ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Viaggio in Cina di Giovanni Tamburino

Viaggio in Cina 

di Giovanni Tamburino

Sono reduce da un viaggio in Cina (con rientro anteriore all’epidemia) e vorrei porre in comune, per il poco che può valere la conoscenza, alcune rapide considerazioni.

Il testo non contiene citazioni di articoli di legge né riferimenti dottrinali. Non escludo, tuttavia, che possa avere qualche utilità come stimolo ad alcune riflessioni in tema di sistema e, perché no? autocritiche in noi, magistrati, ex-magistrati e giuristi.

Tre premesse. Primo: resta estranea qualunque considerazione politica. Nessuna delle opinioni che seguono implica un giudizio nemmeno implicito di approvazione o disapprovazione del regime cinese. Questa dimensione, pur rilevante, resta fuori da un discorso finalizzato a tutt’altro. Seconda premessa: la Cina ha circa 1/5 della popolazione mondiale in un territorio grande tre volte l’India (quest’ultima, com’è noto, è da sola un sub-continente). Parlarne come di un’unica cosa è assurdo. La Cina è un mondo di mille realtà diverse. Qui esprimo opinioni tratte dall’incontro durato poco più di due settimane con alcune città, seppur grandi e importanti, tra cui Pechino, Wuhan, Xi’An, Chengdu. Ultima premessa: del molto che ho visto utilizzo ciò che può avere interesse rispetto al dramma che stiamo vivendo in Italia e che la Cina, dove il dramma è iniziato alla fine dello scorso anno, sta superando.

 Nell’ambito dell’interesse di cui ho detto cinque aspetti mi sono sembrati significativi.

1. - Una tecnologia informatica avanzatissima. Dai ragazzi agli anziani non ho incontrato persona incapace di utilizzare con assoluta normalità gli strumenti anche più sofisticati. Il più comune è ovviamente il telefonino. Lo smartphone è non solo mezzo di comunicazione continuamente attivo, ma è carta d’identità, certificato anagrafico e di residenza, tessera sanitaria, strumento di localizzazione, mezzo di trasferimento di denaro (basta l’account telefonico senza passare da una banca) e mezzo principale di pagamento: dal biglietto dell’autobus al ristorante tutto si paga con lo smartphone tanto che è comune uscir di casa senza denaro in tasca. Apro una parentesi, per segnalare l’importanza dello scambio economico che non richiede la mediazione del denaro, essendo sufficiente il “colloquio” tra smartphone collegati tramite un unico semplice applicativo (WeChat). Oggi, in piena emergenza epidemica, costretti a casa facciamo spesso acquisti essenziali via telefono e facendoci recapitare la spesa. Tuttavia, siamo costretti a recarci periodicamente in banca o a uno sportello bancomat per prelevare il contante. In tal modo moltiplichiamo il rischio di diffusione del contagio o di essere noi stessi contagiati. Inoltre, quando paghiamo, consegniamo a chi recapita la spesa banconote che possono essere veicolo di contagio. A sua volta colui che riceve il denaro ci dà un resto che prendiamo con le mani moltiplicando ancora una volta i rischi. Tutto ciò viene eliminato in radice con il pagamento con lo smartphone utilizzato pressoché universalmente in Cina. Lo scambio delle comunicazioni è d’altronde assai rapido. Una stessa app ti dice dove sei, dove si trova un negozio, qual è l’orario di apertura, come arrivarci e quanto impiegherai, quali merci troverai oltre ad altre comunicazioni che vanno dal tempo atmosferico alle news. Infine, appositi codici sul display consentono l’accesso automatico a musei, mezzi di trasporto, luoghi pubblici senza transitare dalle casse o far la fila. Quando arrivi alla stazione ferroviaria o in un ufficio gli addetti ti riconoscono e ciò può ridurre o azzerare le code. Vi è un interscambio pervasivo di informazioni il cui risultato è il seguente: città con decine di milioni di abitanti mostrano una scorrevolezza e un ordine a tutta prima sorprendenti. Beninteso è questa una condizione essenziale alla sopravvivenza di immense metropoli che da sole hanno la popolazione di un terzo dell’Italia. Tale condizione può ovviamente evocare l’idea del grande fratello. Ho detto che prescindo qui da giudizi di valore.

2. – La tecnologia non passa solo attraverso i telefonini, che ne sono evidentemente il livello micro. Le strade sono ricche di cartelli le cui scritte continuamente aggiornate indicano che cosa si può fare o non fare e ciò che può essere utile alla popolazione, dalle indicazioni sul traffico a segnalazioni di emergenze varie, consigli o richiami. Ho notato una cura quasi maniacale del verde e della pulizia dei parchi, delle strade e dei luoghi pubblici. Ho trovato musei affollati di giovani, famiglie (in generale di tre persone, ma anche con due figli e spesso con gli anziani genitori o nonni, che rimangono molto rispettati) e comitive che destinano il giorno di riposo alla visita dei musei, ricchi e interessanti. Nei grandi parchi ho assistito a semplici intrattenimenti creati dalla folla, come la danza o balli spontanei e la musica in un clima di spensieratezza e allegria che mi ha ricordato alcuni aspetti dell’Italia degli anni ‘60.

3. – Tornando al piano tecnologico, ho notato l’ampia diffusione delle lezioni universitarie a distanza grazie a collegamenti video sia nelle aule attrezzate, sia nei computer dei singoli studenti. Anche in questo caso il funzionamento degli apparati di trasmissione è per lo più ottimo.

4. – La presenza della polizia e delle forze militari è contenuta, salvo talune aree. L’ordine pubblico sembra fondarsi sul sistema di comunicazione continua e di conoscenza capillare garantito da canali informatici evoluti. Quando arrivi in Cina sei fotografato e la foto, scannerizzata, entra nel sistema per essere riverificata a ogni passaggio, da città a città, sia che viaggi in auto, in treno o in autobus. Nulla di invasivo, beninteso: tutto avviene in modo fluido, automatico, efficiente, quasi senza che te ne accorga. Ma ogni movimento all’occorrenza è seguito e registrato. Il sistema è stato fondamentale sia in Cina sia nella Corea del Sud per affrontare l’emergenza virus consentendo di monitorare qualunque spostamento delle persone in quarantena o comunque confinate in casa. Ed è ovviamente efficace nella prevenzione generale. Città enormi, rispetto alle quali Roma o Milano sono meno di quartieri, risultano leggibili secondo una organizzazione sicura. Si esce notte e giorno con una sensazione di tranquillità da noi dimenticata. A ciò probabilmente contribuisce la circolazione di contante ridotta al minimo.

5. – Le grandi città, da oltre 10 milioni di abitanti a oltre 20 milioni, hanno chilometri coperti da teorie di grattacieli ognuno dei quali ospita tanti abitanti quanto un nostro piccolo paese. Anche in questo caso l’esistenza di sistemi informatici avanzati consente la gestione di queste unità abitative e le collega alle strutture amministrative municipali e, a un secondo livello, alle centrali. In ogni grande caseggiato esiste, di regola, un rappresentante politico che funge da tramite: un tramite certamente informativo, ma anche di segnalazione delle necessità dei residenti.

L’immagine che mi è rimasta è di una potenza proiettata verso il futuro con un’attitudine straordinaria all’utilizzo delle tecnologie avanzate già diffuse a ogni livello, dai bambini agli anziani, da chi vende per la strada piccoli oggetti all’albergo con migliaia di camere. Mi è sembrato che il balzo da una storia plurimillenaria, caratterizzata da aspetti medievali protrattisi fino a cent’anni fa, al presente segnato dall’Intelligenza artificiale e da sofisticati sistemi di connessione-comunicazione-elaborazione, sia stato compiuto con la convinta partecipazione della popolazione, specie giovane, consapevole e fiera, per ciò che ho potuto percepire, dell’età di straordinaria crescita che sta vivendo la Cina.

Non sarei sincero se chiudessi senza dire della sensazione di precipizio o di vuoto d’aria che mi ha colto al rientro in Italia nel contatto con le miserrime strutture e le boccheggianti amministrazioni (ben prima della maledizione del virus), in particolare del sistema giustizia (certo non il solo, né il peggiore) afflitto da grave arretratezza: un sistema in cui ancora non si è realizzato il processo per videoconferenza quanto meno per tutti i detenuti ([1]), non si sono attrezzate sufficienti ed efficienti postazioni per colloqui audiovisivi a distanza in tutte le carceri, non si è abbracciato con entusiasmo nemmeno il processo telematico. E’ di questi giorni la notizia che finanche sistemi pur modesti se non arcaici, come il SIUS ([2]), trovano difficoltà di funzionamento sui portatili dei magistrati. Tutto ciò è sconcertante e rinvia al ritardo, forse ormai incolmabile, dovuto all’immobilismo e all’arretratezza ai quali l’Italia si è condannata per mantenere posizioni di comodo, vecchie abitudini mentali, ossequio a regole concepite per un mondo che non esiste più. Si sono così paralizzate per decenni la semplificazione e l’efficienza, utili entrambe anzitutto ai cittadini con maggiori difficoltà: anziani e giovani, malati, disoccupati, poveri.

Il breve confronto con la Cina, in particolare con la città di Wuhan subito prima dell’epidemia, ha reso facilmente prevedibile la risposta che sarebbe stata data al flagello del virus. La capacità di strutture pubbliche che controllano il sistema e l’efficienza della strumentazione informatica hanno consentito, certamente aiutate dall’attitudine degli abitanti alla disciplina e al rigore, di affrontare un’emergenza che in Italia ha fatto, mentre scrivo, più vittime dell’intera Cina. Dio non voglia che ne causi ancora se proseguirà una gestione improvvisata e caotica di quella che dovrebbe essere considerata a ogni effetto una terribile guerra.

[1] Un opportuno ampliamento dell’utilizzo del processo a distanza nei confronti dei detenuti è stato adottato con le disposizioni dell’art. 2, comma 7, decreto legge 8 marzo 2020, n. 11, e, poi, dell’art.83, comma 12, decreto legge 17 marzo 2020, n. 18. Purtroppo si è ancora una volta agito nella emergenza di un’epidemia già dilagata, anziché affrontare un problema che già da anni era maturo ed era stato evidenziato. Richiamo anche l’eccellente proposta di Ignazio Pardo “Processo telematico e sistema delle impugnazioni penali” (in questa Rivista, 23 marzo 2020 https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-dell-emergenza-covid-19/938-processo-telematico-e-sistema-delle-impugnazioni-penali-di-ignazio-pardo) dirette alla accelerazione delle impugnazioni penali. Si tratta, scrive Pardo, di “semplice prassi del tutto idonea a sgravare le cancelleria da oneri e compiti e che, una volta standardizzata alla ripresa ordinaria delle attività, si profila utile ad alleggerire il lavoro delle stesse strutture amministrative, ad oggi gravate dalla predisposizione di numerose copie dei c.d. fascicoletti, idonea ad abbattere l'utilizzo massiccio di carta negli uffici giudiziari, idonea ancora a ridurre i costi di spedizione”.

[2] Una surreale discussione viene attestata in questi giorni (19/20 marzo 2020) dalla mailing-list dei magistrati di sorveglianza che vivono il dramma della “prima linea” e stentano a ottenere risposte adeguate circa la possibilità di lavorare da casa servendosi del sistema SIUS. Lascia sgomenti la lettura delle mail che si sono susseguite e ancora si susseguono a dimostrazione del fatto che il problema non è risolto. E’ impossibile non pensare a un ritardo di anni che pesa come un macigno sul sistema giustizia. 


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