ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

19 marzo 2021: in ricordo di Guido Galli, a 41 anni dalla sua scomparsa di Armando Spataro

19 marzo 2021 : in ricordo di Guido Galli, a 41 anni dalla sua scomparsa

di Armando Spataro  

Una breve premessa. Gli “anni di piombo”, l’organizzazione degli uffici giudiziari, la conoscenza di Guido Galli. Il giudice istruttore, l’accademico, l’ex pubblico ministero, l’impegno associativo. La Val Brembana e l’inchiesta itinerante. La risposta istituzionale al terrorismo. Il trasferimento incompiuto di Guido Galli alla Procura della Repubblica di Milano. L’omicidio nell’ Università. L’arresto degli assassini. L’arresto di Sergio Segio, il capo di Prima Linea. Le parole del volantino di rivendicazione dell’omicidio di Guido Galli e quelle dei suoi familiari . Ricordi, dolore e rabbia. “Non eroi perché sono morti, ma perché hanno voluto capire e conoscere con ostinazione”.  

Sommario:1. Una breve premessa. 2. Gli “anni di piombo”, l’organizzazione degli uffici giudiziari, la conoscenza di Guido Galli. 3. Il giudice istruttore, l’accademico, l’ex pubblico ministero, l’impegno associativo. 4.La Val Brembana e l’inchiesta itinerante 5. La risposta istituzionale al terrorismo 6. Il trasferimento incompiuto di Guido Galli alla Procura della Repubblica di Milano 7.L’omicidio nell’Università. 8. L’arresto degli assassini. 9. L’arresto di Sergio Segio, il capo di Prima Linea. 10. Le parole del volantino di rivendicazione dell’omicidio di Guido Galli e quelle dei suoi familiari . 11. Ricordi, dolore e rabbia.

 

1.Una breve premessa

Sono passati rispettivamente 41 e 42 anni dagli omicidi di Guido Galli (19 marzo 1980) e di Emilio Alessandrini (29 gennaio 1979), entrambi uccisi a Milano da Prima Linea (organizzazione terroristica “di sinistra”, seconda per ferocia solo alle Brigate Rosse), il primo davanti ad un’aula della Università Statale di Milano dove stava per tenere una lezione ai suoi studenti, il secondo ad un incrocio stradale, dopo avere accompagnato il figlio Marco alla scuola elementare che frequentava.

Nonostante il tempo trascorso, non mi stanco di parlare e scrivere di Guido, di Emilio e di altre vittime del terrorismo e della mafia.

Perché lo faccio?

Non solo per tutto ciò che mi legava a loro, ma anche perché conoscere il passato serve per l‘oggi e per il futuro di tutti, specie nel contesto storico e sociale in cui viviamo

Ho titolo per farlo?

Francamente non lo so, e spesso mi chiedo quale sarebbe la risposta dei figli dei miei amici scomparsi a questa domanda. Ma tirarmi indietro mi sembrerebbe ancora oggi un errore.

Parlo di loro, dunque, perché conosco bene – e mai lo dimenticherò - ciò che Guido ed Emilio hanno dato alle loro famiglie, a me, alle persone che hanno conosciuto ed al Paese tutto.

Talvolta mi chiedo, però, cosa oggi Guido Galli – parlo soprattutto di lui in questo ricordo - penserebbe a proposito di tanti temi che impegnano la giustizia e la nostra società: ad es., l’immigrazione, la crisi ed i tempi lunghi della giustizia, la sicurezza sociale e sanitaria, l’estensione della criminalità mafiosa, i diritti fondamentali delle persone etc., e mi domando se, pur così legato al suo insegnamento, io possa parlare come se fossi la sua voce. Ecco, allora, che mi impongo di non incorrere in questo errore che sarebbe grave, come quello di chi oggi pensa di poter parlare a nome di Falcone, Borsellino e di tanti altri colleghi scomparsi.

Certo, io ho un’idea di come Guido avrebbe oggi esercitato il mestiere di giudice, ma preferisco tenerla per me. Preferisco raccontare fatti e storia della sua vita, non solo professionale: chiunque potrà così maturare la sua opinione su come oggi Guido Galli si orienterebbe e parlerebbe.

E voglio anche evitare ogni forma di retorica, certo in questo caso del consenso e della vicinanza dei suoi figli, a Guido così simili in tutto.

Parlare di Guido e descrivere il suo essere stato giudice e uomo serviranno dunque ad orientarci autonomamente  nella confusione e nella nebbia che ci circondano. O almeno è questo che mi auguro.

Un’ultima domanda mi sono posto: ho il dovere di scrivere ed usare parole e riflessioni nuove rispetto a quelle che ho usato, per ricordare Guido, quaranta, trenta, venti, dieci o due anni fa? Non lo credo, non solo perché questo non è un testo giuridico che deve commentare aggiornamenti giurisprudenziali, ma anche e soprattutto perché la prima volta in cui di lui ho scritto ho riversato sulla tastiera del mio pc tutte le mie emozioni, tutti i miei ricordi. Netti oggi, come la prima volta. Non sono una persona che si divide in due, l’una delle quali insegue l’altra: sono sempre me stesso e non cambio. Scusatemi, dunque, se – leggendo questo ricordo – troverete parole e fatti di cui ho già scritto o di cui vi ho già parlato.

 

2.Gli “anni di piombo”, l’organizzazione degli uffici giudiziari, la conoscenza di Guido Galli.

Voglio partire dalla contestualizzazione storica del suo omicidio negli anni di piombo e dall’inizio del nostro rapporto personale.

Nel corso della mia carriera di magistrato, ho sempre svolto funzioni di pubblico ministero e devo la mia formazione professionale a tre colleghi: i già citati Emilio Alessandrini e Guido Galli, ma anche ad Enrico Pomarici.

Dopo il tirocinio, presi servizio a metà di settembre del 1976 presso la Procura della Repubblica di Milano, lavorando subito proprio con Pomarici nel settore dei sequestri di persona, ma - a partire dalla metà del 1977 -  iniziai ad occuparmi del terrorismo interno, in particolare di tutta la galassia del terrorismo di sinistra e per tutto il periodo degli “anni di piombo”.

Tutto iniziò con il processo a carico di Renato Cur­cio e di altri componenti del vertice delle Brigate Rosse che si celebrò dinanzi alla Prima Corte d’Assise di Milano a partire dal 15 giugno 1977: il Procuratore Mauro Gresti mi designò quale sostituto che avrebbe svolto le funzioni di P.M. in quel dibattimento. Rammento ancora con emozione il periodo in cui, pressoché quotidianamente, Emilio Alessandrini, mi fu vicino nella preparazione del processo con funzioni di “tutor”: avevo poco più di 28 anni ed il mondo del terrorismo mi era praticamente del tutto sconosciuto. Le nostre famiglie abitavano nello stesso stabile, sicché il confronto con lui proseguiva spesso “fuori orario”.

Il dibattimento, comunque, si celebrò regolarmente con pochi (ed attesi) “incidenti” in aula. Gli imputati furono quasi tutti condannati e quelli assolti per qualche reato furono condannati in appello.

Quel processo aveva rappresentato, però, un’esperienza occasionale, per quanto di straordinaria importanza per un giovane Pm alle prime armi, ma costituì comunque il primo passo della mia specializzazione professionale nel settore del terrorismo.

Circa un anno dopo, il 13 settembre 1978, furono arrestati in una base di via Negroli a Milano il latitante Corrado Alunni ed una terrorista del varesotto. Nella base furono sequestrati numerosi documenti anche manoscritti, armi, esplosivi ed altro. Con la conseguente indagine, di cui fui titolare con il collega Luigi De Liguori, la mia vita professionale cambiò del tutto. Il procuratore Gresti decise di creare nella Procura di Milano un gruppo di lavoro specializzato nella materia del terrorismo di cui mi sarei occupato a tempo pieno fino al termine degli anni di piombo. Di quel gruppo furono componenti Pomarici (che già si occupava soprattutto delle Brigate Rosse), io stesso, e, via via, altri colleghi come Corrado Carnevali, Maria Luisa Dameno, Filippo Grisolia, Elio Michelini.

All’Ufficio Istruzione del Tribunale di Milano, invece, l’idea di creare un gruppo di giudici istruttori specializzati nel contrasto al terrorismo era oggetto di discussioni e dubbi, contrariamente a quanto avvenuto a Torino, ove era già da tempo all’opera un pool composto da Gian Carlo Caselli, Maurizio Laudi, Marcello Maddalena, Franco Giordana, Mario Griffey ed altri.

Il codice di procedura penale all’epoca in vigore, del resto, prevedeva che sia i Pm che i giudici istruttori conducessero le indagini penali. Il giudice istruttore conduceva la cosiddetta istruttoria formale, quando l’indagine era complessa, e il Pm quella sommaria, nei casi più semplici o, comunque, fino al quarantesimo giorno di detenzione degli imputati: da quel momento, era obbligato a chiedere l’intervento del giudice istruttore e a formalizzare l’istruttoria. Insomma, il giudice istruttore era una figura piuttosto ibrida, molto vicina a quella del Pm, di cui approfondiva le indagini complesse e a fianco del quale lavorava fino al termine dell’«istruttoria formale».

Fu per questa ragione che, quaranta giorni dopo l’arresto di Corrado Alunni e di altri terroristi, io e Luigi De Liguori “formalizzammo” l’inchiesta come il codice imponeva. E il processo fu affidato al giudice istruttore Guido Galli.

Lo dico senza alcuna retorica: Guido è stato l’uomo migliore che abbia mai conosciuto. Ne parlo e ne scrivo ogni volta con commozione, perché sono tantissimi i ricordi che mi legano a lui.

 

3. Il giudice istruttore, l’accademico, l’ex pubblico ministero, l’impegno associativo

Galli era un giudice stimatissimo. Era docente alla Statale di Milano, era stato presidente di sezione di Tribunale, ma prima ancora pubblico ministero, e aveva acquisito notorietà quando, in tale veste, aveva trattato il processo per la bancarotta di Felice Riva. In ogni compito giudiziario, aveva dimostrato di possedere una cultura giurisdizionale eccezionale, fonte del suo pieno rispetto per i diritti di ogni imputato. Non ditelo – però – ai sostenitori della separazione delle carriere !

Guido Galli era anche attivo sul piano associativo e, come presidente dell’Associazione Magistrati di Milano, aveva firmato, con gli altri componenti della Giunta, un duro documento contro la decisione della Corte di Cassazione di trasferire a Catanzaro, per legittimo sospetto, il processo per la strage di Piazza Fontana: ne era persino scaturito un procedimento disciplinare finito con l’assoluzione degli incolpati per insussistenza dell’elemento psicologico! Oggi, niente e nessuno gli avrebbe potuto evitare l’accusa di essere una «toga rossa» e difficilmente gli sarebbero state risparmiate severe reprimende per l’impegno all’interno dell’Associazione Magistrati, di cui – peraltro – anche Emilio Alessandrini era stato dirigente.

Guido, insomma, era una persona di grande statura e di vasto impegno. Ricordo che nei nostri primi contatti, dopo la formalizzazione del processo Alunni, io, giovane Pm diventato quasi per caso titolare di un’inchiesta così importante, ero intimidito da questa quasi mitica figura di giudice istruttore, criminologo di grande prestigio, peraltro di sedici anni più anziano di me. Galli si lanciò nell’impresa con l’entusiasmo di un ragazzo e, grazie a lui, quell’inchiesta si rivelò, per Milano, la «madre» delle indagini in materia di terrorismo: per me, l’irripetibile occasione di diventare suo amico.

L’ufficio di Guido era costituito da una stanza piccolissima al secondo piano del palazzo di Giustizia, proprio davanti alla porta dell’ascensore. La scrivania scompariva tra le carte e lui era assistito da una segretaria forse non sempre efficiente ma molto devota. Lui però non si lamentava mai di nulla: tradiva appena un po’ di stanchezza solo quando, più frequentemente del solito, allontanava dalla fronte una ciocca di capelli lisci.

Si stabilì tra noi un rapporto stupendo. Lavoravamo sempre insieme e a mano a mano che procedevamo la nostra familiarità si arricchiva anche sul piano umano. Passavamo lunghe serate a casa sua, piena di figli (cinque: Alessandra, Carla, Giuseppe, Riccardo e Paolo), confrontando le grafie dei quaderni di appunti sull’uso degli esplosivi trovati a casa di Alunni con un centinaio di scritture di persone sospette: ne identificammo rudimentalmente una decina. Tra loro, terroristi di vertice come Sergio Segio e Roberto Serafini: le perizie prima e i pentiti poi avrebbero confermato le nostre empiriche conclusioni.

 

4.La Val Brembana e l’inchiesta itinerante

Passammo così quindici mesi, letteralmente in simbiosi: a leggere documenti e proclami di Prima Linea, Formazioni Combattenti Comuniste (FCC) ed altri gruppi, a girare per l’Italia, per interrogare gente nel Varesotto, scambiare idee e valutazioni con i colleghi di Bologna e di Roma.

In Val Brembana, la sua terra, ci sono andato solo due volte: la prima con Guido, la seconda per Guido. Nel giugno del 1979 ci andammo per lavoro: attraversammo la valle e ci inerpicammo per le strade di montagna per arrivare a Cusio, dove era stato scoperto un co­vo dei terroristi. Interrogammo testimoni precisi nei ricordi, snoc­ciolati senza timori di sorta, ma anche senza acredine o eccesso di zelo, «con semplicità e serenità, alla maniera dei bergamaschi», mi diceva Guido. Era quella la zona della sua infanzia: Galli era nato a Bergamo e, mentre guardavamo il Brembo scorrere nervoso a fondo valle, mi raccontava tutto della gente della sua terra, dei banditi della Val Brembana, del campione ciclista Gimondi, delle gare di canoa nel Brembo, di una vecchia ferrovia. Scoprii anche che i bergamin sono quelli che mungono le vacche tra le colline e i monti del Bergamasco.

Guido non poteva sapere che meno di un anno dopo, dal 21 marzo dell’80, avrebbe riposato a Piazzolo, tra quei monti e quel verde che tanto amava. Quel giorno tornai in Val Brembana per lui, per salutarlo ancora nel cimiterino di Piazzolo dove i morti appartengono a tutti ed a venti metri dal quale i bambini giocano a pallone. Lo facevano anche i figli di Guido ai quali, da ogni posto in cui ci recavamo per l’indagine, Guido mandava una cartolina indirizzata «ai bambini Galli». Assolutamente sempre. Era un uomo di grande e radicata fede religiosa.

Nelle nostre trasferte di lavoro, tuttavia, scoprimmo increduli anche magistrati di altre sedi giudiziarie che si sbarazzavano felici dei procedimenti di terrorismo (che avevano tenuto inerti negli armadi) non appena noi, timorosi di ferirli nell’orgoglio professionale, accennavamo timidamente a possibili connessioni con il nostro ed alla opportunità di trasferirli per competenza a Milano. Ricordo che Guido commentava sorridendo gli atteggiamenti di quei magistrati, ma talvolta il suo era un sorriso amaro.

Fortunatamente, però, conoscemmo marescialli e poliziotti che avevano scritto e scoperto tutto, pur senza essere stati mai valorizzati dalla magistratura competente e ci rendemmo così conto (non c’erano ancora i pentiti) che disponevamo della migliore polizia giudiziaria del mondo.

Al termine della prima parte del nostro lavoro, gli presentai una lunga e complessa richiesta di mandati di cattura (allora era questa la denominazione delle attuali «ordinanze di custodia cautelare in carcere»), in cui sostenevo la responsabilità dei capi e dei «quadri» di rilievo dell’organizzazione per i delitti commessi e ri­vendicati dalla stessa, pur in assenza di prove dirette della loro responsabilità materiale ed ideativa. In sostanza, non conoscevamo l’identità degli autori materiali degli attentati rivendicati dalle Fcc di Corrado Alunni, ma sapevamo – e ne avevamo le prove – quali erano i capi e gli «organizzatori» della banda armata nel periodo storico e nel contesto territoriale in cui gli attentati erano stati consumati: logico e giuridicamente corretto, dunque, che capi e organizzatori fossero chiamati a risponderne, perché quegli attentati non potevano che essere stati commessi all’interno di una stra­tegia da loro certamente deliberata, come le rivendicazioni confermavano. Guido accolse la tesi con assoluta convinzione, anzi la precisò e la arricchì da par suo nei mandati di cattura che emise. La tesi – che nulla aveva a che fare con la teoria del “non potevano non sapere”, così cara ad alcuni magistrati ansiosi di incriminare per deduzione logica e di scrivere la storia anziché di cercare prove e scrivere solide sentenze - fu accolta dalle Corti d’Assise di primo e secondo grado che condannarono gli imputati e passò anche in Cassazione: di­ventò la base giuridica e il significativo precedente giurisprudenziale per affermare la responsabilità dei componenti delle varie commissioni e «cupole» per i più efferati delitti di mafia. Ricordo ancora i colleghi siciliani che ne vennero a discutere a Milano, prima di adottare quella strada nei loro provvedimenti.

C’era bisogno, lo constatavamo ogni giorno, che presso gli Uf­fici istruzione e le Procure della Repubblica agissero gruppi di giu­dici istruttori e di sostituti specializzati nelle indagini sul terrorismo; c’era bisogno, cioè, di coordinamento e di circolazione delle informazioni.  E c’era bisogno di capire fino in fondo la logica assurda alla base di quel terrorismo, come Guido cercava di fare anche durante gli interrogatori degli imputati,

 

5. La risposta istituzionale al terrorismo

E proprio in quel periodo, comunque dopo la strage di via Fani, si manifestò l’iniziativa autonoma di pubblici ministeri e giudici istruttori che, in assenza di interventi legislativi o di direttive politiche, diedero vita a un coordinamento spontaneo tra gli uffici giudiziari interessati dal fenomeno, non previsto per legge, fino alla creazione, al loro interno, di gruppi specializzati nel settore del terrorismo. E Guido Galli, fino alla sua scomparsa, fu uno dei protagonisti principali di questa svolta strategica della magistratura nel contrasto del terrorismo.

Una svolta che determinò una simbiosi positiva tra polizia giudiziaria ed autorità giudiziaria, con piena attuazione del principio costituzionale della sottoposizione della prima (la cui autonomia investigativa non venne certo limitata) alle direttive della seconda e con esclusione dei Servizi d’informazione da ogni compito d’indagine penale.

In quegli anni inoltre – grazie anche alle iniziative del Ministro dell’Interno Virginio Rognoni – furono varati alcuni interventi legislativi importanti che talvolta determinarono il rischio di lesione dei diritti individuali, ma che, grazie proprio alle interpretazioni e prassi applicative studiate da magistrati come Galli, si rivelarono decisivi per la sconfitta del terrorismo. Basti pensare al D.L. 15 dicembre 1979 n. 625, conv. con L.6.2.1980 n. 15 (cioè circa un mese e mezzo prima di quel tragico 19 marzo), che introdusse la normativa premiale per i collaboratori processuali.  Come disse il compianto prof. Vittorio Grevi, non a caso legato da particolare amicizia e stima a Guido, alla fine “le istituzioni avevano tenuto” e se il terrorismo era stato sconfitto ciò non soltanto era dipeso dalle capacità delle forze di polizia e della magistratura, ma era stato determinato anche da un corpo legislativo che nel suo complesso aveva continuato ad assicurare la tutela dei diritti degli imputati. È per questo che, Sandro Pertini, alla fine degli anni di piombo, ricordò che l’Italia poteva con orgoglio affermare di avere sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi, alludendo alle torture, alla violazione dei diritti fondamentali delle persone ed alle pratiche sudamericane durante gli anni dei regimi dittatoriali.

 

 6. Il trasferimento incompiuto di Guido Galli alla Procura della Repubblica di Milano

Ritornando a Guido Galli, ricordo quando mi confidò la sua amarezza a causa del clima che si respirava nel suo Ufficio. Era successo che, in una riunione dei giudici istruttori di Milano, alcu­ni suoi colleghi avevano criticato la teorizzazione del giudice istruttore specializzato nelle inchieste sul terrorismo, esprimendo la preoccupazione che, in tal modo, il giudice istruttore potesse diventare un giudice speciale, con conseguente rischio per le garanzie che spettano all’imputato. Di fronte a queste affermazioni, Guido era rimasto così stupito da non tentare neppure una replica.

Su altro fronte, ma negli stessi giorni, si era verificato un episodio che forse non ho mai raccontato a Galli. Il suo “capo”, cioè il dirigente dell’Ufficio istruzione, era andato a protestare dal procuratore Gresti, lamentando che la Procura indirizzasse a Galli, con qualche artificio amministrativo, molti processi di terrorismo senza tener conto che era un “giudice di sinistra”, dunque inaffidabile per quel tipo di processi.

Gresti, conservatore ma illuminato e intelligente, rassicurò il suo interlocutore: Galli era il massimo che si potesse desiderare come giudice, per la sua capacità di lavoro e per la precisione delle sue conclusioni in punto di diritto. Quanto agli artifici amministrativi per far arrivare a lui tutte le nostre indagini, semplicemente non esistevano: si trattava di un’unica indagine (quella nata dall’arresto di Alunni) in continuo sviluppo, che si andava articolando in diversi spezzoni connessi.

Comunque, anche a causa del clima che sentiva attorno a sé, Guido Galli decise di chiedere il trasferimento dall’Ufficio istruzione e di venire a lavorare in Procura. Mi chiese di accompagnarlo da Gresti per fargli presente questa sua intenzione. Il procuratore fu entusiasta della decisione di Galli e si disse disponibile a fare del suo meglio per ren­dere rapido il passaggio. «Vorrei però dirti», precisò Gresti, «che, nonostante il tuo prestigio e la tua anzianità, noi non siamo orga­nizzati in modo da poterti esentare dalla trattazione dei processi ordinari o dai turni di reperibilità». Guido spiegò di essere andato da lui soltanto per avere la certezza di venire assegnato al gruppo del terrorismo e di poter lavorare con i PM che già ne facevano parte. Non chiedeva alcun trattamento privilegiato. Gresti gli strinse la mano con calore.

Così Galli presentò domanda di trasferimento alla Procura di Milano, ma intanto continuava a lavorare come giudice istruttore, nella sua stanzetta al secondo piano dove non c’era spazio per nulla.

Ciononostante, Guido non fu mai sottoposto a misure di protezione, mai nessuno dei dirigenti dell’Ufficio istruzione chiese una scorta per lui. Spesso ero io ad accompagnarlo a casa e talvolta lo andavo anche a prendere per recarci insieme in uffi­cio. Io, più giovane, su iniziativa di Gresti, avevo la scorta; lui no. Ne parlavamo spesso, ma Guido era fatalista e mai si lamentò per la mancanza di protezione. Solo una volta lo vidi seriamente preoccupato: il giorno prima della sua morte, le Br uccisero il giudice Girolamo Minervini. Guido lo conosceva e fui io a comunicargli la notizia dell’omicidio: rimase molto scosso. Oggi dico che forse fu per lui un presentimento.

Intanto, avevamo chiuso le nostre principali indagini: Guido aveva coniugato mirabilmente rispetto delle garanzie e dovere di repressione, stupendo tutti per la rapidità con cui aveva concluso quella prima maxi-inchiesta milanese di terrorismo. Io avevo depositato la mia requisitoria scritta il 1° agosto e lui la sua ordinanza di rinvio a giudizio, l’11 settembre 1979: un anno solo era trascorso dall’arresto di Alunni e di decine di terroristi, e anche le inchieste-stralcio che ne erano scaturite erano ormai chiuse, tutte nell’assoluto rispetto dei diritti degli imputati. Con buona pace di quanti, persino colleghi, so­stenevano che i giudici che si occupavano di terrorismo di sinistra ed utilizzavano i “pentiti” si prestavano – per ciò stesso – ad assecondare un sistema che quei diritti comprimeva e violava: sì, lo dicevano anche magistrati e persino a Milano. Io stesso, a causa di una loro intervista, ne denunciai due disciplinarmente : furono entrambi condannati.

A proposito della ordinanza di rinvio a giudizio di Galli, tutti i quotidiani sottolinearono la rapidità della chiusura della inchiesta Alunni e la sua efficacia: Fatti e prove, non ideologie, titolava ad esempio «il Giornale». Lui, invece, non rilasciò mai interviste per autocelebrare le inchieste che aveva portato a termine o per includere nel proprio ruolo di giudice quello di moralizzatore e storico, prassi purtroppo oggi in espansione.

Iniziò così in Corte d’Assise il dibattimento contro Alunni e compagni, ma Guido già spingeva per nuovi progetti di lavoro. Avevamo scoperto insieme la ricchezza e l’importanza del lavoro di gruppo ed era questa la direzione in cui intendevamo ap­profondire la nostra esperienza.

Un giorno, Guido mi chiese di andare in università a parlare ai suoi studenti di criminologia: adesso i magistrati lo fanno spesso, ma allora era rarissimo e per me era comunque la prima volta. Mi colpì, mi onorò e mi preoccupò l’idea che un professore universitario pensasse che un pubblico ministero poco più che trentunenne potesse andare a dire qualcosa d’interessante agli studenti. Concordammo una data attorno al 20 marzo. Intanto, la sua richiesta di passare alla Procura fu accolta: Gresti glielo comunicò ed aspettavamo che la delibera del CSM fosse esecutiva, ma Guido non ebbe il tempo di tornare pubblico ministero perché fu ucciso il 19 marzo 1980, davanti all’aula dell’Università Statale di Milano dove attendeva di entrare per tenere la sua lezione. Aveva quasi quarantotto anni.

 

7.L’omicidio nell’ Università

Ricordo quelle ore come le stessi vivendo adesso (e ciò ripeto ogni volta che ne parlo): al mattino di quel 19 marzo, Guido mi dice che a mezzogiorno deve andare a casa perché è San Giuseppe e si festeggia l’onomastico di suo figlio. Anche quel giorno, lo accompagno a casa con la mia scorta. Mi dice che sarebbe andato nel pomeriggio in università e che dopo ci saremmo rivisti in ufficio, come facevamo quasi ogni giorno. Lo aspetto, dunque, nella mia stanza: è ormai pomeriggio. Mi telefona il capo della Digos, Mario Lo Schiavo: «Armando, corri in università, la Statale...». Capisco subito. Non lo lascio finire, esco dall’ufficio urlando e corro a piedi alla Statale, a poca distanza dal Tribunale. Non c’è ancora molta gente, ricordo due capitani dei carabinieri  e un funzionario della Digos che cercano di tenermi lontano da Guido Galli perché sanno che cosa lui è per me. Il vero mio maestro, il fra­tello maggiore che non ho mai avuto. È steso per terra, di fronte all’aula 309 dove avrebbe dovuto svolgere la sua lezione, con il codice aperto a meno di mezzo metro da lui, vicino alla mano. Sulla sua agendina telefonica c’è scritto: «Se mi succede qualcosa telefonate ad Armando Spataro tel. n. ..». Ho ancora la fotocopia di quella pagina. La figlia Alessandra frequenta la facoltà di Giurisprudenza e quel giorno è alla Statale. Viene a sapere dell’attentato e si avvicina al papà. Gli amici le stanno attorno.

Il «Corriere della Sera» pubblica il giorno successivo, in prima pagina, la foto del corridoio della Statale dove è avvenuto l’omicidio: il codice aperto, ancora per terra, è in primo piano. Sotto la foto, un articolo di Giovanni Testori che dice: «Il codice che gli era caduto di mano resta aperto davanti agli occhi atterriti dei giovani e di noi tutti. Aperto a dirci cosa? Che la legge dell’umana convivenza è più forte di ogni Caino. ..».

Nell’ottobre del 1980, quando Marco Barbone iniziò a collaborare, sapemmo che Guido sarebbe potuto morire anche il giorno prima, il 18 marzo: Barbone stesso, Paolo Morandini, Daniele Laus e Manfredi De Stefano (poi membri della Brigata 28 Marzo) erano sotto casa sua, armati e con auto rubata, pronti ad ucciderlo. Un ritardo di Guido nell’uscire di casa gli regalò altre ventiquattr’ore di vita. Galli era dunque il primo e più importante bersaglio dei terroristi milanesi.

Non ho avuto il tempo di parlare ai suoi studenti, ma ho avuto la fortuna di fare da magistrato affidatario per il tirocinio di due dei «bambini Galli», Alessandra e Carla, poi diventate magistrati, due tra i migliori “uditori” (come allora si chiamavano i tirocinanti) che abbia mai avuto la fortuna di seguire, così diverse tra loro ma entrambe eguali a Guido. Spero di avere trasmesso loro anche solo una minima parte di quel che Guido aveva insegnato a me.

L’omicidio ricompattò i magistrati di Milano. Anche i giudici istruttori, come noi della Procura avevamo fatto dopo la morte di Emilio, indirizzarono un documento al Csm chiedendo che l’ufficio fosse dotato degli strumenti adeguati e moderni di lavoro che mancavano e che i magistrati «a rischio» venissero sottoposti a misure di sicurezza. Mi viene in mente che, dopo l’assassinio di Emilio, che non era certo il primo magistrato ucciso dai terroristi, il ministero di Grazia e Giustizia fornì a tutti i giudici e Pm, indipendentemente dal loro incarico, un impermeabile beige dotato di imbottitura antiproiettile e una borsa da lavoro, che recava anch’essa, su di un lato, un pannello antiproiettile. Forse qualcuno pensava che la borsa potesse essere impugnata a due mani e usata per respingere le pallottole.

Di Guido, dopo la sua morte, ho scoperto tante altre cose: sua moglie Bianca, che pure ricordo con tanto affetto, mi ha mostrato, ad esempio, i bei disegni che Guido faceva. Aveva una passione: disegnava campi di battaglia ed eserciti schierati l’uno contro l’altro. Armi e divise disegnati in modo incredibilmente preciso. Il disegno era una vera passione per lui. Quindici giorni prima della sua morte mi mandò una car­tolina dal Passo del Tonale: sopra la sua firma, il disegno di uno sciatore (lui) sotto il sole e quello di un magistrato in toga (io) che parla alla Corte. Ho visto poi tante fotografie di Guido e tutti noi suoi amici ne abbiamo una che lo ritrae seduto e sorridente – come sempre – in montagna. In un’intervista ad Ibio Paolucci, dell’«Unità», an­che Bianca ha ricordato quel tragico giorno: si festeggiava l’onomastico del figlio Giuseppe e della mamma di Guido ed erano stati invitati a ca­sa anche i nonni. C’erano due torte a casa quel 19 marzo, una per il pranzo e l’altra per la cena, ma Guido poté gustare solo la prima e con quella festeggiare solo una volta. E suo padre, una settimana dopo, mandò una lettera e un regalo a mia moglie: «Gentile signora, ho conosciuto suo marito in questi giorni così tristi ed ho capito perché e come, tra lui e il Guido, ci fosse un rapporto di fraterna amicizia. Per questo mi permetto di pregare lei e suo marito di accettare questo pacchetto che le unisco. Sono due tovagliette – non sono nuove – le abbiamo usate mia moglie ed io a mezzogiorno di mercoledì 19, poche ore prima che ammazzassero il Guido. Le avevo regalate alla mamma del Guido per il suo onomastico che dove­vamo festeggiare la sera in casa di Bianca con Guido ed i suoi bei bambini. La prego di usare questi straccetti, assieme a suo marito […] e gli dica che Guido mi ha aiutato a perdonare i malvagi».

A suo padre, Guido Galli aveva scritto nel 1957 una lettera per spiegare perché aveva deciso di fare il magistrato e non l’impren­ditore: «Perché vedi, papà, io non ho mai pensato ai grandi clienti o alle belle sentenze o ai libri: io ho pensato, soprattutto, e ti prego di credere che dico la verità come forse non l’ho mai detta in vita mia, a un mestiere che potesse darmi la grande soddisfazione di fare qualcosa per gli altri».

 

8. L’arresto degli assassini

Dopo pochi mesi arrestammo gli assassini: a due di loro, vertici di Prima Linea di Milano, chiesi perché avessero ucciso uno come Guido. Dopo avermi insultato, la donna mi disse che mi avrebbero parlato solo se non ci fossero state altre persone nella stanza e se mi fossi impegnato a non riferire a nessuno di quel colloquio. Accettai: mi dissero che ben sapevano chi era Guido, che avevano le loro fonti nel palazzo di Giustizia. Sapevano, dunque, che lui era la vera mente dell’antiterrorismo a Milano e che io ero solo uno strumento nelle sue mani raffinate, sapevano che sarebbe passato in Procura. Alludendo ad Alessandrini e Galli, dicevano che erano gli uomini come loro a legittimare le istituzioni, non i biechi repressori (e credo proprio che tra questi collocassero anche me). Ho rivisto tanti anni dopo una delle due persone, una donna ormai diversa. Sarei disposto a parlare con lei dei suoi figli e della sua vita; mentre non potrei farlo con un testimone che ancora oggi ricordo: era un giovane abbastanza colto (peraltro, studente di Guido), il cui padre vendeva biciclette. Una «pentita» che aveva partecipato con ruolo d’appoggio all’omicidio ci disse, cinquanta giorni dopo l’omicidio, che in quel negozio lei ed altri avevano acquistato le biciclette usate per la fuga nel dedalo di viuzze attorno all’università di Milano. Sentii quel giovane come testimone e lui negò tutto; gli dissi che c’era chi già aveva confessato e che avevo solo bisogno di riscontri e che lui, ad esempio, provasse a guardare delle foto per eventualmente riconoscere la “pentita”. Rispose – e così fece poi suo padre – che lui non voleva essere tirato in ballo in queste cose anche perché «se avevano ucciso Galli qualche ragione doveva pure esserci stata». Rimase in carcere, come il padre. Non ricordo il nome di quel giovane, ma non riesco a dimenticare la rabbia di quel giorno.

Rammento tante altre cose del dopo 19 marzo: una riunione di lavoro a Parma, qualche giorno dopo l’omicidio, io che ancora continuavo ad essere mentalmente assente e Piero Vigna, un altro mio maestro, che mi scuote (una volta per tutte) stringendomi un braccio e dicendo secco e forte: «Oh Armando!».

Ma ricordo anche la pena e la rabbia che mi assalirono mentre, nel giugno dell’80, firmavo otto ordini di cattura contro i responsabili dell’omicidio di Guido, prima che il processo fosse trasferito a Torino.

19 marzo 1980: da pochissimo aveva iniziato a collaborare Patrizio Peci delle Br, ad aprile ’80 iniziò a farlo Roberto Sandalo di Prima Linea, e poi, in autunno, lo fecero Marco Barbone e Michele Viscardi, pure di Pl, uno degli autori materiali degli omicidi di Alessandrini e Galli; e poi tanti altri. Il 21 giugno dell’80 la Corte d’Assise di Milano condannava Corrado Alunni a ventinove anni di reclusione e i suoi complici a pene oscillanti tra i venti ed i ventotto anni. Le condanne vennero confermate in appello. Il terrorismo stava per essere spazzato via, ma quel 1980 fu l’anno orribile per l’Italia, non solo per la strage di Bologna del 2 agosto.

Se Sandalo avesse parlato un mese prima... Guido sarebbe vivo. Se Guido non fosse andato all’università quel pomeriggio... se io fossi andato a parlare quel pomeriggio all’università, con la mia scorta... se il processo Alunni, formalizzato, fosse finito ad altro giudice istruttore... se... se... .

 

9. L’arresto di Sergio Segio, il capo di Prima Linea

Prima di chiudere con questo ricordo, però, voglio parlare anche di Sergio Segio, il capo indiscusso e co-fondatore di Prima Linea, nonché principale ideatore ed esecutore materiale degli omicidi di Emilio Alessandrini e Guido Galli, e di altri ancora. E voglio ricordare anche le sue inaccettabili parole da “dissociato”.

Segio era ormai il più ricercato tra i terroristi latitanti.  Ero convinto che il suo arresto avrebbe definitivamente messo in ginocchio il terrorismo in Italia.

Solo il 15 gennaio del 1983, però, si concluse la scia di omicidi di cui era stato responsabile.

È sabato. Un sottufficiale della Sezione antiterrorismo dei carabinieri, mentre scende da un mezzo pubblico in viale Monza, nota una donna su cui lui e i suoi colleghi stanno indagando. La sospettano di appartenere alla colonna Walter Alasia delle Br. La donna sembra in attesa di qualcuno. Il sottufficiale decide di chiamare i suoi colleghi, che accorrono da via Moscova e si appostano nella zona, tenendo d’occhio la donna. Arriva un uomo che le si avvicina e riceve da lei un documento. I carabinieri lo riconoscono: è Segio. Gli saltano addosso senza neppure dargli il tempo di capire che cosa stia succedendo. Anche la donna viene naturalmente arrestata. A casa sua verranno sequestrati un’arma e documenti della Walter Alasia. Ammetterà più avanti di essere una brigatista, fortunatamente non coinvolta in alcun atto di sangue e addetta a tenere i rapporti con Segio e il suo gruppo. Si è dissociata e, oggi, riabilitata, fa l’avvocato.

Con la cattura di Segio si chiuse davvero il periodo più drammatico del terrorismo a Milano, anche se altri delitti la insanguinarono e vari altri arresti furono effettuati dalle forze di polizia giudiziaria fino agli arresti e sequestri di armi del 15 giugno 1988 in via Dogali, episodio che chiuse gli “anni di piombo”. A Milano era stato arrestato il 4 aprile 1981 anche Mario Moretti, vertice delle B.R. .

Lui e Segio  sono ormai da tempo dissociati dalla lotta armata ed hanno goduto dei benefici previsti dalla legge. Moretti, però, ha scelto di non parlare o di parlare pochissimo.

Non ho alcuna positiva considerazione, invece, delle scelte opposte e del presenzialismo di Segio, che non perde occasione per pontificare all’interno di un sistema di cd. “giustizia riparativa” che non sempre mi convince.

Sarebbero molti gli episodi da raccontare ma basta qui citare una intervista che rilasciò nel 2004 a La Repubblica in cui duramente “condannava” la scelta di collaborazione di Cinzia Banelli, l’ultima pentita delle Br che aveva rivelato quanto a sua conoscenza sugli omicidi D’Antona e Biagi. La bollava come traditrice e dichiarava spudoratamente che il terrorismo era stato sconfitto non grazie ai pentiti, ma grazie ai dissociati come lui che, senza coinvolgere complici, ne avrebbero decretato la fine politica. I collaboratori vi venivano citati come persone che avevano venduto i compagni. Diceva Segio: «Il termine pentimento è diventato impronunciabile, sinonimo di mercimonio, di scambio giudiziario, di condanna degli ex compagni. Una parola svilita [...]. Noi ci siamo assunti le nostre responsabilità senza scaricarle su altri. Il pentitismo e l’irriducibilismo sono due fratelli siamesi, rispondono alla stessa logica di violenza che prevarica la vita altrui»[1]. Ritenni di dover chiedere spazio al quotidiano per una doverosa replica.

Ma va soprattutto citata l’eloquente dedica che compare in un libro di Segio scritto nel 2005, “Miccia Corta”[2]: «a tutti i figli e le figlie dei nostri compagni. Perché crescen­do e cominciando a sapere e a capire, non gli venga mai meno la certezza che i loro genitori sono state persone buone e leali. Che hanno lottato, con errori spesso gravi, ma anche con generosità e coraggio, per un mondo migliore e più giusto».

Dove evidentemente – aggiungo io – essere buoni, leali, generosi e coraggiosi è sinonimo di saper vilmente uccidere persone inermi. In un film tratto dal libro non viene citato in alcun modo l’omicidio Galli, così come quelli di altre vittime di Segio. Quel film è stato coraggiosamente visto da figli di vittime del terrorismo come Giuseppe Galli, Benedetta Tobagi,  Mario Calabresi e Marco Alessandrini,  che ne hanno scritto con distacco ammirevole. Marco, peraltro, in una importante intervista a Gian Antonio Stella del giugno del 2009 ha rivelato la verità sui terroristi: ha confessato di non essere mai riuscito ad elaborare il lutto che lo ha segnato quando aveva otto anni. Ma ciò che non gli dà pace – spiegò in quell’intervista – è che suo padre «è stato ucciso da una banda di cretini. Solo dei cretini...». Marco, che ho conosciuto ed accarezzato da bambino, ha pienamente ragione.

Io ho invece scelto di non vedere quel film: preferisco leggere e rileggere le parole di Corrado Stajano, nel suo bellissimo libro La città degli untori[3], quando mette a confronto la supponenza degli ex terroristi con la eroica normalità delle loro vittime. Da un lato le frasi con cui Segio dedica il libro ai figli dei suoi compagni terroristi, dall’altro l’ultimo biglietto lasciato da Guido Galli alla figlia, uscendo da casa e dirigendosi verso la sua fine: «Alex, se fai la spesa, comprami un po’ di caffè. Ciao, papà».

 

10. Le parole del volantino di rivendicazione dell’omicidio di Guido Galli e quelle dei suoi familiari .

Dal comunicato di Prima Linea che rivendicò l’uccisione di Guido Galli:

Oggi 19 marzo 1980, alle ore 16 e 50 un gruppo di fuoco della organizzazione comunista Prima Linea ha giustiziato con tre colpi calibro 38 Spl il giudice Guido Galli dell’ufficio istruzione del tribunale di Milano[...]. Galli appartiene alla frazione riformista e garantista della magistratura, impegnato in prima persona nella battaglia per ricostruire l’ufficio istruzione di Milano come un centro di lavoro giudiziario efficiente, adeguato alle necessità di ristrutturazione, di nuova divisione del lavoro dell’apparato giudiziario, alla necessità di far fronte alle contraddizioni crescenti del lavoro dei magistrati di fronte all’allargamento dei terreni d’intervento, di fronte alla contemporanea crescente paralisi del lavoro di produzione legislativa delle camere [...].

Paradossalmente il volantino contiene un alto ed involontario elogio di Galli.

Mi permetto una ironica affermazione : sembrano le parole di un parere positivo per una valutazione di professionalità o per il conferimento di un incarico direttivo ad un magistrato che ne abbia fatto richiesta.

 

Ben si comprende, dunque, quanto affermarono Bianca, Alessandra e Carlina Galli: “A quelli che hanno ucciso mio marito e nostro padre. Abbiamo letto il vostro volantino: non l’abbiamo capito”.

 

Ma altre importanti parole i familiari di Guido ci hanno affidato:

La tua luce annienterà le tenebre nelle quali vi dibattete” .

Così è scritto sulla lapide che loro hanno voluto nel palazzo di Giustizia di Milano, al secondo piano, accanto alla porticina del piccolo ufficio dell’  indimenticabile Guido.

 

11. Ricordi, dolore e rabbia

Guido a terra, nel corridoio dell’università, di fronte all’aula dove stava per tenere lezione. Aveva il codice accanto, sul pavimento. Questa è l’immagine che continua a venirmi in mente. E io non posso fare a meno di evocarla, anche a costo di sfiorare la re­torica, quando lo ricordo in pubblico. Un groppo, allora, mi stringe la gola: mi è accaduto anche oggi, 19 marzo 2021 mentre parlavo da remoto nel corso di un Convegno che la Università Statale di Milano ha dedicato al ricordo di Guido, a 41 anni di distanza dalla sua scomparsa.

Solo la vicinanza di quanti mi ascoltano silenti e che io sento partecipi delle mie emozioni mi aiuta ad andare avanti.

Ma spesso, per superare quell’empasse, scelgo di concentrare la mia rabbia su quel presidente del Consiglio dei ministri che, nel 2005, ebbe a dichiarare alla stampa estera, a proposito della ignobile – e da noi respinta - war on terror contro il terrorismo di matrice islamica che «Non ci si può aspettare che i governi combattano il terrorismo con il codice in mano». Ecco: pensando sempre a Guido ed a quel codice che era la stella polare della sua vita, mi dico che forse quel presidente del Consiglio non si rendeva conto della gravità di ciò che diceva, forse non sapeva nulla di Galli o – più probabilmente – ignora che si può consapevolmente accettare il rischio della propria fine solo per difendere il senso della legge.

 

“Non eroi perché sono morti, ma perché hanno voluto capire e conoscere con ostinazione”.

Ventiquattro sono stati i magistrati uccisi dal terrorismo interno e dalla mafia in 21 anni. Non credo che in alcun paese al mondo la magi­stratura abbia pagato un così alto prezzo per il solo esercizio del proprio dovere in difesa della legalità repubblicana. Ricordiamone sempre i nomi:

Pietro Scaglione (Palermo, 5 maggio 1971)

Francesco Ferlaino (Lamezia Terme, 3 luglio 1975)

Francesco Coco (Genova, 8 giugno 1976)

Vittorio Occorsio (Roma, 10 luglio 1976)

Riccardo Palma (Roma, 14 febbraio 1978)

Girolamo Tartaglione (Roma, 10 ottobre 1978)

Fedele Calvosa (Patrica - Frosinone, 8 novembre 1978)

Emilio Alessandrini (Milano, 29 gennaio 1979)

Cesare Terranova (Palermo, 25 settembre 1979)

Nicola Giacumbi (Salerno, 16 marzo 1980)

Girolamo Minervini (Roma, 18 marzo 1980)

Guido Galli (Milano, 19 marzo 1980)

Mario Amato (Roma, 23 giugno 1980)

Gaetano Costa (Palermo, 6 agosto 1980)

Gian Giacomo Ciaccio Montalto  (Valderice -Trapani, 25 gennaio 1983)

Bruno Caccia (Torino, 26 giugno 1983)

Rocco Chinnici (Palermo, 29 luglio 1983)

Alberto Giacomelli (Trapani, 14 settembre 1988)

Antonino Saetta (Canicattì - Agrigento, 25 settembre 1988)

Rosario Livatino (Agrigento, 21 settembre 1990)

Antonio Scopelliti (Piale - Villa San Giovanni, 9 agosto 1991)

Giovanni Falcone (Capaci - Palermo, 23 maggio 1992)

Francesca Morvillo (Capaci - Palermo, 23 maggio 1992)

Paolo Borsellino (Palermo, 19 luglio 1992).

 

E ricordiamo anche l’avv. Fulvio Croce, ucciso a Torino il 28.4.1977 dalle Brigate Rosse.

 

Alessandra Camassa è stata prima giudice a Palermo e ora lo è a Marsala dove presiede il Tribunale. Ha scritto un immaginario colloquio tra Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che si svolge in un luogo chiamato «Casa degli uomini eletti»: «Vi si possono trovare per­sonaggi che si sono distinti per coraggio, onestà, dedizione al la­voro, acume ma che non necessariamente erano uomini perfetti. Dunque non è il paradiso». Giovanni e Paolo si cercano e si ri­trovano dopo che, di comune accordo, si erano impegnati a non incontrarsi più. Ricordano, anche con autoironia, il loro passato in Sicilia e Borsellino dice: «Non siamo eroi perché siamo morti – che mi sembra una vera sciocchezza – ma siamo eroi perché ab­biamo voluto capire e conoscere con ostinazione». Decidono, alla fine, che il loro divieto d’incontro nella «Casa degli uomini eletti» debba considerarsi caduto: «Vorrà dire che staremo insieme [...] poi se ci sarà da parlare di ricordi e sentimenti, ci potremo sempre guardare negli occhi!».

 

[1] Intervista dal titolo eloquente, Ma il pentitismo è l’altra faccia della violenza, in «La Repubblica», 23 agosto 2004.

[2] Derive Approdi 2005, con seconda edizione riveduta e corretta nel 2009.

[3] Garzanti, Milano 2009, Premio Bagutta.

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