GIUSTIZIA INSIEME

ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN 2036-5993-Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

    Per celebrare la giornata della memoria e non dimenticare una delle più gravi tragedie della umanità la Rivista ospita una riflessione dell'Avvocato David Cerri su linguaggio e nazismo.

    La lingua del nazismo

    di David Cerri

    ...aperte le finestre del cielo

    E lasciato libero lo spirito della notte

    Assalitore del cielo, che ha la nostra terra

    Sedotto, con molte lingue, impoetabili, e

    Rotolato la maceria

    Fino a quest'ora

           Holderlin[i]

    Interessarsi della lingua nazista non dovrebbe essere soltanto un esercizio letterario-linguistico, e neppure uno dei tanti modi per ricordare la Shoah: entrambe possibilità, peraltro, più che legittime. C’è anche un altro modo di atteggiarsi di fronte alla lingua dei totalitarismi (non solo quello tedesco novecentesco), vale a dire valutare cosa è andato definitivamente in archivio e cosa è rimasto pur nelle nuove condizioni sociali e politiche, o cosa, magari, è emerso nuovamente nel nostro vivere quotidiano.

    Con questo approccio un riferimento inevitabile è l’opera di Viktor Klemperer, mite docente ebreo di Dresda che, sopravvissuto fortunosamente al nazismo, annotò l’evoluzione della lingua tedesca nel celeberrimo LTI - Taccuino di un filologo[i], cui attingerò frequentemente, anche perché alcune sue osservazioni mi sembrano attuali, ed in modo preoccupante (le citazioni sono da quel testo ove non diversamente indicato).

    Suggerisco due angolazioni sotto le quali esaminare il fenomeno: quella più generale (e che forse meglio si presta a confronti col presente) dello stile, e quella della intenzionale spersonalizzazione dell’essere umano.

    Lo stile, allora. Se una caratteristica basilare della Nazisprache è quella di essere una lingua povera, monotona, dalla sintassi semplice, una nota particolare va messa su come abbia cercato di annullare la distinzione tra lingua scritta e lingua parlata: “Anzi, tutto in lei era discorso, doveva essere la locuzione, appello e incitamento. Tra i discorsi e gli articoli del ministro della propaganda non c'era alcuna differenza di stile, ecco perché i suoi articoli potevano venire declamati così agevolmente. Declamarli (deklamieren) significa letteralmente leggerli a voce alta e sonora, ancora più letteralmente: urlarli. Lo stile obbligatorio per tutti era dunque quello dell’imbonitore”, e questa ultima nota rimanda in modo anche troppo preciso alla comunicazione contemporanea.

    Come non riconoscere nel linguaggio delle televisioni commerciali, e poi della Rete, divenuto il linguaggio della politica, qualcosa di simile? Noi, però, dovremmo avere sufficienti anticorpi, così da evitare la lenta e spesso inconsapevole assimilazione segnalata da Klemperer:“il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente. (...) Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico”.

    O mi sbaglio ?

    Utile l’esempio di un termine il cui significato viene trasformato dall’incessante uso da parte dello Stato e del Partito, e quindi di tutti i mezzi di comunicazione pubblica, così che, estinti l’uno e l’altro, esso riprende quello originario: Fanatismus, fanatisch.

    Se per un tempo sufficientemente lungo al posto di eroico e virtuoso si dice “fanatico”, alla fine si crederà veramente che un fanatico sia un eroe pieno di virtù e che non possa esserci un eroe senza fanatismo. I termini fanatico e fanatismo non sono un’invenzione del Terzo Reich, che ne ha solo modificato il valore e li ha usati in un solo giorno con più frequenza di quanto abbiano fatto altre epoche nel corso degli anni”. Ma crolla il regime, termina la guerra, ed allora “se ne può dedurre con certezza che per tutto il periodo hitleriano nella coscienza o nel subcosciente del popolo è rimasta ben viva la consapevolezza che una condizione mentale molto prossima alla malattia e al crimine è stata considerata per 12 anni come massima virtù”.

    Non altrettanto è accaduto a mio parere per quella che sempre Klemperer definisce efficacemente la “maledizione del superlativo”, che si ritrova nel suo uso ricorrente, come quello di aggettivi  come “einzig“, “gigantisch“, “historisch“,  del suffisso superlativo Welt- e delle parole superlative Raum (“c’è un che di indefinito che è suggestivo”) e welthistorisch (con riferimento ai discorsi ed ai decreti di Hitler). Nel contesto dei «superlativi numerici» si pensi poi all’uso degli aggettivi total, einmalig ed ewig. Totale, unico, eterno rimandano davvero alla comunicazione commerciale che conosciamo anche noi, con una importante differenza; quando Klemperer osserva che l’uso del superlativo sia “senz'altro comprensibile perché il superlativo è lo strumento propagandistico più ovvio per un oratore o un oratore politico, è la forma propagandistica per eccellenza” conclude “Perciò il partito nazista provvide in via amministrativa a riservarlo unicamente a sé, escludendo totalmente la concorrenza”, facendo riferimento alle circolari emanate per vietarne l’uso negli annunci commerciali. Questo certo non accade in regime di liber(issim)o mercato, dove l’uso è consentito (o imposto ?) a tutti ed in ogni ambito (e verrebbe da chiedersi – ma è ovviamente una battuta – se sia un reale progresso…).

    Un’ultima noterella sulle “virgolette ironiche, che servono a porre “dubbi sulla sua [della citazione] veridicità, di per sé fanno apparire menzogna l'affermazione riportata”; non a caso un tipico esempio è quello  della parola “umanità”.

    La lingua dello Stato nazista ha puntato decisamente sulla spersonalizzazione dell’essere umano, sotto almeno due profili: quello dell’individuo rispetto alla comunità patriottica, al Volk: “Du bist nichts, dein Volk ist alles!”, sul quale non mi dilungo, e quella di speciali categorie, ritenute inferiori: una espressione tipica quella di Untermensch, “subumano”, a proposito della quale merita ricordare come nulla abbia a che fare con il Superuomo nicciano (mai il filosofo tedesco la utilizzò), e che anzi pare abbia tra le prime testimonianze scritte di un uso consapevole quella di uno scrittore come Theodor Fontane, giusto in contrapposizione con l’Übermensch.

    Meno note quelle di Menschenmaterial, “materiale umano”, e di Stück, “pezzo”, per i deportati, nella tipica definizione amministrativo-aziendale per i passeggeri dei treni speciali verso i lager. Fa riflettere che un simile processo sia avvenuto nell’America schiavista, dove veniva usata la parola Item, o il termine chattel, con le medesime intenzioni ed il medesimo significato, corrispondente alla attuale definizione di schiavitu’: “…lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà o taluni di essi, e lo “schiavo” è l’individuo che ha tale stato o condizione[ii].

    Un altro modo per giungere allo stesso risultato fu quello dell’uso di espressioni denigratorie: così il medico ebreo o che cura gli ebrei non è Arzt ma Krankenbehandler, e l’avvocato diventa Rechtskonsulenten (consulente giuridico):“in ambedue casi non c'è solo l'intento di isolarli, ma anche di ridicolizzarli. Nel caso del consulente questo intento è più manifesto perché un tempo si distinguevano i Winkelkonsulenten (legulei, azzeccagarbugli) dagli avvocati e laureati riconosciuti dallo stato; quanto a Krankenbehandler, l'intento derisorio consiste nel sottolineare la mancanza di quel titolo professionale ufficiale di cui sono stati privati.”

    Tipico della LTI, allo stesso fine, anche l’uso di espressioni eufemistiche, come Aussiedlung (evizione), per la   distruzione ed il furto di proprietà; Entlassen (dimettere, licenziare), per l’assassinare; Erholung (ricreazione, recupero) per prigione, come in Erholungslager (una delle qualifiche, ad esempio, di Bergen-Belsen); Bauernhäuser (fattorie – oggi è il termine per gli agriturismi…) per le camere a gas, quando ancora venivano usati manufatti precari prima della costruzione delle strutture in cemento; Liquidieren, dal linguaggio commerciale: “se si liquidano delle persone queste vengono eliminate tolte di mezzo come oggetti perché viene loro attribuire il valore di oggetti”; Seuchensperrgebiet (un distretto dove c’è un’epidemia) per il luogo dove gli ebrei venivano riuniti e tagliati fuori dal resto della società. Tre parole, però sopra tutte: meno nota forse Gleichschaltung (coordinamento), per la forzata omologazione della società in genere, fenomeno che gradualmente “conformò” interi corpi sociali (uno per tutti: la magistratura); e poi invece notissimi quelli di Sonderbehandlung (trattamento speciale) per l’assassinio, poi sostituito nel 1943 su ordini di Himmler con l'innocuo participio durchgeschleust, che significa “passato attraverso” (cioè ucciso in un campo di sterminio), e di Endlosung der Judenfrage (la soluzione finale del problema ebraico) che non ha bisogno di spiegazioni.

    Nella lingua del lager – che merita uno studio a sé – si va dall’uso macabramente ironico di Himmel (cielo), come in Himmelsfahrtblock (la baracca dei moribondi, di coloro che stanno per “salire in cielo”), e Himmelskommando (il reparto di Ordnungspolizei o SS che eseguiva le Azioni di sterminio), a quello di Fressen (l’atto del mangiare degli animali) di contro all’Essen (il mangiare degli uomini).

    L’uso di queste nuove espressioni servì all’ufficializzazione di quelle pratiche disumane che, così designate in modo più o meno scientifico, non avrebbero potuto esser ritenute “criminali”. Ho già ricordato su queste pagine cosa fosse scritto sui vagoni dei treni speciali per la deportazione: R.U. (Rückker unerwünscht, cioè ritorno non desiderato!).

    C’è un documento (un Vermerk, “rapporto”) del 1943 oggetto di una brillante tesi di laurea[iii], che fornisce un concreto esempio di reificazione; ad es. i verbi abgeben, abnehmen, mitgeben, liefern, transportieren e überweisen  che hanno il significato di trasferire Waren, cioè “merci”, e quindi un riferimento ad oggetti, nel documento sono adoperati prevalentemente con riferimento a pazienti e personale medico; I sostantivi Verlegung, Abtransport sono  connessi al campo semantico del “trasferire”; ma se Verlegung può essere riferito alle cose ed ai pazienti, Abtransport era generalmente usato per indicare il trasporto di Baumaterial, “materiale edile”, e non potrebbe esser riferito a persone, come invece in quel memorandum; similmente per espressioni quali die zuliefernden Kranken “gli ammalati da consegnare”, e die zurückbleibenden Kranken “gli ammalati da non trasferire”.

    Se però c’è una categoria di “nemici” del Volk sulla quale il nazismo si accanisce con particolare ferocia è quella dei  malati mentali: Erbkrank (malato per tare ereditarie) è anche il titolo di un famoso film di propaganda del  1936 destinato, con altre produzioni del Dipartimento per la politica razziale del NSDAP, a “preparare il terreno” per le tragiche iniziative dell’Aktion T4, precorritrici e vere incubatrici di tecniche e soprattutto di personale umano poi destinato ai lager. Anche a questo proposito abbondano gli eufemismi, da Ballastexistenzen, vite pesi morti, a Euthanasie, sinonimo del neologismo Gnadentod, “morte pietosa”, ed il tecnicismo Medizinische Vernichtung, “uccisione medica“. La propaganda del regime si serviva anche di orribili illustrazioni tese a rimarcare il costo, per il Volk, delle cure da somministrate a tali inutili soggetti.

    Così anche i termini di minorati mentali (behinderte Menschen), malati psichici (Geisteskranke), assumevano una diversa lettura rispetto a quella scientifica, per confluire in quella più generale di “vite indegne di essere vissute” (lebensunwerte Leben), cui Marco Paolini ha dedicato un suo noto lavoro teatrale, Ausmerzen, espressione del mondo della pastorizia indicante la pratica di sopprimere gli animali più deboli  del gregge, che non riuscirebbero a compiere la transumanza. L’espressione era stata usata per la prima volta  nel titolo di un libro del 1920 di due eminenti studiosi e scienziati, il giurista Karl Binding e lo psichiatra Alfred Hoche, Die Freigabe der Vernichtung Lebensunwerten Lebens ("Ciò che consente la distruzione di una vita indegna di vita"), a proposito di soggetti non più “in grado di produrre” (arbeitsfähig).

    Al termine di un percorso non solo linguistico si tramuteranno negli Stücke già ricordati e quindi in Krematoriumsfleisch, “carne da crematorio”, destinata infine agli Schornsteine, i camini, di Nelly Sachs:

    O i camini

    Sulle dimore della morte così ingegnosamente ideate

    Quando il corpo di Israele salì come fumo

    Attraverso l’aria [iv]

    [i] Trad. di G.VIGOLO in F.HOLDERLIN, Poesie, Einaudi, Torino, 1958

    ...offen die Fenster des Himmels

    Und freigelassen der Nachtgeist,

    Der himmelstürmende, der hat unser Land

    Beschwätzet, mit Sprachen viel, undichtrischen, und

    Den Schutt gewälzet

    Bis diese Stunde

    [ii] LTI sta per Lingua Tertii Imperii, il sottotitolo essendo appunto La lingua del Terzo Reich nell’edizione italiana, Giuntina, Firenze, 1999. Klemperer tenne anche un prezioso diario Testimoniare fino all’ultimo. Diari 1933-1945, Mondadori, Milano, 2000. 

    [iii] Convenzione supplementare sull’abolizione della schiavitù, del commercio di schiavi, e sulle istituzioni e pratiche assimilabili alla schiavitù (1956), Legge di ratifica 20 dicembre 1957, n. 1304 , art.7.

    [iv] M. CINIGLIO, Il lessico disumano del nazismo: l’oggettivazione linguistica dei malati psichici, Analisi di un documento del 20.8.1943 (tesi di laurea),  2010, https://www.academia.edu/6586949/Il_lessico_disumano_del_nazismo,  consultato 1.1.2022. 

    [v] Ns. trad. di  N.SACHS, In den Wohnungen des Todes (1947):

    O die Schornsteine

    Auf den sinnreich erdachten Wohnungen des Todes,

    Als Israels Leib zog aufgelöst in Rauch Durch die Luft.   

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