GIUSTIZIA INSIEME

ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN 2036-5993-Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

    Al fisco servono spiegazioni, non deleghe   

    di Raffaello Lupi

    Sommario: 1. Le deleghe fiscali come diversivo davanti alla confusione - 2. Diversa determinabilità dei presupposti d’imposta e progressività - 3. L'inspiegabile favore per i redditi di fonte patrimoniale e altre idee estemporanee.

    1. Le deleghe fiscali come diversivo davanti alla confusione  

    Sul fisco sembra riaffacciarsi un déjà vu  già andato in onda con la delega del 2015, avviata sotto il governo  Letta, e rispondente a un cliché abituale davanti al malessere diffuso verso quale settore della socialità, nel nostro caso le imposte. Nelle società articolate e  fortunatamente pluraliste, come la nostra, il malessere dell’opinione pubblica sul fisco innesca nella politica il dovere di rispondere in qualche modo, anche se neppure lei sa come, in quanto mancano nella società spiegazioni soddisfacenti del fenomeno da regolare. Tuttavia l’odierna sopravvalutazione della politica e della legislazione, latenti nei nostri meccanismi culturali, le spingono a fare comunque qualcosa. Il loro intervento, con tutta la buona volontà, è però destinato all’insuccesso se nella pubblica opinione, generale e di settore, mancano spiegazioni sociali di quanto si vuole riformare, com’è evidente sul fisco. E’ quanto accaduto puntualmente coi decreti delegati emanati nel 2015 a seguito della delega del 2013, intervenuti su una serie di questioni spicciole, tecnico-casistiche, di irrilevante respiro generale, come il raddoppio dei termini di accertamento in presenza di reati, i dividendi di artigiani e piccoli commercianti a sé stessi, l'esecutorietà della sentenza di rimborso, la lite temeraria, la sanzionabilità l’abuso del diritto, il ravvedimento operoso. Insomma, un tripudio di questioncine estranee ai problemi di fondo della determinazione giuridica dei presupposti economici d’imposta, cui sono riconducibili i problemi dell’evasione, il malessere dell’adempimento e le sperequazioni tributarie che turbano l’opinione pubblica italiana. A questo vero convitato di pietra del nostro fisco semplicemente non si sa cosa rispondere, in assenza delle spiegazioni sociali suddette e si blatera confusamente di grandi evasori, aliquote troppo alte, cashback [1]e lotterie degli scontrini. Nessuno capisce, né pare abbia voglia di capire, la necessità di coordinare la determinazione documentale-ragionieristica di redditi e consumi, attraverso le organizzazioni amministrative, con quella valutativa, dove queste organizzazioni non arrivano. Si tratta di far avvertire la presenza valutativa degli uffici tributari sul territorio, anche rispetto ai milioni di piccoli operatori al dettaglio dove mancano le condizioni per la determinazione documentale delle imposte. Rispetto a questo tema di fondo, cui è riconducibile il malessere sul fisco, con le sue polemiche, complicazioni, sperequazioni e via enumerando, la delega del 2013 era del tutto carente, come quella appena presentata. Speriamo non si ripeta l’esperienza della delega come grande diversivo-palliativo, che ha tenuto buona l’opinione pubblica per un biennio dicendo "ci sarà la delega", prendendo poi tempo per "studiare la delega"; l’epilogo è capire che la delega del 2015 è stata una perdita di tempo, quando ormai i politici che l’avevano sponsorizzata saranno impegnati su altri fronti, l’opinione pubblica, con la memoria di un pesce rosso, ormai presa da altri problemi. A questo punto la giostra quindi può ripartire con una nuova delega fiscale, senza spiegazioni del fenomeno da regolare. I malesseri  tributari che avevamo davanti nel 2013 sono ancora lì, e il circuito mediatico farà giustamente il suo mestiere; si riproporranno cioè i titoli di dieci anni fa riempiendo il posto nel dibattito pubblico lasciato vuoto dall’accademia. Si autoproduce così una specie di oggettivo "oppio del popolo" di cui la politica non ha colpe, ma è lei stessa vittima. Sono i riflessi di un ambiente culturale, soprattutto accademico giuridico, che non riesce a coordinare le spiegazioni divisive, e spesso politicamente strumentali, intrecciate nella pubblica opinione sulla funzione impositiva. Questo coordinamento non passa per la legislazione, la politica che la redige e le commissioni parlamentari che ne sono espressione. Questo sia perché la politica non ha compiti di formazione sociale, sia perché è normale che ogni forza politica cavalchi la confusione  sociale sul fisco nel modo più orecchiabile per l’elettorato di riferimento e il consenso in generale.

    2. Diversa determinabilità dei presupposti d’imposta e progressività

    L’assenza propositiva dell’accademia del diritto tributario, incapace di spiegare socialmente la funzione impositiva, lascia uno spazio vuoto, che a livello di discussione pubblica è occupato, come detto al punto precedente, dai mass media. A livello di decisioni legislative, invece, si inseriscono in tale vuoto personaggi variegati, economisti d’area e fiduciari di tendenze politiche, che cercano di realizzare al meglio alcune istanze diffuse nella pubblica opinione. Tra esse rientrano gli interventi per correggere l’attuale progressività elevata (38%) a soli 27 mila euro, su cui peraltro non si giustifica una legge delega, ma che presuppongono, come vedremo subito, le spiegazioni sociali di cui al punto precedente. Quest’elevata progressività a livelli modesti di reddito è figlia di una riserva mentale collegata all’adempimento e all’evasione, cioè al sospetto che per molti contribuenti Irpef il reddito dichiarato sia solo una parte di quello effettivo. E’ una riflessione collegata alla tendenza dei piccoli operatori al dettaglio in sede fissa ad evadere i ricavi eccedenti rispetto a quelli coerenti rispetto alle caratteristiche esteriori della propria attività; lo confermano le frequenti proposte, inverse alla progressività, di diminuire le aliquote oltre certi livelli di imponibile, detassando il c.d. reddito incrementale.  Qui c’è una risposta, chiara e forte, che si percepisce all’interno della delega, e fortunatamente anche negli ambienti politici e mediatici. Sembra infatti si stia prendendo atto dell’assurdità logica di alterare il regime del reddito dichiarato per la sospetta esistenza, in parallelo, di un reddito non dichiarato. Eppure il razzismo sociale verso il lavoro autonomo e il favor rispetto a quello dipendente continua a pervadere il sistema fiscale, attribuendo ad esempio ai soli lavoratori dipendenti la detrazione d’imposta per i redditi bassi, introdotta nel 2014 e denominata bonus Renzi. Invece la strada per risolvere il problema dell’aliquota del 38 percento è proprio quella di estendere la detrazione a tutti i redditi da lavoro, prendendo atto che esso è sempre lavoro, dipendente, autonomo o artigianale, ad esempio facendo l’elettricista o guidando un taxi. Il problema del reddito evaso va gestito insomma per conto proprio, e non può essere intrecciato col regime del reddito dichiarato. Questo anche perché la suddetta evasione del reddito incrementale riguarda anche molti lavoratori dipendenti, coi fuori busta di quelli addetti a piccole organizzazioni, e la detassazione degli straordinari o dei premi di risultato, che sostanzialmente lo legittima. L’estensione agli autonomi  delle detrazioni per i redditi da lavoro potrebbe essere l’occasione per rivedere il regime forfettario, cioè l’imposta sostitutiva applicabile per imprese e professionisti entro 65 mila euro di ricavi. Presentata politicamente come un’introduzione anticipata della c.d. flat tax, essa rappresenta infatti un incentivo all’evasione, in quanto nei limiti suddetti riescono ad inserirsi anche operatori con ricavi molto più alti. L’istituto incentiva anche la frammentazione delle attività economiche, anziché la loro aggregazione e la concorrenza sleale in punto di non applicazione dell’IVA. Come si vede anche questo è un regime fortemente collegato al problema centrale della funzione impositiva, di cui dicevamo al punto 1, cioè la diversa determinabilità dei presupposti economici d’imposta. Sarebbe questo il tema da discutere invece di esorcizzarlo o peggio ancora utilizzarlo in modo politicamente strumentale, quindi divisivo. Purtroppo manca una categoria di studiosi sociali in grado di coordinare le varie riflessioni sul tema, e questa mancanza di risorse intellettuali consiglia ulteriormente che, sulla delega, sarebbe meglio lasciar stare, evitando di perdere tempo.

    3. L’inspiegabile favore per i redditi di fonte patrimoniale e altre idee estemporanee  

    La conclusione di “lasciar stare”, di cui al termine del paragrafo precedente, è confermata da alcune indicazioni presenti nella delega, che ripropongono interventi privi di senso della realtà, sia sociale sia di presentabilità politico mediatica. Uno riguarda la limitazione della progressività ai redditi da lavoro, a vantaggio di quelli da patrimonio, con la proposta di tassazione duale. E’ una discriminazione alla rovescia di cui non si riesce a capire la logica e che è frutto di una confusione, da parte del circuito di economisti di cui al punto precedente, tra difficile determinabilità del reddito delle imprese e degli imprenditori. La globalizzazione innesca in effetti una corsa al ribasso delle aliquote sui redditi societari, che oggi si cerca di frenare con la proposta di tassazione minima mondiale.  La globalizzazione riguarda però le aziende, non gli imprenditori quando percepiscono dividendi, o gli investitori quando percepiscono frutti di reddito di capitale. Dividendi e redditi di capitale sono infatti determinabili attraverso gli intermediari e ben pochi sono i relativi titolari che si espongono alle sanzioni per omessa presentazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi per gli investimenti effettuati all’estero, allo scopo di evaderne i redditi. Lo stesso per le locazioni immobiliari, dove c’è interesse alla formalizzazione del rapporto locatizio, ed è quindi del tutto ingiustificata l’imposizione sostitutiva, per di più agevolata a poco più del 10 percento, dei canoni di locazione. Se si vogliono incentivare le locazioni abitative, anche sul piano impositivo, sono ben altri gli interventi da porre in essere, sul piano della deduzione di oneri e spese (oltre che di certezza della proprietà dell’immobile, ma questo è un discorso non tributario). All’assurdità di questa flat tax delle rendite si accompagna quella della tassazione di piccoli commercianti e artigiani come fossero società, con la cosiddetta IRI; essa dimostra l'incapacità culturale di distinguere tra organizzazioni pluripersonali, cui si addice la determinazione documentale dei presupposti d’imposta, e attività coincidenti col lavoro del titolare. Si riproporrebbero per parrucchieri, tassisti e pasticcieri tematiche come quelle dell'accantonamento per imposte, delle riserve di bilancio e della distribuzione dei dividendi. Anche queste follie confermano l’opportunità di sostituire all’enfasi sulla delega, che poi partorisce il topolino come nel 2015, con una discussione permanente sulla determinazione amministrativa dei presupposti economici d’imposta, aggiustando le cose man mano che le mettiamo a fuoco nella comprensione sociale.  Altrimenti si passerà da una delega all’altra, peggiorando ogni volta un po', nell’illusione di poter codificare quello che ancora dobbiamo capire.

     

    [1] Sulla cui inutilità vedi retro il mio articolo del luglio 2021, Immagine politica e sostanza concettuale nella tassazione minima dei gruppi multinazionali

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