GIUSTIZIA INSIEME

ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN 2036-5993-Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

    Ucraina 24-02-2022, “Il nemico è la nostra domanda a cui è stata data una forma” di Tommaso Manzon

    Queste brevi riflessioni su quanto sta accadendo al momento in Ucraina vogliono essere fatte secondo lo spirito di una celebre citazione di Hegel: “la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero”. Qualunque altra cosa quest’ affermazione significhi, essa indica che il pensare è prima di tutto un pensiero del presente, un meditare con intensità su ciò che accade; qualunque altra cosa la filosofia possa essere è sicuramente almeno questa cosa qui, poiché ogni pensare è fatto qui e ora, in un presente e sul presente. Questo significa che se fatta bene, la filosofia ci consente di comprendere con maggiore chiarezza il nostro tempo ed è così in grado di equipaggiarci meglio per poterlo navigare. Quindi seguire l’indicazione di Hegel non significa fare della filosofia un passatempo che si nutre della notizia del giorno. Piuttosto, significa pensare sul nostro tempo come parte del nostro continuo tentativo di orientarci al suo interno.

    Stiamo quindi sul fatto presente che ci s’impone di dover pensare: la Russia ha dichiarato guerra all’Ucraina. Vorrei cominciare citando una tra le tante voci ufficiali che oggi si sono espresse, Larysa Gerasko, ambasciatrice ucraina in Irlanda, la quale durante un’intervista ha espresso la sua incredulità per il fatto che un’invasione come questa possa accadere ancora oggi nel XXI secolo. Di fronte a queste parole bisogna farsi una domanda: il nostro tempo è veramente così diverso dal passato? Per quanto mi riguarda non riesco a trovare nessun motivo a favore di una risposta positiva. Eppure, si sentono abbondare affermazioni basate su una mentalità di questo tipo. “Ma come, ancora la guerra?” si chiede un intero coro di voci, come se questa fosse ormai una cosa relegata ai libri di storia come le locomotive a vapore. Mi sembra che questa visione delle cose non faccia i conti con un fatto, ossia che la differenza tra pace e guerra è essenzialmente una questione di gradi. In altri termini, dovremmo pensare alla pace non come una condizione assolutamente diversa dalla guerra, ma semplicemente come all’assenza di conflitto. Questo significa che per quanto un periodo di pace possa protrarsi nel tempo gli elementi della guerra sono sempre presenti in potenza: è sufficiente che le componenti sociali in pace tra loro si agitino al punto di causare un conflitto; dove ci sono delle persone è in linea di principio possibile che quelle persone a un certo punto litighino.

    Ci tengo a sottolineare che non scrivo queste cose per fare sfoggio di un vano cinismo da quattro soldi; che nell’universo imperversi una “guerra intestina” (Dionigi l’Areopagita) e che pertanto il potenziale di un maggior conflitto tra gli esseri umani sia sempre in linea di principio a disposizione, è un fatto basilare dell’esistenza che colora la vita di un tono tragico. Questo non è qualcosa di cui gioire in alcun modo, e che discutere con un disincanto vissuto è solo indice di superficialità intellettuale. Se mi concentro su quest’aspetto della condizione umana è perché ritengo che molti di noi, incluse diverse voci pubbliche, sembrano essersene dimenticati. Quindi “sì, ancora la guerra” bisogna purtroppo rispondere al coro dei perplessi, degli scandalizzati, dei sorpresi e degli sconsolati. Una guerra che, anche se restringiamo il campo alla nostra area geografica, non ci ha mai abbandonato completamente. Del resto, per citare fatti noti a tutti, l’Ucraina è in uno stato di conflitto sin dal 2014 e se risaliamo più indietro troviamo le crisi balcaniche. Poi abbiamo effettivamente un lungo iato fino all’ultimo conflitto mondiale, ma anche questo giudizio si potrebbe complicare se allargassimo la visuale a fenomeni di conflitto sociale che non chiamiamo guerra ma che ne riportano alcuni tratti distintivi (per esempio, pensiamo al terrorismo).

    Certo la guerra tra Russia ed Ucraina è per noi diversa da altri eventi analoghi perché ci riguarda più da vicino. Non tanto da un punto di vista geografico, in fondo l’Ucraina è più distante dall’Italia del Kosovo e della Libia, ma perché ci sentiamo chiamati in causa come cittadini europei e come parte di uno stato membro della NATO. Del resto, è stato detto esplicitamente da entrambe le parti: quello che è in discussione in questo scontro va ben oltre le mire della Russia sul suo vicino occidentale e ha a che fare con assetti di potere continentali e intercontinentali. Inoltre, la Russia è la Russia, un colosso sotto tutti i punti di vista, una “nazione apocalittica” (Jacob Taubes) che rievoca memorie culturali vicine e distanti. Questa volta quindi siamo inevitabilmente chiamati in causa nel nostro modo di vivere, nel nostro assetto politico ed ideologico in un grado che probabilmente non si verificava sin dalle grandi crisi della Guerra Fredda. Vedremo in che modo nei prossimi giorni si svilupperà il coinvolgimento del nostro paese in queste vicende ma è un fatto che noi come Italia e come Unione Europea ci siamo – già da tempo – schierati. Ma chi o cosa ci chiama in causa? La risposta è evidente da sé, perché in una guerra ciò che ti chiama in causa è il nemico. In questo caso il nemico è la Russia come nazione che assume per noi soprattutto il volto del suo leader, Vladimir Putin. Sebbene sia chiaro che non si può risolvere un intero popolo e le sue azioni in quelle del suo esponente più noto, rimane il fatto che il suo è lo sguardo che ci si rivolge attraverso le trasmissioni televisive e in rete, e sono soprattutto i suoi comunicati che ci comunicano le intenzioni ufficiali della nazione a noi nemica.

    Putin ci chiama in causa in un modo molto specifico che, al netto della propaganda, bisogna cercare di ascoltare con attenzione. Carl Schmitt, essendo appena sopravvissuto ai processi di Norimberga, ebbe modo di scrivere che “Il nemico è la nostra domanda a cui è stata data una forma”. Ebbene, quale domanda, quali domande prendono forma in Vladimir Putin? In un articolo molto discusso pubblicato il 12 luglio del 2021, Putin affermava che il popolo russo ed ucraino erano in realtà due parti di un singolo intero, diviso nel corso di una storia politica avversa. Lasciando da parte l’ovvia funzionalità di una tale ricostruzione al fine di giustificare quanto è avvenuto in seguito, vorrei concentrarmi su di una frase tratta da quel testo. In esso infatti troviamo una citazione di Oleg il Profeta, membro della dinastia dei rurikidi, Principe di Kiev tra l’VIII e il IX secolo DC e fondatore del regno dei Rus di Kiev. Disse Oleg in riferimento alla sua capitale: “che [Kiev] sia la madre di tutte le città russe”. Nello stesso testo, Putin ricorda anche il battesimo del principe Vladimir avvenuto nel 988 nel Chersoneso. Primo principe di Kiev e di Novgorod ad abbracciare la fede cristiana, discendente di Oleg e antenato degli Zar, Vladimir contestualmente al suo battesimo sposò Anna, figlia dell’imperatore bizantino Basilio II. Di ritorno a Kiev fece piazza pulita dei monumenti pagani e condusse il suo popolo nel Dnepr per un battesimo di massa. Questa è la storia di cui Putin afferma di essere erede e che intende affermare con le sue azioni.

    Ovviamente, non è tutto così semplice. In primo luogo, le cose da un punto di vista storico sono più complicate di come Putin ce le vuole propagandare; in secondo luogo, sappiamo bene che a motivi di ordine ideale si uniscono sempre altri elementi dettati dal calcolo strategico, economico o dal semplice timore di avere gli eserciti Nato alle porte. Tolto però tutto ciò, le vicende riportate qui sopra ci danno il quadro di riferimento all’interno del quale Putin e la cultura che egli rappresenta vede le proprie azioni e concepisce la propria missione. Sicuramente quest’impostazione non rappresenta tutta la cultura russa, né l’unico modo di declinare la storia di questo paese; ma per ora la cultura di Putin è chiaramente l’opzione egemone in Russia ed è quella che detta il corso degli eventi. Ed è comunque innegabile, al netto di tutto, che esiste un filo che parte dai re di Roma, passa per Costantino il Grande e Giustiniano, si mischia con un altro filo che si muove da Oleg e dalla dinastia dei rurikidi e che arriva oggi a Vladimir Putin – passando per i Romanov e l’URSS. Il punto di arrivo è la già plurisecolare idea di Mosca come terza Roma, e della Russia come baluardo della civiltà cristiana in lotta contro la degenerazione dei paesi occidentali con cui pure condivide un’affinità culturale di fondo. Putin questo lo ha visto fin da ragazzo nella sua San Pietroburgo: città che sintetizza in versione ciclopica l’architettura olandese e veneta insieme a motivi imperiali romani; città che venne costruita ad occidente come una nuova capitale in un luogo dove prima non vi era nulla – e con un grande costo di vite umane – per volontà di uno Zar modernizzatore e filo-occidentale che però fu nemico e invasore dei suoi vicini ad ovest; città sui quali elementi architettonici esteri troneggia la più grande chiesa dell’ortodossia che, con la sua russissima pianta quadrata, è dedicata a Sant’Isacco, protettore dei Romanov.

    Non più tardi dell’ora di pranzo di oggi (24/02/2022) ho ascoltato un frammento di un intervento del nostro primo ministro e poi di Putin stesso. La cosa che mi ha colpito è che per un Mario Draghi che batte su come la Russia abbia infranto le regole internazionali, vi sia un Putin che dichiara di agire secondo le regole stabilite dalle Nazioni Unite e dal diritto russo; non solo, la motivazione dietro l’invasione sarebbe quella di “smilitarizzare e de-nazificare” l’Ucraina. Ora, credo che si possa affermare con certezza che Putin non creda veramente alle sue parole quando parla di un’aggressione Ucraina sulle repubbliche separatiste, o quando dipinge questo paese come un covo di neonazisti. Se però ancora una volta cerchiamo di aggirare la propaganda e affianchiamo queste parole a quelle di Draghi (e di Biden, e degli altri leader europei) recuperando quanto detto sulla storia russa, allora appare chiaramente qual è la domanda che il nemico Putin fa prendere forma di fronte a noi. Perché il nemico Putin non solo afferma che quello che egli sta facendo si può comprendere come l’atto più recente di una missione storica e in definitiva sacra; egli afferma anche che le regole e l’etica sono dalla sua parte e che noi non solo siamo nel torto, ma che non siamo mai riusciti ad emergere dagli errori del passato (punto espresso attraverso il travestimento del fantomatico neonazismo degli ucraini). Io credo che Putin abbia torto su ognuno di questi punti; credo però anche che non ci troviamo di fronte né ad un folle (cosa che è stata detta, ma che è irresponsabile dire), né di fronte a un individuo puramente cinico e calcolatore; credo che ciascuno di questi punti evochi un problema serio, una domanda che va discussa.

    La linea che emerge da Roma e che arriva a Putin non è sola ma corre in parallelo ad altre linee, una delle quali porta a noi e all’attuale assetto sociale delle nazioni dell’Unione Europea e dei paesi all’interno della sua area d’influenza; la domanda che emerge con Putin è se noi siamo in grado di fare fronte a questa sfida storica, di dimostrare che la storia che ha condotto fino a noi è meglio situata nel mondo della sua e che ha veramente il giusto dalla sua parte. Non possiamo rispondere affermativamente a questa domanda con troppa fretta; dobbiamo resistere al riflesso di scattare con un altisonante “sì!” solo perché a scuola ci hanno spiegato che l’arco del progresso storico porta a noi e che prima o poi tutti finiranno per assomigliarci. Questa è la stessa forma di favola che ci fa stupire che la Russia nel XXI secolo possa ancora spedire i propri carri armati in Ucraina. Questa è una domanda a cui potremo rispondere affermativamente solo sulla base di quello che succederà nei prossimi giorni e se saremo o meno capaci di attraversare questo conflitto con saggezza.

    Nel frattempo, che Dio protegga il popolo ucraino e che ci dia presto una pace duratura.

     

     

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