ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

​Rileggere Sciascia attraverso “Diritto Verità Giustizia”

Rileggere Sciascia attraverso “Diritto Verità Giustizia”*

di Michele Perrino

Sommario: 1. Premessa - 2. Diritto - 3. Giustizia - 4. Verità.

1. Premessa

Il libro intorno alla cui presentazione ci hanno riunito oggi i curatori, Luigi Cavallaro e Roberto Conti, dedicato quale “Omaggio a Leonardo Sciascia” per il centenario dalla sua nascita, muove dal felice intento, del resto esplicitato dagli stessi nell’introduzione, di lasciarsi interrogare dagli inquieti confronti del grande scrittore con i temi del diritto, della verità e della giustizia; e al contempo di interpellare l’Autore, attraverso le sue opere, alla ricerca di risposte o contributi di riflessione intorno a temi così di vertice e che tanto attraversano l’esperienza dei giuristi, ma in effetti l’esperienza umana.

Nasce da qui una silloge di saggi importanti, ognuno a confrontarsi con diverse opere, con diversi profili della produzione letteraria dello scrittore, sempre alla stregua dei tre assi fondamentali che danno il titolo alla raccolta.

Nel presentare questa preziosa opera a più voci, siamo qui chiamati in realtà, attraverso di essa, pur sempre a rendere omaggio a Leonardo Sciascia, e a misurarci ancora una volta con le sollecitazioni e sfide dello scrittore sui temi che stanno al cuore dell’esperienza giuridica, riflettendo sulla concezione di Sciascia e sulla sua trasposizione letteraria.

Leggere “Diritto, verità e giustizia”, per rileggere Sciascia. Una riflessione e insieme una meta-riflessione dunque – perché in contrappunto con la riflessione a sua volta offerta da chi ha contribuito all’opera che presentiamo – per concorrere alla quale anch’io mi muoverò lungo i tre assi individuati dai curatori, prendendomi però la licenza di un’inversione: Diritto, Giustizia e Verità.

2. Diritto

I curatori richiamano nell’introduzione la “crisi della sussunzione sillogistica”, della “capacità ordinatrice della fattispecie legale di matrice statuale”, che è anzitutto crisi di passaggio dei giuristi della nostra generazione, rispetto alle ingenue precomprensioni che sorreggevano l’entusiasmo degli esordi.

In qualche modo, ognuno di noi ha dovuto compiere nella sua formazione e poi esperienza giuridica quel passaggio, denso di implicazioni filosofiche, teorico-generali, anche esistenziali: il passaggio dalla legge alla sua interpretazione e applicazione, a quell’universo di esperienza - dal linguaggio al giudizio (interpretativo, decisorio) - che chiamiamo diritto.

Nell’opera di S., la legge si presenta con più di un volto, non sempre rassicurante o razionale.

C’è la Legge dello Stato, con il sistema della pubblica amministrazione della giustizia, e c’è il sistema delle leggi della mafia, con il distorto senso della giustizia di quel mondo (Il giorno della civetta).

C’è “la legge che nasce dalla ragione ed è ragione”, e la “assoluta irrazionalità della legge, ad ogni momento creata da colui che comanda, dalla guardia municipale o dal maresciallo, dal questore o dal giudice; da chi ha la forza, insomma” (ancora Il giorno della civetta).

D’altra parte, traspare dalla pagina di S. una concezione al contempo della necessità e della pluralità degli ordinamenti, e ben lo segnala Irti col suo saggio (“Il giorno della civetta” e il destino della legge, 21 s.), nel trascorrere fra la dimensione statuale e quella delle formazioni sociali, comprese all’estremo quelle criminali, fino all’universo delle relazioni familiari. Come traspare dalle parole del pittore protagonista di Todo Modo, quando chiede a don Gaetano: “Se qui fossimo nell’isolamento più assoluto, al di fuori di una giurisdizione, non crede che saremmo costretti a inventare tra noi la legge che Scalambri rappresenta e a perseguire il colpevole?” (Todo modo).

Ancora, la legge dello Stato non sempre è figlia della ragione, ed a tratti si presenta come una angustia: quella “angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi” che turba il capitano Bellodi (Il giorno della civetta), facendogli vagheggiare uno stato di eccezione, da cui subito si ritrae.

Al tempo stesso, non sembra che S. acceda ad una concezione formalista della Legge, che cioè essa possa identificarsi con il Diritto senza passare attraverso l’incontro con i fatti, la persona, le esigenze di giustizia.

È sempre il capitano Bellodi a parlare con accenti critici della “astrazione in cui le leggi vanno assottigliandosi attraverso i gradi di giudizio del nostro ordinamento, fino a raggiungere quella trasparenza formale in cui il merito, cioè l’umano peso dei fatti, non conta più; e, abolita l’immagine dell’uomo, la legge nella legge si specchia” (Il giorno della civetta).

Qui S. espressamente parla di “formalismo giuridico”, ma senza approvarlo; in ciò, sembra, con posizione diversa da quella ribadita – in ossequio alle sue note concezioni generali – da Natalino Irti nel suo contributo al volume, per il quale l’astrazione “che progredisce e s’affina nei gradi del giudizio, è la cifra autentica della legge moderna, la quale, appunto, si scuote di dosso la densa e oscura polvere della particolarità, e guarda alla ‘configurazione’ dei fatti. E così soltanto può valere per tutti, e farsi misura e forma di indefiniti fatti del futuro” (Irti, op.cit., 21)

Non è così, credo, per S.: e lo rileva Nicolò Lipari (Diritto e letteratura in “Todo modo”, 104), quando cita le parole dell’A. “la democrazia ha anzi tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la giustizia”; e quando ancora Lipari richiama le parole qui prima ricordate del capitano Bellodi come una condanna del formalismo giuridico, che propugna nell’astrazione la via ad una concezione “pura” del diritto.

Alle soglie della pensione, persino il procuratore di “Porte aperte”, che pur aveva richiamato il “piccolo giudice” alla regola per cui “la pena di morte è ormai da dieci anni la legge dello Stato: e la legge è legge, noi non possiamo che applicarla, che servirla”, giunge a chiedersi “se, da morti che seppelliamo morti, davvero abbiamo il diritto di seppellire i morti per pena capitale”, fino all’ammissione finale: “qualcosa, in quell’affermare la legge fino a quel punto, mi infastidisce, mi inquieta”.

 Se è vero, come osserva Irti, che Dike invoca Nomos, per attuarlo o rinnovarlo, e che la giustizia “ha bisogno della positività normativa e fuori da questa non può uscire” (Irti, op.cit., 24); se è vero che “Una pretesa di giustizia, che non tenda a effettuale vigore di norma, e dunque a tradursi in diritto positivo, è consolante illusione o ingannevole vagheggiare” (op.cit., 25); è anche vero che – e questo sembra, almeno, la visione di Sciascia – la Legge non attinge la dimensione del Diritto se non all’incontro con il peso dei fatti, il volto della persona umana, le istanze di giustizia.

3. Giustizia

E si viene così all’asse che pongo per secondo in questa riflessione, la giustizia.

Scrive Lipari della “antica inesauribile tenzone tra Nomos e Dike, tra le forme degli enunciati normativi e l’aspirazione a conseguire un risultato di giustizia che appaia condivisibile alla società di riferimento” (Lipari, op.cit., 94)

Compito dell’ordinamento è perseguire esiti di giustizia, che consistono nell’approssimarsi il più possibile a risultati conformi agli obbiettivi anche di valore in gioco ma nel rispetto rigoroso delle regole.

Ha d’altronde ragione Irti nel rimarcare che Dike non può fare a meno di Nomos, che non v’è giustizia senza la legge positiva ed il suo rispetto, pur con l’anelito al rinnovamento, “ad emanare nuovo diritto in luogo dell’antico” (Irti, op.cit., 24), dal momento che “la giustizia si risolve nella pretesa di tutelare una o più categorie di interessi, o realizzare uno o più ideali, e perciò si innalza a giudice del diritto positivo, dicendolo giusto se soddisfa quegli interessi e ingiusto si li lascia privi di protezione” (ivi).

E però, qui si intravede, guardando all’opera di S., il nucleo drammatico di quella “tenzone” di cui parla Lipari.

Per un verso, S. respinge ad esempio l’idea che possa aversi giustizia facendo a meno delle garanzie di legge, come prima si diceva ricordando i pensieri del capitano Bellodi, che per un attimo vagheggia una eccezionale sospensione dei diritti così da liberarsi dai relativi vincoli, per subito però rifiutarne l’idea come una tentazione.

E parla sempre di Bellodi, Irti, quando ricorda che “quella libertà ottenuta, negli anni del fascismo, dalle dure repressioni del prefetto Mori, non gli sembra valere, a lui partigiano e credente nella giustizia della Repubblica, il costo delle altre libertà” (Irti, op.cit., 19).

Così, la giustizia non può essere ricercata “con ogni mezzo”: come sembra invece evocare, ma criticamente, il titolo di Todo Modo, tratto da una frase degli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola (Todo modo para buscar la voluntad divina =Ogni mezzo per cercare la volontà divina), che per certi versi si riallaccia all’immagine inquietante della Zattera della Medusa tratta dal celebre dipinto di Géricault, di cui don Gaetano parla sempre in Todo Modo (sia pure come immagine della Chiesa, ma in effetti come metafora di una dimensione umana generale), sulla quale quindici sopravvivono su centoquarantanove, al prezzo di azioni disumane: “E quello che hanno fatto quei quindici per salvarsi?”, chiede lo scrittore protagonista del romanzo. “Non mi interessa”, risponde don Gaetano (Todo Modo).

Una sentenza che condanni un colpevole sulla base di un giudizio irregolare, magari all’esito di una indagine illegittima e passando attraverso la lesione dei presidi di garanzia, è una sentenza giusta? Solo perché riesce nell’intento di ghermire il colpevole? Non è questa la concezione di S.

Per altro verso, pur nel postulare il rispetto della Legge, in tale rispetto non si esaurisce certo la Giustizia, se non guardando al volto della persona umana, se non nella considerazione della complessità dell’umana esperienza, pur allorquando la Legge sia di questa dimentica o traditrice e solo formale paladina.

Una giustizia cieca e sorda rispetto alla persona non è tale, come quella propugnata dal Presidente Riches, ne Il contesto: “Non ci sono più individui, non ci sono responsabilità individuali”. “L’individuo non c’è”. “La sola forma possibile di giustizia, di amministrazione della giustizia, potrebbe essere, e sarà, quella che nella guerra militare si chiama decimazione. Il singolo risponde dell’umanità. E l’umanità risponde del singolo”.

In questo senso, la visione di S. sembra quella di una giustizia come “esigenza che postula una esperienza personale”, come scrive Lipari (op.cit., 103), rileggendo Todo Modo.

Aggiungerei che v’è per S. un “senso della giustizia” che misura la legge e a volte si contrappone alla legge, al diritto ed alla “giustizia” come sistema istituzionale: come accade nelle pagine del Consiglio d’Egitto, quando l’abate Vella avverte “improvvisamente l’infamia di vivere dentro un modo in cui la tortura e la forca appartenevano alla legge, alla giustizia: lo sentiva come un malessere fisico, come un urto di vomito” (lo ricorda Donini, Tra diritto pubblico e diritto penale: approssimazioni a “Il Consiglio d’Egitto”, 43).

Qui allora la “giustizia legale” è avvertita come “impostura”; come nel commento di Di Blasi ne Il Consiglio d’Egitto, richiamato da Donini (op.cit., 39): “ogni società genera il tipo d’impostura che, per così dire, le si addice”, erigendo un “diritto oppressore e falsario” (Donini, op.cit., 45).

D’altra parte, anche quello del “senso di giustizia” è tema denso di contraddizioni.

È il “senso di giustizia” ad animare Bellodi (Il giorno della civetta), o il commissario Rogas (Il contesto); ma ad un proprio “senso di giustizia” pretenderebbe di ispirarsi in certe sue azioni anche la mafia, assumendone una nozione “istintiva”, naturale, vista come “un dono”, capace di decidere le vertenze e portare la pace anche nel mondo criminale.

Questa dimensione naturale, a ben vedere intuitiva del “senso di giustizia” per S. non si ritrova purtroppo nelle aule di giustizia, e di ciò l’A. constata anche il pericolo dell’alibi inopinatamente offerto al ragionamento criminale: “Se noi due stiamo a litigare per un pezzo di terra, per una eredità, per un debito; e viene un terzo a metterci d’accordo, a risolvere la vertenza…In un certo senso, viene ad amministrare giustizia: ma sapete cosa sarebbe accaduto di noi due, se avessimo continuato a litigare davanti alla vostra giustizia? Anni sarebbero passati, e forse per impazienza, per rabbia, unno di noi due, o tutti e due, ci saremmo abbandonati alla violenza…” (Il giorno della civetta).

In questo senso, il tema della Giustizia si pone anche come problema del “giudicare”, che dovrebbe essere vissuto come “dolorosa necessità”, assumendo “il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio” (L.Sciascia, La dolorosa necessità del giudicare, 153).

Richiamando il precetto evangelico “non giudicate affinché non siate giudicati”, don Gaetano osserva che in tal modo “non si proibisce il giudicare, ma lo si pone in diretto e inevitabile rapporto con l’essere giudicati”, lo ricorda Lipari (op.cit., 102), come una prospettiva che dovrebbe costantemente dare misura e prudenza al giudizio.

Pur se dolorosamente assente dalle aule giudiziarie, così come nelle parodistiche interpretazioni della cultura e prassi mafiosa, quel “senso di giustizia” di cui l’opera di S. è costantemente alla ricerca è però la spinta che sorregge l’azione di certi suoi protagonisti: è cioè restituito dalla letteratura.

Solo nella letteratura e nell’arte si fa, si restituisce giustizia.

Come scrisse l’A.: “Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo. Un problema che si assomma nella scrittura, che nella scrittura trova strazio o riscatto…” (L. Sciascia, 14 domande a Leonardo Sciascia, a cura di C. Ambroise, in Opere 1956-1971, Milano, Bompiani1989, pp. XIII).

In ciò del resto mi viene da accostare S. a F.Dürrenmatt, ed al suo racconto La panne. Una storia ancora possibile (1956), dove il protagonista, ospitato per puro caso (una panne, un guasto dell’auto appunto) nella casa di un giudice in pensione, viene da questo insieme ad altri ex uomini di legge fatto oggetto di un finto processo, nel quale attraverso un gioco surreale emerge la verità di un inconfessato delitto, grazie al fatto, come dice il padrone di casa, che “noi quattro qui seduti a questo tavolo siamo ormai in pensione e perciò ci siamo liberati dell'inutile peso delle formalità, delle scartoffie, dei verbali, e di tutto il ciarpame dei tribunali. Noi giudichiamo senza riguardo alla miseria delle leggi e dei commi”, attingendo però – nel gioco del racconto e dell’invenzione, liberi dagli ingranaggi giudiziari ufficiali – una forma di giustizia fuggita alla pubblica autorità.

In questo senso, come scrive Lipari (op.cit., 107), le opere di letteratura “non si limitano a raccontare il diritto, ma semmai concorrono a formarlo” (ivi); e ancora “Sciascia ha concepito la letteratura come vita, in chiave etica, quale veicolo per la ricerca della verità e della giustizia” (op.cit., 108).

Ed è, appunto, nella Giustizia quale obbiettivo di una lotta, di una ricerca costante, che S. coinvolge il lettore, come fa con il finale di Todo Modo, allorquando nell’astenersi dal fornire una soluzione “incita implicitamente il lettore a cercare in sé stesso la risposta alla domanda di giustizia” (Lipari, op.cit., 104); facendo della scrittura strumento per additare la giustizia quale oggetto di una ricerca inesauribile, là dove “ciò che caratterizza la giustizia è proprio questo atteggiamento di ricerca. Giusto è colui che ricerca la giustizia; non colui che crede di averla trovata” (Lipari, op.cit., 104).

4. Verità

Da ultimo, il tema della verità.

La mia convinzione, tratta dalla rilettura di S. cui il libro che oggi commentiamo mi ha utilmente spronato, è che S. creda nella possibilità di raggiungere, “vedere” la verità. In ciò confermando il profilo del seguace di un approccio razionalista, di cultore del pensiero del secolo dei lumi; meno forse però nel modo di attingere la stessa verità, dato che Alétheia non è nell’opera sciasciana il frutto immancabile di un disvelamento razionale, l’esito sicuro di un percorso raziocinante, pur doverosamente immerso nella realtà, secondo il metodo illuminista appunto, anziché cartesianamente a priori.

Per S., dicevo, v’è uno scarto anzitutto fra verità e diritto

La verità non sta nel diritto, come lo scrittore che oggi celebriamo addita al lettore, ad esempio – e lo coglie Donini nella sua lettura de Il consiglio d’Egitto” – allorquando denuncia “la menzogna del diritto, perché quando questo afferma il vero, nel caso del falso di Vella, copre il privilegio, ma altrettanto lo copre quando uccide per alto tradimento un riformatore illuminato come D Blasi” (Donini, op.cit., 32).

Né la verità si rintraccia nel giudizio, come in quei processi che l’ispettore Rogas ripercorre ne Il Contesto alla ricerca degli errori giudiziari da cui trarre indizi per rintracciare l’assassino dei giudici, o come quelli teorizzati, nello stesso libro, dal cinico e autoreferenziale Presidente Riches, per il quale gli individui pur al centro dei processi svaniscono in una nebbia indistinta e impersonale.

S. non nutre fiducia che la verità possa essere mai compiutamente intercettata nei processi, nelle aule giudiziarie, né che la giustizia, per essere tale, debba coincidere con l’attingimento della verità, anziché di una verità, la più onestamente e legittimamente ricercata e raggiungibile qui ed ora, nel contesto dato.

D’altra parte, osserverei, nella applicazione della legge attraverso il giudizio non è pretesa umanamente e ragionevolmente proponibile quella di attingere immancabilmente la verità, piuttosto che una verità. Nel giudizio si tratta di adeguare la legge ai fatti, per giungere ad una decisione che il più possibile si approssimi ad un esito accettabile e ragionevole, perché conforme agli obbiettivi perseguiti dalla legge. Non di svelare la verità, la cosiddetta verità “materiale”.

È però, per S., in qualche modo, “La verità è sotto gli occhi di tutti”, come si legge in Todo modo (citando dal romanzo di Edgar Allan Poe, La lettera rubata).

Come quella verità per cui è don Gaetano (chi altri?), ad avere commesso i primi due omicidi. O come la verità perfino dichiarata dal pittore/protagonista che si autoaccusa dell’omicidio di don Gaetano, senza apparire però credibile agli astanti.

A volte la verità è magari in fondo al pozzo (“se ci si butta giù, non c’è più né sole, né luna; c’è la verità”, nelle parole di Don Mariano ne “Il giorno della civetta”); ed è una verità che costa sofferenza, e senza bellezza. Scabra e rischiosa come il fondo di un pozzo, appunto, nel quale occorre gettarsi per raggiungerla. Don Mariano risponde del resto così alla domanda di Bellodi “Per lei, vedo, la bellezza non ha niente a che fare con la verità”.

Ma la verità comunque per S. c’è, è lì davanti ed è attingibile. Il problema è il come.

È la letteratura che attinge quella verità, che sembra eternamente sfuggire al diritto ed alla cosiddetta “verità giudiziaria”.

Anche l’ispettore Rogas (ne Il contesto), allorquando indaga sui fascicoli trattati da alcuni dei giudici uccisi, alla ricerca del possibile colpevole del delitto, dice S. che “trasse la convinzione di quanto non fosse difficile, in fondo, distinguere, anche sulle morte carte, nelle morte parole, la verità dalla menzogna; e che un qualsiasi fatto, una volta fermato nella parola scritta, ripetesse il problema che i professori ritengono s’appartenga soltanto all’arte, alla poesia”.

In questo senso, la letteratura “Per S. ha una potente funzione euristica e arrivò a identificarla tout court con la verità” (Squillacioti, La giustizia come letteratura, 148).

Una verità che abita la letteratura, la parola scritta, pur talora fra qualche oscillazione o ambiguità, che però, come scrive ancora Squillacioti (op.cit., 145) è proprio il modo attraverso cui “la letteratura consente di giungere a una conoscenza profonda del reale”.

Vi è qui, come già per il senso di giustizia, ancora una volta una nozione intuitiva, naturale, quasi istintiva della verità, colta dallo sguardo dell’osservatore con l’ausilio della letteratura (non si dimentichi che l’ispettore Rogas, ne Il contesto, è un raffinato e colto lettore), piuttosto che per il tramite di un percorso razionale, di un concatenato ragionamento.

E mi pare di scoprire in ciò quanto sia da rivedere l’idea, che in qualche modo avevo mutuato da semplificazioni correnti e da non abbastanza ponderate letture, di S. come solo e strenuo cultore di un pensiero illuminista e razionalista, anziché quale interprete inquieto e sensibile della complessità dell’esperienza umana, anche nella sua dimensione cognitiva men che puramente razionale, e della letteratura come ritratto fedele di quella composita, non sempre razionalmente intellegibile né comunicabile esperienza.

*Testo dell’intervento all’incontro di studi tenutosi nell’Università di Palermo – Palazzo Steri il 7 maggio 2022 su Diritto Verità Giustizia - Omaggio a Leonardo Sciascia, a cura di L.Cavallaro e R.G.Conti, Bari, Cacucci Editore, 2021.

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