Andrea Pertici
Rispondendo alla domanda su quale sia il vero fine politico nascosto dietro questo testo, la questione pone un punto centrale. Qui non stiamo parlando di una semplice modifica tecnica della legge elettorale; stiamo parlando della modifica surrettizia della forma di governo attraverso lo strumento della legge elettorale. Questa maggioranza sta cercando di ottenere per via ordinaria quello che non le è riuscito di fare con la riforma costituzionale sul cosiddetto premierato. Sottoporsi a un altro referendum costituzionale e rischiare una bocciatura popolare sarebbe, per loro, politicamente insostenibile; i tempi della legislatura, peraltro, ormai sono stretti, e quindi si cerca di recuperare quel disegno verticale del potere per scorciatoia.
Con questa legge elettorale i cittadini non voterebbero tanto per eleggere le Camere, quanto per investire direttamente il governo. Questo è, a tutti gli effetti, un voto bloccato sul governo, come dimostrano chiaramente due elementi del testo.
Il primo è quello per cui la Camera e il Senato — due organi paritari che per Costituzione devono poter essere votati separatamente, correndo anche il fisiologico rischio di produrre risultati diversi — vedono l’attribuzione del premio di maggioranza condizionata al fatto che la stessa coalizione raggiunga il 42% in entrambi i rami del Parlamento. Questo significa che nella mente dei decisori non conta tanto l’autonomia delle Camere, ma l’automazione del risultato a favore dell’esecutivo.
C’è poi il secondo elemento, ovvero la sostanziale elezione diretta del Presidente del Consiglio. Su questo aspetto Riccardo Magi ha detto una cosa finora poco valorizzata, ma importantissima: l’obbligo di indicare il leader sulla scheda non rappresenta soltanto un’indicazione politica o un brand, perché da quel nome dipende per legge la validità stessa della presentazione delle liste. Ci troviamo di fronte a un vincolo di rilevanza giuridica assoluta. Oggi le forze politiche hanno già la piena facoltà di indicare al Capo dello Stato il nome del Presidente del Consiglio che preferiscono in sede di consultazioni; volerlo inserire per legge sulla scheda elettorale è un modo per imporre il premierato nei fatti, aggirando la Costituzione. Non avrebbe altra ragione d’essere.
Questo blitz, tuttavia, nasconde anche un altro vizio della nostra politica: ogni volta che in questo paese si apre una crisi profonda dei partiti, si cerca di scaricarne le colpe sulla Costituzione e sulla legge elettorale. Con questo testo la maggioranza sta tentando di disinnescare e risolvere alcuni problemi di tenuta che ha al suo interno. Forse queste fratture interne sono talmente gravi che persino l’iter di questa legge potrebbe rivelarsi meno lineare di quanto si aspettassero. Non a caso si parla già di possibili rinvii, o dell’intenzione di approvarlo per ora in una sola Camera, senza sapere come andrà a finire nell’altro ramo del Parlamento.
Infine, per quanto riguarda la questione delle preferenze, esse rappresentano certamente un elemento centrale, essendo lo strumento più immediato con cui i cittadini possono esercitare una scelta reale sui propri rappresentanti. Tuttavia, il ritorno alle preferenze andrebbe accompagnato da tutta una serie di legislazioni di contorno e di norme antiriciclaggio e di trasparenza sui finanziamenti. Se da un lato sono fondamentali per restituire lo scettro all’elettore, dall’altro dobbiamo far sì che portino con sé le necessarie garanzie democratiche, evitando che si trasformino in un elemento di pura pressione clientelare.
Trascrizione non riletta dal relatore

