva, proprio come ci ha insegnato a fare Pier Paolo Pasolini: l’attacco all’indipendenza della magistratura, il premierato — che non trova alcun riscontro comparato nei sistemi democratici mondiali — e la scellerata autonomia differenziata che spacca il paese. Dobbiamo ripartire proprio dal riscatto del Sud, perché il Mezzogiorno darà grandi dispiaceri a questa maggioranza.

Il vero obiettivo di questo disegno reazionario è stato svelato. Fa eco alla proposta di Giorgio Almirante del 1983, che Giorgia Meloni ha definito un “grande italiano”: l’idea di una repubblica presidenziale con un Parlamento eletto a metà e nominato per l’altra metà, quasi a ricalcare il modello delle corporazioni fasciste. Ma l’Italia è, e resta, una repubblica parlamentare. Ricordo anche ai giornalisti che la figura che guida l’esecutivo, secondo la Costituzione, si chiama Presidente del Consiglio dei Ministri, e non “capo del governo”. L’espressione “capo del governo” appartiene alle leggi liberticide del 1925 e del 1926.

Che cosa fare, dunque, per reagire? Nel 1940 Eleanor Roosevelt disse che, di fronte a tempi non ordinari, occorrevano risposte straordinarie. Le strade percorribili dalle opposizioni non si escludono a vicenda: si può promuovere un referendum abrogativo immediato per lanciare un segnale politico e sociale fortissimo; si deve continuare a ingaggiare una battaglia parlamentare feroce in Aula; si può persino scegliere la linea dell’Aventino, rifiutandosi di partecipare ai lavori e al voto finale su questa legge truffa; e occorrerà ricorrere alla Corte Costituzionale subito dopo la promulgazione, sollevando la questione di legittimità come è già stato fatto efficacemente in passato. Soprattutto, è fondamentale generare una straordinaria mobilitazione sociale e politica. Spesso si sente dire che le forze progressiste stiano ancora cercando un programma comune su cui unirsi. Ebbene, il programma è già scritto e disponibile: sono i primi dodici articoli della nostra Carta costituzionale, non serve cercare altro!

Siamo in presenza di apprendisti stregoni che stanno tentando di mutare geneticamente la Repubblica e di compiere il ratto della democrazia. È il momento di mobilitarsi.