GIUSTIZIA INSIEME

ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN 2036-5993-Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

    L’estate del 1982, gli anni ’80 ed emozioni non da poco

    di Andrea Venegoni

    Già poco meno di due anni fa, la scomparsa di Maradona mi aveva suscitato una serie di riflessioni – che peraltro avevo tenuto per me senza rendere pubbliche – seppure partendo dal presupposto (che oggi posso confessare sperando davvero di non compromettere i rapporti con i tanti collegi e amici napoletani) che io appartenevo a quel partito, forse visto con gli occhi di oggi un po' troppo perbenista e moralista, secondo il quale sarà stato pure il miglior calciatore di tutti i tempi, però aveva quel modo di fare, anche nelle interviste a bordo campo o in quello che si sapeva sulla sua vita fuori dal campo, che me lo rendeva certamente poco simpatico.

    Giudicando da quanto vedevo in tv, preferivo di gran lunga lo stile e la classe di Platini, la sua eleganza, la sua “r” francese simil-aristocratica, su una faccia che sembrava non gliene importasse nulla di nulla e guardasse tutti dall'alto, il suo (per me) secondo gol più bello della storia del calcio, Juventus - Argentinos Juniors, finale di coppa Intercontinentale dell'8 dicembre 1985, che però, piccolo particolare, fu annullato e non entrò mai negli annali, e ho ancora impressa negli occhi la sua reazione ironica, sdraiato sul prato su un fianco, con il braccio destro piegato a sorreggere la testa, con un sorrisetto verso l'arbitro che diceva tutto, con un distacco come se il gol fosse stato annullato a qualcun altro e lui fosse stato uno spettatore che passava di lì per caso.

    Però, quando Maradona se ne andò, sentii di avere perso un altro di quei pezzi, chiamateli simboli, miti o come volete, che avevano accompagnato la mia vita da giovane. E mi sono sentito un po' più solo.

    Per noi, nati intorno alla metà degli anni '60, e che quindi non abbiamo vissuto consapevolmente quel decennio, gli anni '80 sono stati i nostri anni '60.

    Sarà che eravamo giovani, ma li ricordo come anni di spensieratezza, forse perché si usciva dal periodo del terrorismo, delle tensioni sociali degli anni '70, e, per chi aveva 14-15 anni, il decennio che iniziava rappresentava davvero l'apertura alla vita.

    È vero, i primissimi anni del decennio erano stati ancora turbolenti, in Italia e nel mondo: il terrorismo imperversava ancora in Italia, la mafia stava diventando stragista e nel 1980 c'era stata la morte violenta di John Lennon, ma noi i Beatles non li avevamo vissuti in prima persona; per i ragazzi di allora, invece, si apriva comunque una stagione di leggerezza che ha segnato la nostra adolescenza.

    Adesso, bisognava vivere, e tra l'ennesima festa in casa, sperando di poter trovare la mia Vic del “Tempo delle mele” alla quale posare sulle orecchie la cuffietta con una melodia a cui non si poteva dire di no,  le sciate sulle piste di Courmayeur e Cervinia e l'eterna competizione tra Pirmin Zurbriggen e Marc Girardelli (oggi qualcuno se li ricorda?), lo sprint di Mennea a Mosca ‘80, il calcio inglese alle primissime apparizioni sulle tv locali, lo sconosciuto Aston Villa che vince la Coppa dei Campioni, avevamo una carica ed un entusiasmo che ancora oggi, quarant’anni dopo, riesce a farci sentire sempre vivi.

    In questo, si inserì nel 1982, ultima estate prima della maturità al liceo “Vittorino da Feltre” dei Padri Barnabiti, la vittoria al Mondiale di Spagna. La serata dell’11 luglio la ricordo come fosse ieri. Il rigore sbagliato di Cabrini, sul quale, secondo me, in quel momento si abbattè una sorta di benefico processo di rimozione collettiva, tra gli azzurri ma anche nei milioni di italiani allo stadio e davanti alla tv, che voleva spingere la squadra comunque verso la vittoria; il guizzo di Paolo Rossi, l’urlo epico di Tardelli e l’ultimo gol di Spillo che, come suo stile, esultò come se avesse segnato in una partita di scapoli-ammogliati su un campetto di periferia.

    Gli anni ‘80, gli anni della nostra giovinezza, si aprivano, quindi, con una grandissima emozione per tutta l’Italia, e di questo bisogna essere grati per sempre ai giocatori ed ai tecnici di quella squadra.

    Quello è stato davvero il decennio nel quale ci siamo formati, in cui abbiamo gettato le basi per diventare quello che siamo oggi; per questo, il Mundial dell’82, ma anche – allargando l’orizzonte - Michael Jackson, il Live Aid da Wembley, il coro di We are the World, Boris Becker che vince Wimbledon partendo dalle qualificazioni, le prime gare di Ayrton Senna e i duelli con Prost, sono stati come dei compagni di viaggio con i quali siamo cresciuti, ci hanno dato delle emozioni sul cui ricordo - parlo per me -, ancora oggi si può fare leva per superare i momenti di tristezza o difficoltà.

    Ingenuità da ragazzi, si dirà. Forse è vero.

    Peraltro, devo riconoscere che anche Maradona, e non solo la vittoria del 1982, è stato parte di questo processo collettivo.  Tra i tanti ricordi del decennio, infatti, non riesco a dimenticare la diretta di Argentina – Inghilterra del 22 giugno 1986. Il primo gol, la “mano de Dios”, ed il secondo, il “gol del secolo”, li ho ancora vivi nella mia mente nel momento in cui si verificavano, inconsapevole, in quell'attimo, che stavo assistendo a qualcosa che sarebbe entrato nel mito del piccolo/grande mondo del pallone e oltre.

    Certo, quel giorno non avevo più 14-15 anni, ne avevo quasi ventuno e, ormai all'Università, ero nel periodo della preparazione dell'esame di procedura penale, ovviamente “vecchio rito” sul mitico Cordero, che avrei dato da lì a pochi giorni, ai primi di luglio.

    La partita la vidi nel salottino della casa dove – dopo mille giri per l'Europa ed il mondo - vivo ancora oggi e dove ho lo stesso studio di trentasei anni fa. Nella poltrona accanto, mia mamma, che sapeva appassionarsi al calcio come a tutte le cose belle della vita, e che, a partire dallo stesso anno in cui se ne andò Maradona, non la avrebbe occupata più, lasciandomela, vuota, tra i pensieri che riaffiorano e le dolci malinconie del tempo andato.

    Davanti alla tv, quella sera, si viveva un momento che sarebbe entrato nella memoria di molti, condito dalla rivalità per la guerra delle Falkland/Malvinas, la tradizione di due nazioni insegnanti di football, lo scenario maestoso dello stadio Azteca di Città del Messico.

    Ci gustammo la partita in una calda sera di estate da tenere già le finestre aperte di notte, un'estate a metà degli anni '80, mentre le note di “True Blue”, il nuovo album di Madonna, iniziavano a conquistare le radio italiane e risuonavano dalle autoradio delle macchine che si fermavano al rosso sotto le finestre della casa.

    La palla roteava veloce su quel prato verde, liscio, che dalla tv sembrava tosato alla perfezione.

    La partita era tesa, io non mi staccavo dal televisore, pensando che ogni passaggio, ogni tiro, ogni errore, potesse essere quello decisivo, mentre i giocatori, per il gran caldo (a Città del Messico era mezzogiorno o giù di là), dovevano rinfrescarsi spesso a bordo campo.

    Poi, nell'equilibrio generale, i due lampi.

    Ripensando oggi a quelle serate del 1982 e del 1986 davvero magiche, sentimenti contrastanti mi assalgono. Un po' di malinconia, per tante ragioni: perchè ero più giovane e la vita era ancora tutta da scrivere, per il tempo passato e chi si è portato via. Ma, non distinta, dolcezza; dolcezza perchè, forse, quel tempo non è passato invano, anche grazie a chi non c'è più, e un dolce languore per emozioni individuali di tanti anni fa, che erano anche componenti di emozioni collettive.

    Oggi penso che chi regala belle emozioni, in fondo, regala amore, che poi, molto probabilmente, sarà l'unica cosa che avrà contato il giorno in cui lasceremo questa terra.

    Se è così, anche se all'epoca non mi piaceva come persona, in realtà il nostro Diego si sarà conquistato un'ampia salvezza, perchè ha regalato un'infinità di emozioni a milioni di persone, e lo stesso gli azzurri dell’82 che se ne sono già andati, grazie a quella grandissima impresa coronatasi l’11 luglio di quaranta anni fa.

    Quanto a me, finita la serata di Argentina-Inghilterra, il giorno dopo ripresi il mio studio sul Cordero; passai l'esame, e, sempre sullo scorrere degli anni '80, mi laureai ed affrontai il concorso di magistratura.

    Superai l'orale, con la certezza di essere nei 300 del bando, il 28 novembre 1990.

    Gli anni '80 erano, così, al tramonto: nel 1991 Maradona avrebbe smesso di giocare in Italia; Platini si era già ritirato da tempo; era finita l'Unione Sovietica, nel 1992 iniziava Mani Pulite e venivano uccisi Falcone e Borsellino. Una nuova pagina si apriva per l'Italia, per il mondo e, nel mio piccolo, per me.

    Ma questa, è un'altra storia.

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