ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Gli atti concorrenziali nella prospettiva delle Sezioni Unite penali.

Gli atti concorrenziali nella prospettiva delle Sezioni Unite penali. Nota a Cass., S.U. n.13178/2020.

 di Maria Cristina Amoroso

Sommario: 1. Le ragioni del contrasto.  2. Le posizioni della giurisprudenza di legittimità. 3. La risposta delle Sezioni Unite. 4. La libertà di concorrenza. 5. Il significato di atti concorrenziali. 6. Il bene giuridico protetto. I caratteri della fattispecie. 7. Conclusioni.

Le Sezioni Unite con la decisione n. 13178, depositata il 28 aprile 2020, hanno posto fine al contrasto delineatosi in tema di illecita concorrenza con minaccia o violenza  di cui all’art. art. 513 -bis cod. pen.

Investito dalla Terza  Sezione  penale, con  ordinanza n.  26870 del  19  aprile 2019,  del quesito: «se, ai fini della configurabilità del reato di illecita concorrenza con minaccia o violenza, sia necessario il compimento di condotte illecite tipicamente concorrenziali o, invece, sia sufficiente il compimento di atti di violenza o minaccia in relazione ai quali la limitazione della concorrenza sia  solo la mira teleologica dell’agente», il Supremo Consesso ha affermato il principio di diritto secondo cui «ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 513-bis c.p. è necessario il compimento di atti di concorrenza che, posti in essere nell’esercizio di un’attività commerciale, industriale o comunque produttiva, siano connotati da violenza o minaccia e siano idonei a contrastare od ostacolare la libertà di autodeterminazione dell’impresa concorrente».

1.Le ragioni del contrasto.

Il contrasto prende le mosse dalla palese divergenza tra la ratio della previsione normativa e l’ambito di incidenza della sua tipicità, delineata con tratti identificativi sostanzialmente diversi da quelli preannunciati. Come ricordato dalla  Suprema Corte, l’introduzione dell’art. 513 - bis cod. pen. - che sanziona con la reclusione da due a sei anni chiunque nell'esercizio di un’attività commerciale, industriale  o comunque produttiva,  compie  atti  di  concorrenza  con  violenza  o minaccia - è avvenuta per opera della legge  13  dicembre 1982, n.  646  (cd.  Rognoni-La Torre), recante disposizioni in materia  di   misure  di   prevenzione  di   carattere  patrimoniale, sulla spinta  dell’urgenza, particolarmente sentita in quello specifico momento storico, di prevedere una fattispecie ad hoc per la repressione dei comportamenti tipici della mafia che, quale nuova e illegale “forza imprenditrice”, scoraggiava la concorrenza con esplosione di ordigni, danneggiamenti e  violenza sulle persone; condotte rispetto alle quali le tradizionali fattispecie dell’estorsione e  della  turbata libertà dell'industria o del commercio mal si prestavano ad accordare un’efficace tutela.

Nonostante la dichiarata volontà legislativa, la disposizione non è stata plasmata in relazione ai contesti mafiosi, il riferimento a “chiunque”, sia pure nell'esercizio di un’attività commerciale, industriale o produttiva, ne ha, per certi versi, ridelineato la portata, così come la collocazione della disposizione tra  i delitti  contro  l'economia pubblica, l’industria  e  il  commercio  (nel   Capo  II del Titolo   VIII) ha  di  fatto allontanato l’area   della  oggettività  giuridica della  previsione dal   complesso  delle   fattispecie  incriminatrici  poste a  tutela dell’ordine pubblico.

Queste circostanze, unitamente al riferimento contenuto nella fattispecie tipica  alla realizzazione di “atti  di concorrenza”, senza alcuna ulteriore specificazione, hanno  dato vita  a letture giurisprudenziali non univoche.

2.Le posizioni della giurisprudenza di legittimità.

Superato un orientamento più risalente nel tempo che aveva inizialmente limitato  l’incidenza  della disposizione  al solo  contrasto di   forme  d’intimidazione   mafiosa tese a scoraggiare  la   regolare  dinamica dell’agire imprenditoriale, la giurisprudenza più recente è concorde nell’escludere la necessaria realizzazione della condotta nell’ambito della criminalità organizzata, ma  si presenta divisa circa il significato da attribuire alla generica locuzione “atti di concorrenza”.

Spinta dallo sforzo di restituire alla fattispecie una maggiore determinatezza, una parte della giurisprudenza di legittimità, individuata nella  tutela della  libera concorrenza la ratio della norma, ha ritenuto costituissero “atti di concorrenza” soltanto le condotte concorrenziali tipiche, quali  il boicottaggio, lo storno dei dipendenti, il rifiuto di contrattare, etc., desumibili dalle pertinenti  disposizioni del  codice  civile, realizzate con  metodi di coartazione volti ad ostacolare la normale dinamica imprenditoriale  nei  confronti di  altri soggetti economici tendenzialmente operanti nello stesso  settore.

In questa prospettiva la disposizione è stata ritenuta  inapplicabile  agli  atti di  violenza o  minaccia non  sostanziatisi in  comportamenti competitivi nel senso  tecnico-giuridico, quand’anche la  finalità perseguita  dall'agente si  fosse identificata con  la limitazione della libertà  di   concorrenza, ferma    restando,  tuttavia,   l’eventuale  riconducibilità  della fattispecie concreta ad altre  ipotesi di reato (quali quelle  di estorsione o di concussione);  una interpretazione difforme da quella proposta, secondo i fautori di questa tesi,  contrasterebbe con la ratio della norma  e determinerebbe una  inevitabile  «violazione del  principio di tassatività, a fronte di un enunciato normativo la cui formulazione intende invece isolare, dalla   generalità degli  atti  violenti, gli  specifici   atti   di  concorrenza,  pur commessi con quella particolare modalità».

Di avviso contrario è, invece, la contrapposta giurisprudenza teleologicamente orientata che contesta l’attribuzione di  rilievo alla sola commissione di atti  tipici di concorrenza, e ritiene la disposizione applicabile in tutti i casi di  realizzazione  di attività  violente  e minacciose che,   proprio  per   le  loro   caratteristiche  di   fatto,  configurano  una concorrenza illecita mirando a controllare le attività commerciali, o comunque a condizionarne il libero  esercizio. 

Per questa linea ermeneutica alla nozione “atti di concorrenza” va attribuito un significato più ampio di quello desumibile dalle disposizioni del codice civile, in quanto il bene giuridico tutelato consiste non solo  nel   buon   funzionamento  dell'intero  sistema  economico,  ma   anche   nella libertà della  persona  di  autodeterminarsi  nell’esercizio della  sua  attività commerciale, industriale o comunque produttiva.

Alle due letture se ne affianca una terza che, nel tentativo di individuare una  definizione di “atti di concorrenza”  meno  restrittiva, ma al contempo più determinata, prospetta la possibilità di attribuire un significato a tale concetto facendo ricorso alla  ratio della  norma  incriminatrice e tenendo conto della più recente normativa italiana  ed europea  in tema  di tutela della  concorrenza.

Per tale impostazione  gli atti concorrenziali di cui alla fattispecie sono integrati da tutti i  casi  tipici  di  concorrenza sleale  parassitaria, ovvero attiva, contenuti ai numeri 1) e 2)  dall’art. 2958 cod. civ.  ma anche da tutti gli atti inclusi nella disposizione di chiusura  di cui al numero 3) dello stesso articolo,  secondo  cui   sono  atti  di concorrenza  sleale   tutti i  comportamenti contrari  ai  princìpi  della  correttezza professionale idonei  a danneggiare l'altrui azienda.

In quest’ottica assumerebbero rilievo sia  quei  comportamenti che, commessi da  un imprenditore con  violenza o minaccia, risultano “idonei a falsare  il  mercato” e a consentire l'acquisizione, in danno  dell'imprenditore minacciato, di illegittime posizioni  di   vantaggio  senza   alcun    merito  derivante  dalla    propria  capacità operativa (come nel caso tipico  dell'intimidazione esercitata da parte  di un imprenditore nei  confronti di  un  altro, rispetto a lavori appaltati ma  rivendicati come  propri), sia le condotte contrarie ai principi della  correttezza professionale, intese  come  “qualunque comportamento violento o minatorio” posto in essere nell'esercizio dell'attività   imprenditoriale al  fine  di acquisire  una posizione dominante sul mercato non correlata alla  capacità operativa dell'impresa o   comunque  diretto   ad   alterare   l'ordinario  e   libero rapportarsi degli  operatori  in  una  economia  di  mercato.

3. La risposta delle Sezioni Unite.

Il terzo degli orientamenti esposti viene considerato dalla Sezioni Unite quello maggiormente utile ai fini della risoluzione del quesito.

Del primo si critica l’eccessiva limitazione della  potenzialità applicativa e la ridotta capacità di tutela, poichè restringe l'incidenza dell’art. 513- bis cod. pen.  ad  isolate   forme di  comportamento competitivo «senza  esplorare appieno la  possibilità di  un’interpretazione che  si faccia   carico   di  collocare  la  norma  incriminatrice  e  il  bene   giuridico  da  essa tutelato all'interno di una visione complessiva dei presupposti della  libertà di concorrenza nel sistema interno e nella  sua più ampia  dimensione euro-unitaria» rendendo la norma sostanzialmente inapplicabile se non  in casi assai limitati.

Quanto al secondo, si osserva che da  un  lato esso  rischia di  rafforzare del tutto impropriamente l'incidenza dell’elemento  psicologico del  reato   poiché, al  di  fuori  di  condotte intimidatorie poste in  essere  nell'esercizio  dell’attività   concorrenziale,  il   fine   dei comportamenti  illeciti  dovrà   comunque  dirigersi  verso   il  contrasto dell’altrui libertà di  concorrenza; dall'altro rischia  di  imporre una  rivisitazione del  contenuto dell’oggettività   giuridica,  dal   momento  che   la   norma  verrebbe a tutelare situazioni ed  attività non  riconducibili esclusivamente al  libero autodeterminarsi dell'imprenditore   nella    sua  attività    d'impresa,   oltrepassando   l’esigenza  di protezione della  sfera  dell'economia pubblica, dell’industria e del  commercio, per indirizzarsi di fatto verso  la difesa  di esigenze proprie dell’ordine pubblico.

Nella lunga ed articolata parte motiva della decisione le Sezioni Unite  giungono alla soluzione del quesito sviluppando un percorso idealmente frazionabile in  più  parti. L’incipit è costituito dalla lucida rappresentazione del contesto multilivello relativo alla libertà di concorrenza; la parte centrale è costituita dall’attribuzione al sintagma "atti di concorrenza" di un significato svincolato  dall’originario contesto normativo in  cui la fattispecie di cui all’art.  513 - bis è stata introdotta e più aderente alla sopravvenuta normativa  interna ed  euro-unitaria;  la terza parte  analizza le  ragioni e le finalità di  tutela che hanno  determinato la genesi  della norma.

Delineati nei suoi contorni la fattispecie di cui all’art. 513 - bis cod. pen., la sentenza si conclude con la distinzione di tale previsione dai delitti contigui di cui agli artt. 513 e 629 cod. pen.

4. La libertà di concorrenza.

A livello Costituzionale la Corte individua nell’art. 41, primo  comma, la disposizione a presidio della  tutela della libertà di concorrenza.

Sebbene la disposizione non contenga alcuna menzione in proposito e si limiti ad affermare che l’iniziativa  economica privata è libera  fatti salvi i limiti espressamente indicati nel secondo comma, il costante processo di integrazione europea, l’incidenza delle numerose  regole di  concorrenza stabilite  dall’Unione europea e la scelta  di  campo  espressa  in  favore  di  “un’economia  di mercato aperta  e  in  libera   concorrenza” (ex   artt. 119   par.   l e  120  TFUE,  in relazione all'art.  3,  par.   3,  TUE) hanno impresso a tale principio  connotazioni in parte nuove.

La libertà di concorrenza, si evidenzia,  è divenuta progressivamente una delle naturali espressioni della libertà  di iniziativa economica privata a causa di una pluralità di disposizioni quali l’art.  16  della Carta dei  diritti fondamentali dell’Unione europea sul  riconoscimento della  libertà d'impresa; gli  artt. 3, par.  3 e 21,  par.  2, lett. e),  TUE; gli   artt. 3, par.  l, lett. b), 32,   lett. c),   34  ss.,   101-109, 119, par. l, 120 TFUE, che  dettano  le  norme sostanziali in materia di tutela della  concorrenza;  e il  Protocollo n.  27 allegato ai Trattati, là  dove  si  afferma che  «il  mercato interno ai  sensi  dell'articolo 3  del Trattato   sull’Unione  europea  comprende   un   sistema    che   assicura   che   la concorrenza non sia falsata».

La libertà di concorrenza ha trovato espresso rilievo costituzionale  nell’art.  117,   secondo comma, lett.  e),   Cost.,  introdotto  nell'ordinamento  a seguito  della  modifica operata dall'art. 3 della  legge  costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, che ne assegna la tutela, nell'ambito  della nuova  ripartizione delle  competenze fra i diversi livelli territoriali di governo, alla potestà  legislativa  esclusiva dello   Stato, che  deve  esercitarla  «nel  rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli  obblighi internazionali».

La stretta connessione fra libertà dell’iniziativa economica privata e la tutela delle regole della concorrenza, anche  nella più ampia dimensione del mercato comunitario, è tema oggetto di numerose pronunce della Corte Costituzionale nelle quali da un  lato si afferma che  la nozione di concorrenza di cui all’art. 117 Cost. riflette quella operante in ambito comunitario, dall’altro che attraverso  la tutela della concorrenza si perseguono altresì finalità di ampliamento  dell’area di libera scelta dei  cittadini e  delle imprese, queste ultime  anche quali fruitrici, a loro volta  di beni e di servizi.

In ambito europeo il favor  per  la tutela di questa libertà si manifesta, in particolare, oltre che nell’insieme di  divieti posti  dai già citati  artt. 101 e 102 TFUE (e  in  precedenza stabiliti negli  artt. 81 e 82  TCE)  nella affermazione, contenuta nell’art. 16  CDFUE,  secondo la quale  la  libertà  d'impresa  deve   essere   esercitata “conformemente al  diritto  dell'Unione”, così  includendovi le  regole di diritto derivato che governano in  maniera specifica  e dettagliata i meccanismi di funzionamento della   concorrenza.

Quanto alle pertinenti  disposizioni interne,  la tutela del mercato concorrenziale è affidata agli  artt. 2 e 3  della legge  12  ottobre 1990, n.  287, dal contenuto  analogo alle disposizioni  europee  in  tema di  intese  restrittive della  libertà di  concorrenza, abuso  di  posizione dominante  e concentrazioni  fra   imprese; le situazioni vietate sono  individuate assumendo quale modello di riferimento il  contenuto delle  corrispondenti disposizioni dell’ordinamento euro- unitario e l’art. l, comma 4)  enuncia espressamente il criterio   secondo  cui   le  regole   interne  vanno interpretate «...in  base  ai  principi dell'ordinamento delle  Comunità europee in materia di disciplina della  concorrenza».

Nella stessa ottica le previsioni della  legge  11 novembre 2011, n.  180, hanno   inteso  definire lo statuto delle imprese e  dell’imprenditore  al  fine  di  assicurare lo  sviluppo della persona attraverso  il  valore  del  lavoro, sia  esso  svolto   in  forma   autonoma che d’impresa e al contempo  garantire la  libertà di  iniziativa economica privata  in  conformità agli  articoli 35 e 41 della  Costituzione.

La Corte fa riferimento anche alle disposizioni civilistiche volte ad assicurare l’ordinato e corretto svolgimento  della libertà di concorrenza impedendo, sul piano giuridico, il  determinarsi  di  situazioni  di  monopolio  e  quasi - monopolio ( 2596 cod. pen.) ovvero comportamenti illeciti che  di  fatto alterino o,  addirittura, stravolgano il regolare funzionamento del mercato attraverso la repressione degli  atti  di concorrenza sleale  (artt. 2598- 2601  cod.   civ.).

Tra le previsioni del codice civile le Sezioni Unite si soffermano, in particolare su quella contenuta al  n. 3  dell’art. 2598, secondo la quale si considera concorrenza sleale  «ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale ed idoneo a danneggiare l’altrui azienda».

Rifacendosi ai principi enunciati dalle Sezioni Civili, le Sezioni Unite affermano che il  carattere  residuale della norma rispetto alle condotte tipizzate nei numeri 1) e 2)  impone  la  necessità di  esaminare caso  per  caso  se il  comportamento allegato costituisce illecito, dia  esso  luogo, o meno, anche  a violazione di norme pubblicistiche. La disposizione, pertanto, appare riferibile a qualsiasi atto che, alla luce dei principi fondamentali e delle previsioni nazionali ed europee in tema di mercato concorrenziale,  risulti contrario  ai canoni di etica professionale generalmente accettati  e seguiti nel mondo degli affari, ovvero  nello specifico settore cui appartengono le attività imprenditoriali  in rapporto concorrenziale e che al  contempo sia idoneo a recare danno all’altrui azienda.

5. Il significato di “atti concorrenziali”.

Alla luce di quanto rappresentato, le Sezioni Unite affermano che la nozione di “atti concorrenziali” va  inquadrata  sia con riferimento  al   superiore  divieto  di  ordine  costituzionale  posto dall'art. 41, secondo comma, Cost. - secondo cui  qualsiasi forma di competizione concorrenziale riconducibile  alla  libera   estrinsecazione dell'iniziativa  economica privata non  può  svolgersi “in modo  da  recare danno” ad  una  serie  di  situazioni giuridiche   soggettive  costituzionalmente  tutelate   (come  i  diritti  di   libertà, sicurezza e  dignità umana) -  sia  tenendo conto dell'esigenza di  rispetto dei  limiti  stabiliti dalla legge  ordinaria (ex  art.  2595   cod.  civ.)  per  lo   svolgimento  della libera concorrenza risultanti dal raccordo  fra diversi  livelli  della   normativa  euro-unitaria, e delle   disposizioni contenute  nel codice  civile  nella  legislazione  speciale  (in   primo luogo, nella  legge  n. 287  del 1990).

Nel definire l’ambito di operatività della fattispecie di cui all’art. 513 -  bis cod. pen., la Suprema Corte specifica che il soggetto attivo e  quello   passivo   del reato   devono trovarsi in una dinamica concorrenziale  e pertanto, almeno tendenzialmente, offrire nello  stesso  ambito di  mercato beni  o servizi che  siano destinati   a          soddisfare,   anche             in   via succedanea,    lo   stesso bisogno   dei consumatori o, comunque, bisogni complementari o affini, tenendo conto del  fatto   che   il  rapporto di  concorrenza  si  instaura  anche   fra   operatori  che agiscono a  livelli economici diversi (ad  es.: produttore-rivenditore o  grossista­ dettagliante), coinvolgendo «tutte le  imprese i cui  prodotti e servizi concernano la stessa  categoria di consumatori e che operino quindi in una  qualsiasi delle  fasi della   produzione  o  del  commercio  destinate  a  sfociare   nella   collocazione  sul mercato di  tali   beni».

La  delimitazione  dei   soggetti attivi  o  passivi   del  reato   non   va   intesa   in  senso meramente  formale,  in  quanto  non  occorre   la  qualità  di  commerciante, industriale o produttore, ma semplicemente l'espletamento in concreto di attività che si inseriscono nella  dinamica commerciale, industriale o produttiva a prescindere dai  requisiti di  professionalità ed  organizzazione tipici  della  figura civilistica dell'imprenditore e fatte salve, le ipotesi di compartecipazione criminosa dell'extraneus  a conoscenza della   qualità  di intraneus  del  soggetto  agente.

Infine, non  si ritiene necessario che gli atti di concorrenza  illecita   siano  necessariamente   diretti  nei   confronti  dell'imprenditore concorrente, potendo essere rivolti anche nei confronti di terzi.

6. Il bene giuridico protetto. I caratteri della fattispecie.

Relativamente al bene giuridico protetto dalla norma, le Sezioni Unite  considerano tale non  solo    la tutela di  un  più ampio interesse al  corretto funzionamento del  sistema economico, inteso come bene  finale, ma  anche  la  protezione di un diverso interesse, da intendersi quale bene  strumentale, più  direttamente inerente ad  una  esigenza di  garanzia della sfera   soggettiva  della   libertà  di  ciascuno  di  autodeterminarsi  nell’esercizio  di un’attività  commerciale, industriale o comunque produttiva.

In sintesi, tenuto conto della normativa euro-unitaria e nazionale,  le Sezioni unite concludono che la fattispecie ex art. 513 - bis cod. pen. è riferibile  a tutti i comportamenti competitivi,  sia attivi che impeditivi della libertà altrui, connotati  dal  ricorso  ai   mezzi  della   violenza  o  della   minaccia, idonei  a favorire, o a consentire,  l’illecita acquisizione, in  pregiudizio  del  concorrente minacciato o coartato, di posizioni di vantaggio ovvero di  predominio sul  libero mercato, senza  alcun   merito derivante dalle capacità effettivamente  mostrate nell'organizzazione e nello  svolgimento della  propria attività produttiva, pur non essendo necessaria  la reale intimidazione  del   soggetto  passivo   ovvero  un’effettiva alterazione degli  equilibri di mercato.

La delineata tipicità della fattispecie in esame,  conclude la Corte,  consente di distinguerla agevolmente dal contiguo reato di cui all’art. 513 cod. pen., che contempla l’uso della violenza sulle cose per impedire o turbare l’esercizio di un’industria o un commercio e prevede quale alternativa  il  ricorso a mezzi fraudolenti per le medesime finalità; e  di ritenerla non assorbita  nella più grave  fattispecie di estorsione trattandosi di  norme con  diversa  collocazione sistematica  e  preordinate alla   tutela  di  beni   giuridici diversi, sicché, ricorrendo gli  elementi costitutivi di  entrambi i delitti è configurabile il  concorso formale.

Nel caso di specie le Sezioni Unite hanno ritenuto  che la condotta violenta nei confronti dell’operatore economico concorrente, attivo nella medesima zona territoriale, esercitata con calci, pugni e sputi per farlo  desistere dallo svolgimento delle operazioni di spurgo  e sversamento di rifiuti prodotti da una clinica sanitaria e nello screditarne l’immagine commerciale, rivendicando una sorta di competenza esclusiva nella zona, integra la fattispecie di cui all’art. 513 - bis  cod. pen.  

7. Conclusioni.

Le Sezioni Unite Guadagni hanno compiutamente elaborato una nozione penalistica  di “atti concorrenza”, andando forse oltre l’interpretazione data a tale concetto dall’orientamento pur espressamente condiviso.  

Il passo ulteriore compiuto dalla decisione in commento sembra, infatti, essere l’abbandono della prospettiva caratterizzante il terzo orientamento “intermedio”  che, pur facendo riferimento alla necessità di attribuire alla previsione contenuta nel numero 3 dell’art. 2598 cod. civ. una lettura più moderna alla luce del contesto normativo e nazionale ed europeo, ha comunque sempre  attribuito a tale disposizione  un “ruolo chiave” nell’interpretazione dell’art. 513-bis., anche quando ha comunque chiarito che «nel momento in  cui  una  disposizione prevista dall'ordinamento  giuridico per  disciplinare un  fenomeno in  campo  civile sia  utilizzata a fini  ermeneutici per  dare  significato ad  un concetto utilizzato in ambito penale, salvo una diversa indicazione normativa, detta  disposizione non possa essere riduttivamente letta secondo l'ermeneusi seguita nell'applicazione giurisprudenziale in quello specifico settore del  diritto (nella specie, civile), che - per definizione - è destinato a regolare il rapporto o l'accadimento sotto un'ottica completamente diversa da quella  penalistica».

Le Sezioni Unite sembrano aver considerato la citata disposizione civilistica solo uno dei molteplici tasselli dell’articolato sistema normativo di diritto comunitario e nazionale cui far ricorso ai fini di una corretta lettura dell’art. 513 - bis cod. pen.

Interrotta la necessaria consequenzialità fra gli atti di concorrenza sleale ex art. 2598 cod. civ. e le condotte punite ex art. 513-bis cod. pen.,  sarà particolarmente  interessante monitorare la  futura applicazione della disposizione al  fine di verificare se il principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite arricchirà la  casistica degli “atti di concorrenza” di nuove tipologie. 

User Rating: 5 / 5

No Internet Connection

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.