ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

L’estremo saluto: il rito “inutile” (ma necessario)

L’estremo saluto: il rito “inutile” (ma necessario)

di Giuseppe Savagnone

Sommario: 1. Un divieto che comporta una perdita. 2. Il significato del rito. 3.Ciò che è utile e ciò che è importante. 4. Fuga dalla morte. 5. Il tabù della morte nella nostra società. 6.Il rito del funerale ultima apertura verso l’“oltre”

1. Un divieto che comporta una perdita.

Il divieto di celebrare i funerali, nel quadro della lotta contro il coronavirus, ha avuto sicuramente un impatto umano particolarmente forte in una società come quella italiana, ancora molto legata ad un modello di famiglia dove gli anziani – i più esposti ad andarsene, in generale, ma tanto più in queste settimane di epidemia - , per quanto spesso ormai relegati nelle case di riposo, continuano comunque ad avere un posto importante nella graduatoria degli affetti.  Ma anche per chi non aveva col defunto o la defunta un legame di parentela, il rito funebre  erano un modo di sottolineare il legame con lui o lei e di testimoniare pubblicamente  il valore che si attribuiva a questo legame. Senza dire che la partecipazione a un funerale  aveva anche il significato di un gesto di prossimità e di solidarietà verso chi restava.

Ora, fino a una data che ormai è difficile indicare come prossima, tutto questo è reso impossibile dal decreto che impone la riduzione delle esequie a una scarna benedizione della salma all’interno del cimitero, alla presenza dei soli parenti più stretti.

Avvertiamo che qualcosa è andato perduto. Ma forse proprio per questo, come spesso accade nella vita, siamo costretti a renderci conto di quanto fosse importante per noi e a comprendere meglio perché. 

2. Il significato del rito.

In primo piano, qui, vi è il valore del rito. Costituisce una peculiarità degli esseri umani, rispetto agli altri animali, il bisogno di andare oltre la sfera fattuale e visibile dell’esistenza, per accedere a quella dei significati. Per questo l’uomo, in ogni sua manifestazione, ha bisogno di simboli. Questa dimensione simbolica conferisce alle cose, ai gesti, alle parole, un valore che va molto oltre la loro portata materiale. Una stretta di mano non è soltanto una contrazione muscolare, ma può esprimere un’intesa, una riconciliazione, un’alleanza....

Si collega a questa esigenza di dare una risonanza simbolica alle vicende della vita la pratica, antica quanto l’uomo, di accompagnare i momenti cruciali dell’esistenza con dei “riti  di passaggio” che ne evidenzino e ne celebrino il significato a livello non solo personale, ma anche sociale. Attraverso essi una comunità si costituisce e si rinsalda, riconoscendosi in un patrimonio comune di valori condivisi di cui vivere e da trasmettere ai propri figli. 

3.Ciò che è utile e ciò che è importante.

Il funerale è uno di questi riti. Importante, a ben vedere, non tanto per i morti, quanto per i vivi. Dove il termine “importante” rivela la sua peculiare differenza rispetto a quello, spesso scambiato per un suo sinonimo, di “utile”. “Utili” potevano essere le cure, finché il soggetto era in vita. Il funerale è del tutto “inutile”. Se si può tuttavia affermare che è importante, siamo costretti a rimettere in discussione una logica utilitarista che ci porta a confondere le due cose.

In realtà, ciò che è utile non può, per definizione, essere importante in se stesso, perché ha valore solo in funzione di qualcos’altro. Emblematico il caso del denaro, ricercato da tanti come un fine, mentre è solo un mezzo, del tutto insignificante quando non può essere usato come tale. Robinson Crusoe, nel romanzo di Defoe, darebbe volentieri la somma ingente di  sterline in suo possesso e che lo renderebbero ricco in un altro contesto, in cambio del più umile attrezzo che nella sua situazione potesse essergli utile.

Il funerale, che si celebra quando per la persona non c’è più niente da fare, ci ricorda che tutti i riti sono inutili, a cominciare da quello, semplicissimo, del saluto reciproco. Dal punto di vista dell’efficienza, una società dove le persone non si salutassero funzionerebbe benissimo. Solo, non sarebbe umana. Perché niente è più necessario all’uomo di ciò che è superfluo, inutile. Spogliata dei riti, la vita sarebbe insostenibile. Perché solo nell’ordine dei simboli essa realizza i suo carattere umano.

 4. Fuga dalla morte.

Un passo avanti in questa riflessione può essere costituito dalla messa a fuoco dello specifico valore simbolico che proprio il rito del funerale riveste. E qui non si può fare a meno di menzionare il grande tabù della nostra società: la morte.

In realtà al pensiero della morte, nel mondo moderno, si è sempre cercato di sfuggire. Già nel Seicento Pascal ha denunciato con estrema lucidità questa fuga: «Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici» (Pensieri, Edizione Brunschvig, n.168).

E in altro passo: «Così si spiega perché sono così ricercati il gioco, la conversazione delle donne, la guerra, le grandi cariche. Non già che in queste cose ci sia effettivamente della felicità, né che si pensi che la vera beatitudine consiste nel possedere il denaro che si può guadagnare al gioco, oppure nell'inseguire una lepre; queste cose, se ci fossero offerte, non le vorremmo. Noi non cerchiamo né il godimento tranquillo e pacifico che ci lascia pensare alla nostra infelice condizione, né i pericoli della guerra, né la preoccupazione delle cariche, ma cerchiamo proprio il trambusto che ci distoglie dal pensarci e ci diverte. Questa è la ragione per cui si gusta più la caccia che la preda. Per questo gli uomini amano tanto il rumore e il trambusto; per questo la prigione è un supplizio così orribile; per questo il  piacere della solitudine è una cosa incomprensibile (...) Questo è tutto quello che gli uomini hanno potuto inventare per diventare felici. E quelli che fanno i filosofi su questo e credono che il mondo è troppo poco ragionevole nel passare tutto il giorno a correre dietro a una lepre che non accetterebbero se comprata, non conoscono la nostra natura. Quella lepre non ci garantirebbe dalla visione della morte e delle miserie, ma la caccia, che ce ne distoglie, ci garantisce» (n.139).

 5. Il tabù della morte nella nostra società.

Su questa scia, oggi il tentativo di distogliere lo sguardo dalla morte ha raggiunto il suo punto estremo. Mentre nel medioevo il rapporto con essa era considerato un salutare richiamo alla condizione creaturale dell’essere umano (si pensi, per esempio, al fatto che tutta la famiglia si riuniva per congedarsi a moribondo, e che i defunti venivano seppelliti nella  chiesa parrocchiale o nel piccolo cimitero attiguo ad essa, come ancora in certi paesi dell’Alto Adige), da noi, ormai, si muore quasi soli in ospedale (e comunque, se anche il decesso avviene in casa, si allontanano i bambini), e le sepolture dei morti, per validissimi motivi igienici, vengono relegate alla periferia delle nostre città. La stessa parola “morte” viene accuratamente evitata, come un tempo lo erano quelle riferite agli organi sessuali. E il fenomeno del giovanilismo, per cui persone decisamente anziane rincorrono un’immagine di se stesse che non esiste più, è probabilmente legato alla paura di potere scorgere nei propri tratti i segni della prossima fine.

6.Il rito del funerale ultima apertura verso l’“oltre”

I funerali sono rimasti, nella nostra società, l’ultimo appiglio simbolico al mistero della morte. Se sono importanti non è perché assecondano le mode, ma perché avvertiamo che esorcizzare del tutto questo mistero ci impedirebbe perfino di salutare chi se ne va. Dove il saluto comporta anche la memoria di quello che il defunto è stato per noi e la speranza che il legame stretto durante la nostra comune storia terrena possa sopravvivere, in qualche modo, anche dopo.  In questo senso i funerali sono una sosta sul ciglio di una immensa ombra, il solo contatto rimastoci con un “oltre” di cui abbiamo timore, ma in cui sono entrate persone a noi care  da cui non vorremmo del tutto separarci.

Si capisce, alla luce di queste considerazioni, perché durante le cerimonie funebri ci siano alcuni che  preferiscono chiacchierare  di tutt’altro o perfino scherzano. E si capisce anche perché la maggior parte di noi, uscendo dalla chiesa o dal cimitero, si rituffi nelle proprie occupazioni. Pascal non si meraviglierebbe.

Eppure la morte è fondamentale per capire e apprezzare la vita. Il limite creaturale di cui essa è indizio ci restituisce alla nostra identità, fragile e proprio per questo preziosa. Per questo c’è da sperare che la rinunzia ai funerali, che tengono viva la percezione di questo limite, resti un fatto provvisorio, perché senza di essi la censura nei confronti della morte sarebbe completa. E forse si può sperare che proprio l’averne dovuto fare a meno per un certo tempo risvegli in noi la consapevolezza di ciò che questo rito “inutile” significa.

 

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