ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Adalberto Perulli intervista Massimo Cacciari: “Il lavoro dello spirito”​

Adalberto Perulli intervista Massimo Cacciari: “Il lavoro dello spirito”                               

Adalberto Perulli  L’ultimo libro di Massimo Cacciari, intitolato Il lavoro dello Spirito (Adelphi, 2020) è ricco di spunti anche per il giuslavorista, perché la riflessione riguarda il lavoro umano, quel lavoro dello spirito che è la traduzione del titolo di due celebri conferenze tenute da Max Weber all’Università di Monaco di Baviera tra il 1917 e 1919, l’una su il lavoro intellettuale come professione, l’altra sulla politica come professione. In queste conferenze Weber traccia un’idea regolativa che raccoglie l’eredità della grande cultura borghese ottocentesca, la cui forma, scrive Cacciari “impone il cammino rivoluzionario verso la liberazione del lavoro tout-court”; e ciò nella misura in cui il lavoro dello spirito, il lavoro intellettuale, ma anche il lavoro della politica, è lavoro creativo, autonomo, liberato dalla forma comandata, dipendente, alienata, tipica dalla subordinazione. Ora, il lavoro dello spirito può essere metafora del destino del lavoro in generale, dopo che la modernità ha definitivamente superato la distinzione tra lavoro manuale e intellettuale, riducendo entrambi a meri fattori della produzione, operari dipendente, “lavoro comandato” entro la sfera dominata dall’Economico (vedi anche i tuoi lavori precedenti, ad es. Destino di Dike)?  Oppure il lavoro dello spirito può essere ancora riferimento per un lavoro (ormai senza aggettivi) che (hegelianamente) ritrova nelle relazioni intersoggettive il proprio riconoscimento” e, quindi, diventa vettore di libertà sociale e di autonomia, sottraendosi almeno in parte alla sua sussunzione nella sfera economica, che lo riduce a merce?  

Massimo Cacciari  Permettimi anzitutto di ringraziarti per l’attenzione che le vostre “Conversazioni” vogliono dedicare al mio saggio, che cerca di riattualizzare questioni che ritengo ancora decisive nel confronto di Weber con Marx. Che cosa significa oggi lavoro vivo? Certo, da tempo sappiamo che la possibilità di determinare la ricchezza sulla base del tempo di lavoro costituisce il caput mortuum della concezione marxiana del sistema sociale di produzione capitalistico. Ma sappiamo altrettanto che questo non inficia minimamente l’idea di fondo: che questo sistema si basa sulla sua capacità di incorporare in sé, impadronendosene, la produttività del lavoro vivo. Quale forma assume oggi tale lavoro? Anche qui Marx è stato il primo a intenderla nella sua essenza. Si tratta dello scientiam facere. Lo Scientifico è il fondamento della produttività del lavoro. Il sistema di produzione dipende oggi da esso, e cioè dalla sua capacità di impadronirsene. Ma è possibile concepire lo scientiam facere astraendolo dalla sua dimensione sociale? Ancora meno di come era possibile per le vecchie forme del lavoro comandato manifatturiero. Lo Scientifico è processo sociale nella sua essenza; la sua produttività dipende dal contesto complessivo della cultura di un sistema sociale, dall’organizzazione dei suoi processi formativi, dalla pregnanza delle interazioni tra i diversi specialismi. La ricchezza prodotta è il frutto di tutto questo. Se si vuole, è il frutto del tempo di lavoro socialmente necessario, erogato cioè da un’intera società, per formare l’humus necessario allo sviluppo dello Scientifico. E l’intera società deve poterne trarre il proprio benessere, proprio nel senso classico della eudaimonia. Si tratta di pensare su queste basi, in questa prospettiva che non esito a definire filosofica, in tutta la concretezza che il termine filosofia per me assume, le politiche occupazionali e quelle distributive – insomma, di fondare su tali premesse una nuova idea del Welfare.  

Adalberto Perulli  C’è un’energia nuova nel lavoro agile, nello smart working, nel lavoro tramite piattaforma, ma soprattutto nelle nuove forme di lavoro professionale, autonomo, indipendente? O sono mere riproposizioni di un neo-taylor-forismo digitale? E’ possibile valorizzare le nuove forme del lavoro professionale, autonomo (benchè economicamente dipendente) che si collegano, in fondo, all’ idea di contestazione della gabbia d'acciaio di cui parli a proposito della geistige Arbeit, e che alla base della forma alienata del lavoro? Questo lavoro, pur a-polide, precario, flessibile, chiede risposte in termini di identità, riconoscimento, rappresentanza, cittadinanza. Può ancora pensarsi ad un progetto normativo che sottragga il lavoro alla sua accidentalità, che ne conferisca senso e dignità?  

Massimo Cacciari  Come dubitare che l’esaltazione tutta ideologica cui stiamo assistendo delle forme di smart working, di lavoro “a distanza”, ecc., nasconda una realtà di subordinazione, di lavoro dipendente, comandato in termini ancora più violenti, a volte, di quelli imperanti nella vecchia fabbrica? Sotto la maschera di forme di lavoro autonomo e indipendente si sviluppano le forme più dure di auto-sfruttamento. L’impersonalità o quasi del comando ne rende quasi impossibile la stessa contestazione. E’ tuttavia possibile anche individuare in questa stessa, dolorosa situazione le doglie per un suo rovesciamento? Sì, io credo – ma, appunto, ci vuole la levatrice. Nella tua stessa domanda è implicito che senza organizzazione, senza sindacato (nel senso etimologico del termine), senza rappresentanza, queste nuove forme di lavoro individuale, indipendente, autonomo, che in ogni settore vanno pure emergendo (e non potrebbe essere diversamente), formeranno nient’altro che il nuovo proletariato, rigorosamente distinto dalla scienza come Beruf, e magari dagli happy few che la esercitano. E allora qui il discorso dovrebbe farsi totus politicus. Non vi è nessuna sintesi dialettica tra autonomia formale della prestazione lavorativa e il suo status sociale-politico.  

Adalberto Perulli  Ne Il lavoro dello Spirito parli della “caduta” dall’assolutismo degli imperativi assiologici (e quindi dall’idea di Costituzione come tavola di valori inderogabile e universale) al positivismo giuridico e all’idea di Stato come garante del contratto, in cui il Politico, persa ogni forza vitale, diventa mero guardiano del sistema sociale di produzione capitalistico, ormai globalmente affermatosi, su cui lo Stato basa ormai la propria autorità. Mi preme mettere in luce l’estrema conseguenza nichilistica del tuo ragionamento, condensata nell’affermazione davvero tremenda (non semplicemente disincantata) per cui “Lo Stato di diritto è lo Stato che considera sopra di sé la pura forma del contratto”, onde la dissoluzione di ogni idea di Giustizia che non sia puro formalismo dello “stare ai patti”. In realtà questo ragionamento giuridicamente è poco sostenibile nella stessa logica del positivismo giuridico, perché nemmeno per Kelsen il contratto sta sopra lo Stato ma solo dentro il riconoscimento dello Stato e dentro una struttura gerarchica di fonti superiori, che ne condiziona forma, struttura, contenuto ecc. Non ritieni possibile che, in realtà, il contratto stia piuttosto assumendo i compiti che un tempo erano funzioni dello Stato e del diritto pubblico? Che sia in corso una pubblicizzazione del contratto, una sua ambigua costituzionalizzazione? Ma poi: se fosse vero che l’idea di Giustizia si riduce ormai e solo a giustizia contrattuale, non significa questo negare ogni residua idea stessa di Giustizia (della cui necessità quantomeno sotto forma di sentimento tu stesso parli in Destino di Dike?); come può essere la Giustizia immanente alla stessa positività della norma, come scrivi in Destino di Dike, se si riduce a pura forma? Non c’è quindi contraddizione tra questa degradazione nichilistica del Giusto e l’idea di Giustizia come necessario trascendimento dalla norma? E ancora: cos’è questa “giustizia contrattuale”, che dal punto di vista giuridico semplicemente non esiste, neppure nella forma che tu indichi (“lo stare ai patti”), nella misura in cui la tecnica contrattuale contempla, ed anzi enfatizza! - nella logica della Law & Economics - la rottura efficiente del contratto, cioè l’inadempimento, il violare l’accordo? Se neppure pacta sunt servanda è più un canone rispettato dalle parti nella misura in cui il paradigma dell’efficienza economica guida (e domina) la razionalità giuridica? Nessun compimento della filosofia del diritto, quindi, ma sua pura e totale dissoluzione nel nichilismo giuridico indifferente ad ogni contenuto del nomos.

Infine. Nell’ultima parte de Il lavoro dello spirito sintetizzi il senso profondo del processo di globalizzazione e l’erosione del potere dello Stato nazionale, che colleghi alla crisi dell’autonomia relativa del lavoro dello spirito. Ma se la sfera economica si sottrae ormai globalmente alla localizzazione del nomos (come del resto già Schmitt indicava negli anni ’50 del secolo scorso, nella sua analisi sulla dissoluzione del diritto internazionale) dobbiamo rinunciare definitivamente al controllo (democratico-parlamentare) di ogni logica d’azione dell’impresa? Pensi che non esistano altre forme su cui puntare, su cui costruire nuovi meccanismi di controllo del mercato transnazionale contemperando con altri sistemi di interessi (e di valori) quello che definisci il “cosmopolitismo sradicante dell’Economico”? E’ evidente che i segnali sono deboli… l’Europa non fornisce più un modello sociale praticabile? E la dinamica inter-statale di matrice economica (commercio e investimenti internazionali) non pensi possa contribuire, attraverso clausole sociali, capitoli su lavoro e sostenibilità ecc., a realizzare una globalizzazione socialmente orientata?  

Massimo Cacciari  La parte riguardante il nomos è troppo “abbreviata” nel mio saggio e anche da questo i limiti e le contraddizioni del discorso che tu giustamente evidenzi. Quale nomos può sussistere per il “capitalismo politico” globale? il suo “diritto” non trascende ontologicamente, per così dire, lo spazio comunque definito della legge positiva? Quale “diritto” regola i rapporti, l’instancabile con-trarre che ha luogo tra i soggetti decisivi dell’economia e della finanza globali? Non è forse vero che questi si auto-regolano sempre di più? E che sempre più prepotentemente chiedono ai diversi Stati di “accompagnare” un tale processo senza opporvi resistenza? Mi pare indubitabile che questa sia la tendenza generale. Per tutte le questioni decisive: dalle politiche fiscali, a quelle per il commercio internazionale, a quelle stesse per il lavoro, ecc. Ma non si tratta certo di processi senza contraddizioni, di una sorta di destino da seguire col semplice disincanto! Tutto il mio saggio reagisce a una simile “rinuncia”! Intanto, occorre analizzare le contraddizioni, potenzialmente esplosive, in seno al “capitalismo politico” globale. Contraddizioni che la forma del contratto al suo interno non è in grado di risolvere – subentra qui di nuovo una dimensione di potenza politica, una dimensione imperiale, che inesorabilmente finisce con il confliggere con la razionalità economica. Poi, all’interno dei diversi spazi statuali, emerge il problema della regolazione del conflitto che le disuguaglianze crescenti vanno determinando e che non possono neppure essere affrontate secondo la mera logica del contratto. La dimensione del nomos si riafferma come problema. E il suo problema (come ho cercato appunto di mostrare, risalendone un po’ alle origini, nel saggio su Dike) non è astrattamente disgiungibile da quello della giustizia. Certo, non in quanto idea o Ordine che trascenda quello del diritto positivo. Nessun dover-essere, ma funzione immanente all’essere del nomos, senza cui quest’ultimo perde ogni auctoritas e si riduce al fatto della attuale potestas. Vale la distinzione kelseniana tra dover-essere e essere, ma a un tempo occorre concepire l’essere nella multiformità dei suoi significati – essere è anche il costante e immanente trascendersi della norma stessa proprio nella misura in cui intenda affermarsi erga omnes non semplicemente come mero attributo del potere politico. Come una simile concezione possa avere efficacia pratica nei confronti dell’impresa capitalistica globale rappresenta il grande problema intorno al quale scienza giuridica, scienza politica e analisi socio-economica dovranno confrontarsi nei prossimi anni se vogliono avere un senso, essere ancora Sinngebende.

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