ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

E’ stata la mano di Dio, recensione al film di Dino Petralia

E’ stata la mano di Dio, recensione al film di Dino Petralia

I sogni sono porte del tempo semichiuse sull’immaginario e non hanno confini né scadenze; sono desideri ardenti, appetiti di vita armati di tensione, potenti e fascinosi. Il sogno appartiene a tutti e se è vero che il suo compimento risolve e completa, altrettanto vero è che ne azzera l’inebriamento dell’attesa, sicchè è privilegio dei soli artisti riprodurne l’ebbrezza originaria, ciascuno con il linguaggio di cui dispone.
Ebbene, col suo colorito e opulento  "E’ stata la mano di Dio"  Sorrentino regista ricostruisce il suo sogno adolescente e lo offre allo spettatore senza individualismi né vanità, affidando ad una napoletanità illesa e alle sue figure narranti il ruolo protagonista del film; una napoletanità intensa oltre la quale non è facile immaginare altro ed entro la quale muovono e si agitano i suoi miti di eterna potenza.
Nelle vesti di Fabietto Schisa, figlio diciassettenne di una coppia di scanzonati e fischiettanti genitori, a loro volta inseriti in un allegro parentado in salsa e costume popolare dalle taglie forti, Sorrentino riattraversa i sogni della sua adolescenza come fermate e ripartenze di un itinerario inizialmente senza meta, assegnando per ogni valico esistenziale un preciso compito didascalico a maschere sapientemente attinte da un campionario umano di chiara marca meridionale. E così, il sogno di avere a Napoli  Maradona trova nello zio Alfredo - un sempre efficace Renato Carpentieri - il più convinto e accalorato teorizzatore della divinità del calciatore argentino, divenuto idolo cittadino ancor prima del suo reclutamento; il sogno (appena secondo nell’ideale graduatoria di Fabietto) di possedere sessualmente l’attraente zia Patrizia - una sfolgorante Luisa Ranieri - si acquieta nell’amplesso surrogatorio concessogli dall’anziana e sussiegosa baronessa del piano di sopra, simbolicamente espressiva di una decadente aristocrazia partenopea, siglando così per il giovane adolescente l’ambìto abbandono dell’illibatezza sessuale; la tentazione della seducente trasgressione giovanile ha forma e voce nel turbolento amico contrabbandiere, senza madre e con padre carcerato ma traboccante di generosa e spicciola umanità. E ancora, il suo sogno più ardito, quello di diventare regista dal nulla, parla nel film per bocca di Capuano, sfrontato cineasta napoletano, minaccioso e irriverente verso il giovane ma sincero assertore della triplice esigenza - vero e proprio proclama fondante dell’intero racconto autobiografico - che il buon regista resti  unito con se stesso, che abbia  qualcosa  da raccontare, che rimanga saldo al suo territorio, esattore primario di un obbligo di rendiconto.
La dimensione cittadina che di tutto ci offre Sorrentino appare sulle prime limitante perchè confinata in argini culturali esclusivamente partenopei, ma così non è; la cifra napoletana, con i suoi miti, i riti e l’attraente urbanità, riassume i termini di una nobiltà del passato, che da individuale diventa universale, come universale è il genio calcistico di Maradona, la carnale bellezza di zia Patrizia e la valenza delle citazioni letterarie mobilitate da Sorrentino in mano ai suoi interpreti,  "C’era una volta in America" e  "Un uomo”,  platealmente esibite come espressioni iconografiche di un’intera epoca.
Nella postura estatica di Fabietto al cinema - autentica maestria di un regista che ne incarna l’originale - quel frammento filmico solidifica infine tutti interi i suoi sogni, rappresentando il prodromo più convincente della scena finale, il viaggio in treno verso la Capitale, per afferrare il sogno che  la mano di Dio gli sta donando.
La narrazione autobiografica è uno stile ma qui diventa un’occasione per tracciare e ancorare la propria arte a se stesso; non tanto il bisogno di spiegare quanto quello di spiegarsi unificando passato e presente in un diario perenne destinato a sancire il principio per il quale il cardine del furore di ogni talento sta nel dolore, nel distacco, nella solitudine con se stessi, nell’intimo dialogo sull’essere e sul divenire.
E il girotondo di scoppiettanti comparse ha solo il ruolo di animare questa solitudine, conducendo e aiutando il giovane Scotti/Sorrentino alla sua più intima verità.

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