Gherardo Colombo
Secondo me per contrastare questa legge è necessario, anzi indispensabile, riuscire ad avvicinarsi il più possibile alla concretezza delle situazioni reali che vivono i cittadini. Il rischio molto forte che corriamo oggi è quello di rimanere confinati all’interno di discorsi astratti; dibattiti che, per carità, fanno passare i concetti tra persone esperte e addetti ai lavori, ma che alla fin fine escludono tutti coloro che non masticano il gergo giuridico o non sono in grado di comprenderne il linguaggio tecnico.
Vorrei partire proprio dal cercare di definire meglio che cosa intendiamo con il termine “minoranza”. Di solito, quando pensiamo alle minoranze in questo contesto, il pensiero va subito alle forze politiche e ai partiti. Ma proviamo a guardare oltre, proviamo a vedere chi sia concretamente “minoranza” nel paese reale, indipendentemente dalla distanza dei cittadini dalla politica.
Prendiamo i dati anagrafici: io, per esempio, data l’età, faccio parte di una minoranza. E attenzione, perché la condizione di minoranza non è data semplicemente dai numeri, ma dalle reali possibilità e dal potere effettivo che si detiene nella società. Pensiamo alle donne: demograficamente sono più dei maschi, eppure, a causa di un tasso di occupazione nettamente inferiore e di un carico di lavoro familiare e di cura dei figli che grava quasi interamente su di loro, dal punto di vista del potere sociale ed economico sono, di fatto, una minoranza.
Lo stesso vale per i più anziani. Qualche anno fa qualcuno propose persino una legge per togliere il diritto di voto superati i 65 anni. Anche in questo caso, è vero che numericamente siamo tanti, ma come peso politico e potere contrattuale ne abbiamo sicuramente di meno. Io che ho ottant’anni sento sulla mia pelle quanti bisogni specifici emergano, a partire da un’assistenza sanitaria adeguata, che spesso non trova risposte nelle istituzioni.
Dobbiamo entrare in questi problemi quotidiani dei cittadini e far capire loro una cosa fondamentale: scollare la rappresentanza effettiva da quella fittizia — come fa questa legge elettorale — non significa solo togliere voce alle persone, ma significa soprattutto sottrarre diritti concreti a chi è già debole o fa parte di una minoranza sociale.
Questo processo di progressivo svuotamento della rappresentanza territoriale, d’altronde, viene da lontano. Pensiamo a un’altra riforma che io non ho mai condiviso: il taglio dei parlamentari, da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori. Quella modifica ha fatto sì che territori, come una valle, perdessero totalmente la possibilità di avere un proprio rappresentante in Parlamento. Sono questi i discorsi pratici che servono all’opinione pubblica; è questo il messaggio che dobbiamo far passare.
Per riuscirci, dobbiamo andare in giro tra le persone, capillarmente. Oggi in questa sala siamo in tanti, è quasi piena, ma se vogliamo bucare la bolla dei media dobbiamo inventarci qualcosa... se io, o qualcuno molto più famoso di me, cadesse giù dal palco adesso mentre scende le scale, allora sì che faremmo notizia!
Ironia a parte, ricordiamoci che all’inizio della recente campagna referendaria sulla giustizia eravamo davvero in pochi, eppure un passo alla volta l’onda è cresciuta fino a portarci alla vittoria. Perché siamo cresciuti? Perché siamo stati capaci di trovare le parole giuste. Ed è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno oggi: trovare parole semplici e dirette, capaci di far sentire alle persone che la legge elettorale non è un problema astratto dei palazzi della politica, ma è una questione vitale che riguarda la vita di tutta la popolazione.

