ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

​Intervento di Mario Serio in occasione della presentazione a Palermo il 7 maggio 2022 del libro a cura di Luigi Cavallaro e Roberto Giovanni Conti “Diritto, verità, giustizia. Omaggio a Leonardo Sciascia”

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Intervento di Mario Serio in occasione della presentazione a Palermo il 7 maggio 2022 del libro a cura di Luigi Cavallaro e Roberto Giovanni Conti “Diritto, verità, giustizia. Omaggio a Leonardo Sciascia” 

Oggi è una giornata felice per l'Ateneo di Palermo, rappresentato dai vertici dei suoi organi di governo, che ospita questa presentazione: e ciò per una molteplicità di ragioni, alcune delle quali di immediata evidenza, quali la qualità ed il calibro degli intervenuti, sia come relatori sia come osservatori. La circostanza è particolarmente significativa non soltanto dell'interesse suscitato dalla presentazione del volume di omaggio a Sciascia curato da Luigi Cavallaro e Roberto Giovanni Conti, ma soprattutto della rilevanza che la figura di Leonardo Sciascia ancora oggi riveste in comunità di studi e di fattivo impegno civile quale quella accademica. Dibattere del pensiero di Sciascia sulla giustizia, anche alla presenza dei suoi più cari familiari, implica rievocarne la sua partecipazione al tema con competenza e raffinatezza, entrambe alimentate dalla preziosa, invisibile guida costituita da un egregio magistrato palermitano da qualche anno scomparso, il compianto Presidente Francesco Nasca, uomo di rara cultura e sensibilità, nonché portatore di un'idea di giustizia ispirata al razionalismo, mai disgiunto - al pari del grande scrittore - dalla capacità di analisi del contesto nel quale la vicenda giuridica, poi degenerata in caso giudiziario, è inscritta. In questa vena di acuta, lucida sofferenza si innesta il processo, e la relativa decisione, ossia quel che Salvatore Satta definiva il più inumano degli atti dell'uomo, quasi vano, non perché superfluo o contrario a ragione ma a causa del grande travaglio che inevitabilmente i protagonisti, ed in primo luogo il giudice, sono destinati a provare nel districarsi tra i rami di una vicende umana che fuoriesce dall'ambito della soggettività per essere governata da una norma oggettiva ed astratta la quale  converte in una regola di giudizio universale quella che è, piuttosto, proiezione di una (dolorosa) vicenda individuale. Ebbene, proprio di storie individuali (semplici e non) è intessuta l'opera di Sciascia, storie nelle quali risaltano caratteristiche comuni al genere umane e dalle quali Egli ha saputo estrarre la regola universale di giudizio, seppur sovente implicito o inespresso nelle sue pagine. Ma Egli fornisce i criteri discretivi perché si pervenga alla formulazione, da parte del lettore, di un modello interpretativo della realtà rappresentata. E la rappresentazione non avviene soltanto attraverso le parole pronunciate, ma anche grazie agli ammiccamenti, alle mezze frasi, alle allusioni che si raccolgono nei circoli dei notabili paesani, ossia in quel microcosmo della Sicilia nel quale, ammaliato, ha trascorso puntigliosamente, per certi versi disperatamente, per altri speranzosamente, la propria vita. I Suoi ultimi anni sono stati esasperatamente segnati dalla enfatizzazione della nota frase circa la pretesa costruzione di un ceto giudiziario connotato dal crisma mediatico e dall'appariscente esibizione nell'attività di perseguimento di delitti di criminalità mafiosa. Vi è, tuttavia, da ritenere che costringere un'opera così imponente ed esemplare nella incerta e controversa interpretazione di un frammento linguistico non renda il tributo di cui l'Autore è meritevole per ragioni evidenti e coincidenti con quelle enunciate prima a proposito dell'idea di giudizio coltivato in tutta la Sua opera. Il mondo che Sciascia ci consegna con vivacità di accenti e con la raffinatissima tecnica del non detto, del trasmesso cioè alla mente ed all'opinione del lettore, è di per sé una guida, un orientamento verso le scelte valutative finali che si possono compiere solo coordinando tutte le fasi e tutte le manifestazioni della vasta e complessa produzione letteraria. E questo perché Sciascia è un maestro nel dipingere il mondo, nelle sue varie componenti e sottospecie antropologiche, della mafia siciliana. Essa viene presentata utilizzando solo di rado la parola “mafia” (o nella originaria versione “maffia”), ma evocandone il contesto sociologico ed ambientale, illustrandone i caratteri diffusi, sia oggettivi sia individuali. Essa viene raffigurata nel doppio mortale (in senso letterale) coefficiente di mediocrità e vanità. Si scorge la meschinità dell'uomo politico (privo di qualità) che cerca l'affermazione senza un progetto, del tutto privo di un programma effettivo. Non è necessario richiamare vicende passate e presenti, ma sempre immanenti alla nostra esperienza isolana, in cui l'apparente dialettica politica nasconde semplicemente un conflitto tra ego smaniosi ed avidi, in cui non traspare mai l'idealità della proposta a beneficio della collettività. Perché deborda soltanto la ricerca invereconda dell'affermazione del proprio potere, con le relative, vantaggiose ricadute economiche. Questo spiega l'opinione, qui professata, secondo cui la polemica o l'ingiusto dubbio ermeneutico sulla reale portata dell'idea di Sciascia sui professionisti dell'antimafia sono contraddetti dalla globale coerenza dei suoi innumerevoli scritti. Egli, infatti, ci addita le caratteristiche dell'azione multi-livello della mafia, ce le squaderna una dietro l'altra: l'omertà, la tacita complicità, l'irrisione nei confronti del Professor Laurana, il “cretino” di turno che crede di frapporre il candore della propria intelligenza speculativa alla prepotenza mafiosa. Non si vede quale altro argomento debba spendersi per attrarre saldamente il nostro Autore nella schiera dei baluardi alla lotta intellettuale alla mafia. Ma è doveroso aggiungere un ulteriore segmento critico, idoneo a dirimere ogni restante dubbio. Nel momento in cui Sciascia offre il quadro desolante dell'irredimibilità morale della sua terra permeata dalla mafia egli ci indica anche l'unica strada possibile per superare o almeno tentare di ridurre al minimo queste pesanti distonie dalla civiltà: quella della legalità. Essa, doverosamente declinata nel versante giudiziario, non può che trovare albergo ed espressione nella lotta alla mafia. Sarebbe davvero illusorio immaginare che il messaggio di Sciascia possa aver mai scoraggiato o scoraggi oggi la magistratura dal perseguire i delitti di mafia. È vero l'esatto contrario. Quale magistrato potrebbe o vorrebbe sottrarsi al compito di sviscerare gli incunaboli del potere politico infiltrato dalla criminalità mafiosa per affermare la parola di giustizia? Non può esservi alcuna frattura tra l'analisi socio-politico-letteraria dei lavori di Sciascia e l'azione giudiziaria. Non può esservi alcuna soluzione di continuità ed il potere giudiziario ben ha saputo raccogliere il testimone e quella siciliana, luminosamente presente in aula, in special modo. Credo, allora che si sia realizzato in sé stesso il disegno di Sciascia, attuato mediante l'ideale affidamento all'azione di giustizia delle chiavi per accedere al miglioramento sociale in virtù della sua grande dote di livellatrice delle diseguaglianze e della preclusione che essa interpone alla possibilità che dalle diseguaglianze stesse possano sorgere situazioni di prepotere e di egemonia disancorate dal merito e dal sacrificio insito nel lavoro. È circolare il discorso generato dal pensiero di Sciascia. Si può discutere finemente della dicotomia tra una dimensione votata all'ottimismo della volontà o viziata dal pessimismo della ragione ravvisabili nella letteratura Sciasciana, ma non si può non convenire sulla esistenza di un manifesto ideale di intolleranza e di militanza intellettuale nei confronti di e contro l'illegalità.

L'Autore volle impegnarsi anche in battaglie paragiudiziarie, quale quella descritta nel delizioso pamphlet “L'affaire Moro”. Ma quello era il tributo, il più nobile, che in un certo senso egli volle corrispondere alla propria limitata esperienza di parlamentare nazionale. Volle mostrare, cioè, che egli non apparteneva passivamente alla schiera dei deputati privi di iniziativa e di tensione e passione politica che scelgono così di estraniarsi colpevolmente dal circuito che li dovrebbe sempre collegare ai cittadini rappresentati.

Se si vuole prospettare una conclusione al ragionamento che precede occorre riconoscere l'esistenza di una non trascurabile appendice alla generale opera di Sciascia. Essa è necessariamente di squisita natura giudiziaria. Si tratta, infatti, di convertire il suo pensiero, per via logicamente e fedelmente deduttiva, in concreta attività giurisdizionale il messaggio letterario rivolto a rimuovere dalla società civile la illegalità mafiosa ed a sublimare i valori costituzionali dell'eguaglianza dei cittadini e della necessità che il progresso, il benessere, l'ascesa sociale provengano esclusivamente dal lavoro lecito e dalla rigida obbedienza ai precetti della legge. C'è da auspicare che una manifestazione come quella odierna possa contribuire a lasciare da parte le superficiali ed ingenerose interpretazioni delle parole prima ricordate, spesso strumentalmente rinfocolate per affievolire o svilire il messaggio genuinamente ed intrinsecamente antimafioso di Sciascia. Ciò, al contrario e senza riserve, va colto dalla sua feconda vita: ed è altrettanto indubbio che l'opera costante e serrata della magistratura, in particolar modo di quella siciliana, continui a procedere lungo quell'ammirevole solco, guidata proprio da quel pensiero.

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