Federico Fornaro
La questione delle questioni è che questa legge indebolisce il Quirinale, oltre a vizi strutturali che la rendono totalmente inemendabile. Da questo punto di vista, la maggioranza cerca di far rientrare dalla finestra quello che non è riuscita a far entrare dalla porta principale, ovvero il premierato. L’articolo 5 [del disegno di legge sul premierato] stabiliva testualmente che la legge elettorale avrebbe dovuto garantire al Presidente del Consiglio eletto dal popolo, e alle liste a esso collegate, la maggioranza assoluta sia alla Camera che al Senato. Fallito quel progetto, adesso utilizzano un escamotage: l’obbligo di indicazione sulla scheda del candidato presidente da sottoporre al Presidente della Repubblica per la successiva nomina.
Su questo punto dobbiamo essere intellettualmente onesti: non è che da un punto di vista politico l’indicazione del leader non sia mai esistita nel nostro sistema. Quando si votava con il bipolarismo e i due schieramenti erano guidati da Berlusconi e da Prodi, gli elettori sapevano benissimo chi sarebbe stato il candidato a Palazzo Chigi in caso di vittoria. Ma allora si trattava di una dinamica puramente politica, non c’era un vincolo giuridico stampato sulla scheda; una codificazione del genere, invece, intacca e condiziona pesantemente le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica.
Questa, però, non è l’unica criticità. C’è il nodo del “listone”. La maggioranza, resasi conto che quel termine richiamava storicamente i problemi e le storture descritti dalla Legge Acerbo, ha presentato un emendamento nell’ennesima revisione del testo — la terza, dopo che le audizioni di molti autorevoli costituzionalisti, che ringrazio, avevano già costretto a una prima riscrittura rafforzando l’azione delle opposizioni. Con quest’ultima modifica hanno ribattezzato il listone in “listini circoscrizionali”, ma non hanno risolto la sostanza del problema. Nei fatti, avremo listini bloccati composti mediamente da due o tre nominativi per ogni circoscrizione: l’elettore, votando quei pochi nomi visibili, contribuirà automaticamente a eleggerne altri 67 (se i bloccati sono tre) o 68 (se sono due) alla Camera, per non parlare dei 35 del Senato. Al Senato, poi, si aggiunge la complessa questione del premio nazionale per raggiungere il 57,1% dei seggi, un tema su cui la stessa comunità dei costituzionalisti esprime posizioni differenziate, come ricordava oggi il professor Villone.
L’elemento di maggiore discontinuità tra il primo e il secondo testo della maggioranza è stato il superamento del ballottaggio. Si sono resi conto che non avrebbe mai retto al vaglio della Corte Costituzionale, specialmente per come l’avevano strutturato, fissando la soglia di accesso al 35%. Lo hanno cancellato, ma lo hanno sostituito con un meccanismo che giudichiamo altrettanto dubbio sotto il profilo della legittimità costituzionale. Ora, il raggiungimento della soglia del 42% alla Camera è diventato una condizione necessaria ma non più sufficiente per ottenere il premio: occorre che la stessa coalizione ottenga il 42% anche al Senato. In questo modo, in un sistema di bicameralismo paritario in cui le due Camere sono costituzionalmente autonome, si creano di fatto due organi “fratelli siamesi”, totalmente incatenati l’uno all’esito dell’altro.
Questo premio in misura fissa non supera in alcun modo il test di proporzionalità. Per capire l’impatto numerico reale sui seggi, basta fare un calcolo matematico molto semplice. Prendiamo la Camera dei Deputati, che conta 400 seggi totali: se togliamo gli 8 eletti all’estero, i 7 del Trentino‑Alto Adige e il deputato della Valle d’Aosta, restano 384 seggi. Sottraendo da questi i 70 seggi bloccati destinati al premio di maggioranza, ne rimangono appena 314 per la ripartizione ordinaria. Curiosamente, 314 evoca il Pi Greco. All’atto pratico, se un partito medio‑piccolo ottiene il 5% dei voti nazionali, la quota proporzionale non si calcolerà più su 384 seggi, ma su 314: moltiplicando il 5% per 3,14 si ottengono circa 15 seggi che, con il recupero dei resti, diventeranno al massimo 17. L’impatto reale della rappresentanza delle minoranze viene così drasticamente ridotto. Di contro, una coalizione che ottiene il 42% dei voti si vede proiettata al 55% dei seggi, con un guadagno netto di 13 punti percentuali. Per dare un’idea concreta di questa distorsione, 13 punti equivalgono alla somma dei voti di Forza Italia e della Lega messi insieme; è come se il premio regalasse d’ufficio alla coalizione vincente il peso del suo secondo partito.
Siamo solo all’inizio di una battaglia parlamentare e sociale molto lunga. In commissione abbiamo già affrontato 35 ore di seduta, in cui la maggioranza ha imposto una forte compressione dei tempi — concedendo appena tre minuti di discussione per ogni emendamento — e siamo riusciti a votarne meno della metà. Ora il testo approda nell’aula della Camera: chiederemo con fermezza tempi di discussione dignitosi e rispettosi per una riforma che ha una valenza pienamente costituzionale, contrastando ogni ulteriore tentativo di blitz da parte del governo.
Trascrizione non riletta dal relatore

