ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Il dramma dell’Afghanistan: è fallita l’​esportazione della democrazia o il sistema internazionale dei diritti umani?

Il dramma dell’Afghanistan: è fallita l’esportazione della democrazia o il sistema internazionale dei diritti umani?

di Tania Groppi

Le drammatiche scene che ci arrivano da Kabul dopo la rapidissima presa del potere da parte dei talebani seguita al ritiro delle truppe occidentali ci colpiscono e ci interpellano, su tanti piani.

Come costituzionalista, spesso impegnata con organizzazioni internazionali e non governative in attività di “institution building”, avverto ancora una volta quel che spesso ho vissuto di persona, sul campo.

Ovvero la difficoltà – che in certi casi diventa impossibilità – di dare, arrivando dall’esterno, come alieni che vengono da terre lontane, un contributo per la creazione, e soprattutto la stabilizzazione, di istituzioni democratiche in contesti altamente conflittuali, culturalmente complessi e assai distanti da quell’Occidente nel quale la democrazia costituzionale è nata e si è sviluppata.

Possiamo trovare innumerevoli spiegazioni per lo sgretolamento delle istituzioni afghane, costruite con gran dispendio di consulenze, soldi, energie, e vite umane, in questi ultimi venti anni.

Spiegazioni legate a vizi di origine, a quella ‘esportazione della democrazia’ con le armi che ha connotato l’amministrazione Bush; alle peculiarità dello scenario afghano, con le sue turbolente tribù; alla geografia di quell’angolo di mondo, tra alte montagne; alla geopolitica, che ne fa un crocevia di interessi di potenze regionali e mondiali fin dall’epoca del “Grande gioco” che vedeva protagoniste la Russia Zarista e l’Impero britannico; e poi c’è sempre lui, l’Islam, con tutto quel che ne deriva quanto al rapporto con la modernità, diritti umani e democrazia inclusi.

È innegabile: ci sono molteplici fattori locali dietro al fallimento del tentativo di creare una democrazia costituzionale in Afghanistan. Tentativo che c’è stato, che non possiamo cancellare, nonostante le parole pronunciate dal Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, nella conferenza stampa del 16 agosto, con le quali ha smentito che gli Stati Uniti abbiano mai cercato di costruire una democrazia (“a unified, centralized democracy”), in quella che, secondo Biden, sarebbe stata soltanto una missione antiterrorismo, senza alcuna finalità di “nation-building”. Tentativo nel quale anche l’Italia è stata impegnata in prima linea (con interventi finalizzati al “ristabilimento dello Stato di diritto”, tra i quali quelli di ‟riabilitazione e sostegno al sistema giudiziario e penitenziario afghano”) e che ha viste coinvolte tante persone di buona volontà, tra esse molti giuristi, chiamati a formare il personale giudiziario, delle amministrazioni pubbliche, specialmente le donne, a dare pareri su progetti di legge, a collaborare con università e centri di ricerca.

Tuttavia, nonostante le peculiarità della situazione afghana, ritornano – e ancora una volta con sofferenza, impotenza e finanche vergogna – gli interrogativi che sempre accompagnano, anche in altri scenari, in altre remote e meno remote parti del mondo, questo tipo di attività. E che ci riportano ai fondamentali del diritto comparato, ai “legal transplants”, all’ “import-export” degli istituti giuridici, alla grande “IKEA del diritto comparato”, alla circolazione dei modelli e, infine, alla diffusione globale del costituzionalismo, secondo un sogno accarezzato dopo il 1989. E, ancora più a monte, a riflettere sull’impatto della storia, della cultura, delle tradizioni, dei “costumi” avrebbe detto Montesquieu, su quelle fragili sovrastrutture che sono istituzioni e diritto. Sull’esistenza di uno strato profondo che lega popoli e paesi al loro passato, come un destino già scritto e inscalfibile.

È possibile cambiare, per le nazioni? Uscire da secoli o millenni di violenza e povertà? Quali fattori possono innescare un cambiamento? Che ruolo può avere, in tutto ciò, il diritto? Quanto, e come, si può contribuire dall’esterno a questi processi? Temi e domande sui quali offre spunti di grande interesse, accompagnati da diversi esempi, Jared Diamond, nel suo libro dal titolo (italiano) “Crisi. Come cambiano le nazioni”.

Ma non finisce qui. Se l’institution building è un’attività estremamente complessa e delicata, i cui esiti sono legati a molteplici fattori, purtroppo assai poco controllabili, il dramma che stanno vivendo in questo momento in Afghanistan tante persone, bambini, donne e uomini, ci porta su un altro piano, ovvero quello della garanzia dei diritti umani.

È questo l’altro pilastro del “mondo nuovo” che si è cercato di costruire dopo la Seconda Guerra Mondiale. Accanto alla democrazia costituzionale, chiamata ad esplicarsi a livello nazionale, si è avviata la creazione di un sistema internazionale di tutela dei diritti umani, intesi come diritti universali, che non possono dipendere dalla sovranità di alcuno Stato. Un sistema che ha il suo perno nelle Nazioni Unite e nella Dichiarazione Universale dei diritti umani, una dichiarazione che fu scritta, come ci ricorda il bellissimo libro di Mary Ann Glendon (“Verso un mondo nuovo. Eleanor Roosevelt e la Dichiarazione Universale dei diritti umani”) con il contributo di tutte le culture e le religioni, attraverso una convergenza assai più ampia dell’area comunemente ricondotta alla nozione di Occidente.

Nel dramma degli afghani, e soprattutto in quello che stanno vivendo in queste giornate di incertezza e paura le donne e i difensori dei diritti umani, la vera grande domanda (e, purtroppo, il dramma nel dramma) è: “dove sono le Nazioni Unite?”. La risposta è un grande vuoto, una grande impotenza, un grande silenzio. Un silenzio inaccettabile.

Se “l’esportazione della democrazia”, fosse pure al fine di costruire un’attiva società civile o di tutelare il rule of law, può essere in ogni momento tacciata di colonialismo culturale, così non è per i “diritti umani universali”, sui quali non è possibile ammettere eccezioni. Ecco, mi pare che non abbiamo molta scelta, e che da lì occorra ripartire. In Afghanistan e qui da noi. Per gli afghani in Afghanistan e per quelli che dovranno lasciare il loro paese. Per tutti coloro ai quali, ovunque nel mondo, sia impedito “l’esercizio effettivo delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana” (per usare le parole dell’art. 10, comma 3, della Costituzione).

 


 

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