ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Immagini e pensieri al tempo del coronavirus

Immagini e pensieri al tempo del coronavirus.

Maria Cristina Amoroso

Nelle affastellate immagini che ci hanno restituito i media ed i social in questa settimana ce ne sono state tre particolarmente evocative. Hanno raccontato, senza parole, di una nuova forma di resistenza civile, di un rinnovato rapporto fra cittadini e istituzioni e della dimensione privata e lavorativa di questi tempi.

1.Un violino che suona sui tetti dell’ospedale di Cremona. La “resistenza della bellezza”.

violinista

Lena Yokoyama, talentuosa violinista, ha deciso di regalare all’ospedale di Cremona momenti di etereo ma duraturo splendore. E’ salita sul tetto di uno degli ospedali oggi in lotta contro la pandemia e, con un vestito rosso leggero, ha diffuso nell’aria le note delle arie più celebri del repertorio classico italiano, ringraziando così i medici per il lavoro svolto. La musica di questo violino, che ha incantato i sanitari ed emozionato i pazienti, ha costituito un altro anello di quella lunga catena di eventi, dai canti sui balconi ai concerti in videoconferenza, che ha consentito alla musica di diventare una delle espressioni della nuova “resistenza”. Una maestra che legge il libro sotto la finestra degli alunni che non hanno il computer, un paniere calato dai balconi in cui chi ha bisogno prende cibo e chi non ha bisogno ne mette, i bigliettini sotto le porte dei negozi su cui i bambini hanno scritto che “tutto andrà bene”, gli albergatori che mettono a disposizione le loro strutture per chi non può svolgere la quarantena altrove, sono tutte forme della nuova “resistenza della bellezza”.

Si tratta di gesti compiuti in una qualsiasi parte del mondo che velocemente diventano patrimonio di tutti, senza confini. Straordinari uragani di energia positiva collettiva che squarciano con potenza la tragedia del momento, rendono la beneficienza e la solidarietà pratiche ordinarie, provocano riconversioni industriali etiche e determinano pubblicità dal sapore inedito.

Un’anima mundi che dovrebbe spingerci a pensare a come sarà la futura “normalità” che desideriamo.

2.Le strade sanificate con i mezzi antisommossa della polizia.

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La polizia che usa i mezzi antisommossa per sanificare le strade, più che disinfettante sembra spandere un balsamo riconciliante tra cittadini ed istituzioni, un’acqua ragia che cancella la scritta “ACAB” e che trasforma in realtà il desiderio di avere uno Stato che prima aiuta e solo dopo aver aiutato, se è necessario, reprime.

Medicine e pensioni che arrivano trasportate dalle macchine d’ordinanza, omaggi ai medici fuori agli ospedali e mille e più divise in strada, quasi sempre senza mascherine, a fermare chi mette in pericolo gli altri. Le forze dell’ordine hanno sempre fatto questo, forse ora lo fanno di più, sicuramente oggi i cittadini hanno per loro occhi nuovi.

3.L’ultima opera del terribile Bansky. Pubblicata sui social accompagnata dalla scritta “My wife hates when I work at home”.

 Se vi lamentate della vostra vita privata in quarantena, vi consiglio di pensare con sadico piacere a Bansky, uno dei maggiori esponenti della street art, solitamente abituato a rappresentare nella dimensione stradale e pubblica dello spazio urban la povertà della condizione umana, costretto dal coronavirus a realizzare la sua ultima opera in una surreale quanto simbolica location artistica.

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Il bagno, spazio emblematico dell’ultimo baluardo di privacy lecito in un mondo condiviso ventiquattrore su ventiquattro con familiari che solitamente siamo abituati a vedere poche ore al giorno, diventa nella sua concretezza la tela su cui disegna topi dispettosi che creano scompiglio e caos facendo tutto ciò che in un bagno proprio non si dovrebbe fare; una rappresentazione seducente in cui i ratti dipinti sulla parete (suoi alter ego) interagiscono con gli oggetti reali dando vita ad un caos studiato, dal quale si percepisce il sottinteso fluido confine fra vita privata e vita lavorativa.

Il fronte privato ci sfida a duello più volte.

Innanzitutto dobbiamo fare i conti con lo specchio di fronte al quale il virus ci pone prima di presentare il conto al nostro spirito: non possiamo in nessun modo ignorare, o fingere di ignorare, la vera natura dei nostri rapporti. Senza mistificazioni, a breve, ci apparirà chiaro se sappiamo (e vogliamo) passare il tempo con coniugi e figli, se siamo disposti ad occuparci degli anziani genitori, se abbiamo veri amici e, soprattutto, se siamo capaci di fare compagnia a noi stessi.

Uno “stress test” dei legami umani in cui, come accade in natura, si raccoglierà quello che si è seminato.

Nei casi più dolorosi oggi le mura domestiche non significano protezione, il vincolo di rimanere in casa è già diventato la nuova insperata forza dei violenti: l’occasione per esercitare una sopraffazione ancor più forte e più crudele, perché la vittima, in questo periodo, ha oggettivamente meno possibilità di avere contatti con il salvifico modo esterno.

Da un punto di vista materiale, nei casi più sereni, vi è la necessità di riorganizzare la condivisione “del dentro”: non solo dei tempi o dei pensieri, ma anche dei luoghi; operazione complicata da realizzare in case strutturalmente e tecnologicamente impreparate alla presenza contemporanea continua di tutti i membri familiari.

L’ultima sfida, infine, riguarda la capacità di rielaborare la tradizionale concezione del lavoro alla luce degli eventi di questo momento. La volontà comune di riprodurre gli stessi cicli lavorativi del periodo pre-covid, o addirittura di aumentarli, ignorando l’assoluta e totale modifica delle condizioni in cui si opera, non può che ingenerare insoddisfazione e frustrazione perché proiettata verso un obiettivo irraggiungibile. I tempi del lavoro non sono più esclusivi come in precedenza, ma si intersecano pericolosamente con quelli della cura della casa e dei figli che, in mancanza di aiuti esterni, quand’anche equamente ripartiti tra i coniugi, sono un fattore ineliminabile destinato ad incidere sulla quantità e qualità della concentrazione riservata alle nostre attività.

Rimodulare in maniera seria le nostre aspettative di produttività ed efficienza, preservando il tempo del “dentro” dal tempo del “fuori”, evitando che il senso di colpa e l’ansia da prestazione trasformi lo “smart working” in un “total working” senza orari e senza risparmio dei giorni festivi, sembra essere l’unica strada per raggiungere l’elaborazione di un nuovo realistico concetto di lavoro “covid – sostenibile”.  

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