GIUSTIZIA INSIEME

ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN 2036-5993-Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

    Per non dimenticare le donne afghane di Maria Teresa Covatta

    Sommario: 1. La Notizia: il burqa in pubblico è obbligatorio - 2. Che fine hanno fatto le magistrate afghane - 3. La diplomazia internazionale.

    1. La Notizia: il burqa in pubblico è obbligatorio

    Dopo tanti mesi di assordante silenzio c’è una notizia che riguarda l’Afghanistan. E non è buona.

    È di questi giorni (7 maggio 2022)  la decisione assunta dall’attuale governo afgano di imporre alle donne il burqa in pubblico. La Stampa ha fatto rilevare come questa posizione riporti la storia delle donne afgane indietro a 20 anni fa, quando gli stessi talebani, sulla base della loro radicale interpretazione della legge della Sharia,  avevano imposto le stesse proibizioni volte a reprimere i diritti umani e in particolare qualunque diritto delle donne.

    Il regime, dunque, sta tornando in tutto e per tutto a prendere la forma del vecchio Emirato

    La notizia si inserisce nel quadro delle poche informazioni sull’attuale situazione in Afghanistan, filtrate all’esterno, nell’assenza quasi totale delle organizzazioni umanitarie e di una presenza internazionale diffusa. E anche queste, quali il divieto per le donne di viaggiare se non accompagnate da un uomo di famiglia e il divieto di frequentare scuole medie e superiori, non fanno ben sperare .  

    Con decreto approvato dal Ministero della Prevenzione del Vizio e la Promozione della Virtù, il cui nome, come si notò fin dal momento della sua istituzione, non lasciava presagire nulla di buono, è stato stabilito che il velo che copre interamente il corpo delle donne lasciando liberi solo gli occhi,  è “tradizionale e rispettoso”.

    Con lo stesso decreto è stato stabilito che le donne dovranno sempre velarsi completamente davanti ad un uomo che non è membro della famiglia “per evitare provocazioni” .

    Infine è stato stabilito che le donne che non hanno un compito importante da svolgere all’esterno, “è meglio che rimangano a casa”.

    In  un Paese in cui alle donne è stato inibito di andare a scuola, sia come insegnanti che come discenti, di viaggiare da sole e di lavorare all’esterno, salvo pochissime eccezioni per lo svolgimento di   funzioni  sanitarie connesse  alla maternità, è difficile immaginare quali possano essere questi “compiti importanti” che  consentano loro di uscire dalle case dalle quali sono state di fatto  tumulate.

    Le immagini descritte dalla stampa sulle modalità di diffusione del comunicato – uomini barbuti, nessuna donna ovviamente - oltre al già eloquente contenuto del decreto,  smentiscono chi riteneva che, almeno sotto il profilo della capacità comunicativa i talebani si fossero evoluti 

    2. Che fine hanno fatto le magistrate afgane

    La sanzione per chi viola il divieto è, dopo un primo ammonimento, quella di essere portati in Tribunale, davanti a un giudice, ovviamente un uomo.

    La Magistratura femminile è stata cancellata.

    L’espressione, cruda ma assolutamente rispettosa della realtà, è stata utilizzata da Anisa Rasooli prima giudice afgana nominata, sotto il regime repubblicano, alla Corte Suprema afghana, peraltro in un settore quale quello della lotta alla corruzione e al traffico di droga, assolutamente inconsueto per una donna in Afghanistan.

    La Rasooli, già evacuata in Pakistan al momento della presa di potere da parte dei talebani  e ora stabilmente rifugiata negli USA dove di recente è stata insignita del Global Jurist Award conferitole dal prestigiose università americane ha partecipato alla prima celebrazione della giornata internazionale delle donne giudici, fissata con risoluzione ONU del 20 febbraio 2020 e festeggiata quest’anno per la prima volta .

    Al meeting del 10 marzo 2022, organizzato dall’Associazione Internazionale delle Donne Giudici (IAWJ)e aperto a tutte le socie, tra cui quelle dell’Associazione Italiana Donne Magistrato (ADMI)  la Rasooli ha fornito, dopo mesi di silenzio, informazioni sulla situazione delle donne in Afghanistan e in particolare delle donne magistrate.   

    Quando i Talebani hanno preso il potere, nell'immediatezza, la comunità internazionale e le Organizzazioni della società civile (in particolare le associazioni di donne , quelle di donne magistrato e tra tutte specialmente la IAWJ) hanno accolto la richiesta di aiuto delle donne magistrate, chiuse in casa  per paura di rappresaglie strettamente connesse alla funzione svolta, nascoste in casa e terrorizzate, come hanno testimoniato sia alcune di loro raggiunte in modo rocambolesco dai media, sia da quelle che sono riuscite, già nell'immediato, ad allontanarsi dal Paese.

    Ad oggi la situazione non è cambiata.

    Quello che c'è di buono è che molte magistrate  (più dei due terzi) con le loro famiglie sono riuscite a lasciare l'Afghanistan grazie alle Organizzazioni internazionali, Umanitarie e grazie all'IAWJ .

    Ne restano però circa 80 delle 300 in carica al momento della presa di potere da parte dei Talebani, atteso che l'evacuazione è stata molto più difficile per le magistrate che non erano in sede a Kabul,ma che esercitavano in province più o meno lontane dalla capitale: e questo soprattutto a causa della repentina presa di potere dei Talebani, la cui rapida avanzata è stata da più parti sottovalutata.

    La Rasooli ha raccontato la realtà attuale delle donne magistrato dicendo che quelle rimaste sono ancora in grave pericolo di vita. Che le donne che hanno manifestato contro le restrizioni contro le donne e contro l'applicazione integrale della legge della sharia, immediatamente ripristinata dai Talebani senza tener in nessun conto le leggi statali  ed in particolare il dettato della costituzione afgana, o sono state arrestate o vivono " come ribelli", nascoste, senza stipendio e senza alcuna forma di sostentamento anche minimo se non quello fornito dalle organizzazioni umanitarie e dalla IAWJ che continuamente effettua raccolte di fondi per provvedervi.

    La giudice Rasooli usa un'espressione terribile per la sua definitività: le donne sono state cancellate (erased) dall'esercizio della giurisdizione e da tutto ciò che essa poteva significare: garanzia di dignità, maggior accesso delle donne alla giustizia, valore aggiunto in termini di rispetto dei diritti umani tra questi del valore della parità di genere.

    Tutte vivono, conclude la Rasoori, in una specie di limbo in attesa che accada qualcosa di nuovo e di buono.

    Di certo la recente notizia del burqa imposto alle donne non concretizza  questa speranza

    Le persecuzioni dei Talebani verso le magistrate sono volte a reprimere una delle maggiori espressioni della parità di genere.

    Esercitare la giurisdizione vuol dire avere il potere/dovere e la capacità di svolgere un processo, civile o penale che sia, e concluderlo con un giudizio.

    È senz’altro tra le più importanti  espressioni della parità di genere poiché implica pari facoltà intellettive, in un settore così delicato quale quello del giudizio, pari capacità di interpretazione della legge, pari capacità di valutazione dei fatti della vita e di esprimere su di essi un giudizio mediato dalla legge: capacità che una donna esercita nei confronti di altre donne ma anche di uomini.

    In un regime integralista, e possiamo ben dire medioevale, quale quello talebano che relega la donna tra i muri  di casa, alla procreazione dei figli e la asserve al potere del padre, fratello, marito o parente, purché maschio, questa possibilità è semplicemente impensabile

    E del tutto irrilevante, in questo contesto ideologico, che le magistrate afgane facessero parte del “vecchio regime” di cui si vogliono cancellare le tracce.

    La magistratura  femminile può  considerarsi esponente del regime precedente solo nel  senso che il regime costituzionale aveva consentito loro, per la prima volta, di conseguire un'istruzione superiore e quindi di avere i requisiti per esercitare la giurisdizione .

    Il peso preponderante della loro cancellazione come categoria è  dunque prevalentemente quello del  loro essere donne e ciò nonostante aver esercitato una professione così determinante quale l'accertamento di fatti della vita, l'emanazione di una sentenza  anche nei confronti di un uomo, Insomma per un regime integralista quale quello talebano l'idea di una giustizia amministrata da donne è semplicemente inaccettabile. E' inaccettabile che siano delle donne a gestire un processo e a formulare un giudizio finale che può attingere negativamente anche un soggetto di sesso maschile, per definizione superiore.

    È proprio per questo che  l'esercizio della professione di magistrato da parte delle donne  afgane, garantito almeno formalmente dalla Costituzione e dal riconoscimento delle convenzioni internazionali poste a tutela dei diritti delle donne, prima tra tutte quella di Istanbul, ma non solo, tutte formalmente non espunte dall’ordinamento afgano,  ha rappresentato  un incredibile strumento  propulsore e moltiplicatore di democrazia, garantendo o quanto meno rendendo più normale   alle (altre) donne l'accesso alla giustizia, fino ad allora vista soltanto come il giudizio punitivo dell'uomo nei confronti della donna che, in quanto tale, se si rivolge alla giustizia, lo fa a suo rischio e pericolo.

    È noto, infatti, che in Afghanistan fossero pochi i giudici di sesso maschile disponibili a rischiare la propria legittimazione per affrontare la difesa dei diritti delle donne, da sempre scintilla o pretesto di rivolte a sfondo religioso o culturale. Era questa la incredibile missione delle donne afghane: affermare, nei limiti del possibile, e sempre più, l'esistenza di tali diritti.

    Scriveva nel 2014 la giudice Rasooli: “È importante aumentare la presenza delle magistrate in tutti i luoghi in cui le donne  non hanno diritti.” Si può aggiungere, trasportando il principio a livello generale, che la presenza delle donne magistrate è necessaria in tutti i luoghi in cui diritti delle donne necessitano di essere affermati e difesi.

    Di questa “lezione” dovrebbero tener conto tutte le magistrature del mondo poiché è di fondamentale importanza comprendere che l’esercizio della giurisdizione da parte delle donne, a tutti i livelli, è l’espressione massima non solo del raggiungimento della parità di genere ma proprio  della civiltà di un sistema

    Concetto difficile da comprendere e da attuare come dimostrato anche  dal fatto che nel nostro Paese, appena uscito dalla guerra e dal Fascismo, la presenza femminile si registrava anche nell’Assemblea Costituente, dove molte donne hanno influito notevolmente alla configurazione dei diritti fondamentali tra cui quello della parità, ma non nell’esercizio della giurisdizione.

     Infatti solo nel 1965 le donne sono state ammesse in magistratura, segno che le resistenze a connettere donne e esercizio della giurisdizione e ancor più a considerare come possibile la leadership femminile nel  settore, sia frutto di pregiudizi radicati, ancora presenti, anche se con modalità di esternazione diverse nelle diverse società , e ancora oggi difficili da superare.

    3. La diplomazia internazionale

    Al di là delle prime reazioni immediatamente dopo la presa di potere dei Talebani,  le notizie circa il lavoro delle  OO.II e delle ONG in Afghanistan e delle  diplomazie per l’Afghanistan sono scarse ma non c’è dubbio che tutte siano all’opera, sia pur rimanendo “sott’acqua”, le prime per non essere dichiarate non grate all’attuale sistema, la seconda  per  non compromettere equilibri instabili.

    Il supporto delle organizzazioni internazionali e della società civile rimaste o tornate sul  territorio è fondamentale, nei limiti in cui è consentito per aiutare gli afgani a sottrarsi agli arresti e alle violenze oltre che al freddo, alla fame e alle malattie.

    Si opera, in particolare sul canale umanitario che consente di non finanziare il regime e di prestare assistenza diretta alla popolazione.

    L’aiuto umanitario, che è il canale seguito anche dalla diplomazia, è fondamentale per non aggravare il collasso di un Paese alla fame, che combatte con una gravissima crisi umanitaria che tocca alimentazione, sanità e sistema politico in generale e nel quale la distruzione dei raccolti comporta il virare dell’economa verso la ripresa della coltivazione di droghe

    Una notizia rilevante, sotto questo profilo, che sembrava aprire un piccolo spiraglio nel buio della situazione afgana, è stata la Risoluzione ONU e specificamente del Consiglio di Sicurezza emanata il 17 marzo 2022 che ha stabilito di riprendere “formali e stabili” relazioni con il Paese.

    La Risoluzione, dove, da notare, non viene mai usato il termine Talebani, è stata   approvata con 14 voti favorevoli e ha esteso per un anno, fino al 17.3.2023, la missione di assistenza ONU (UNAMA).

    Astenuta la Russia ,che aveva addirittura minacciato il veto che non c’è stato, con la rimarchevole motivazione della mancanza di consenso alla Missione da parte dell’autorità de facto del Paese.

    Il che getta una luce sinistra, alla luce dell’invasione ucraina, sull’idea putiniana, piuttosto cangiante, su cosa sia  “consenso del popolo” o “autoderminazione dei popoli”.    

    Riguarda sempre  la diplomazia russa la notizia delle dichiarazioni del Ministro degli Esteri della  Federazione Russa Lavrov il quale, nel marzo 2022, a Tunxi, in Cina, dove si era riunita la Conferenza dei Paesi vicini all’Afghanistan, ha  comunicato che il primo diplomatico afghano  era stato accreditato a Mosca , inviato dallenuove autorità”

    Nello stesso contesto il leader cinese Xi Jinping  ha esposto la sua visione attuale dell’Afghanistan, un paese che “è giunto ad un punto critico di transizione dal caos all’ordine” e che un paese pacifico e  stabile  è l’aspirazione di tutti gli afghani.

    A che prezzo non è detto. Di diritti comunque neanche a parlarne.

    Gli USA, invece, di fronte alla notizia del ripristino sanzionato dell’uso del Burqa si dicono estremamente preoccupati, attesa l’evoluzione negativa dei diritti delle donne e dal fatto che si stanno erodendo i progressi  tanto faticosamente conquistati.

    Così in un comunicato recentissimo del Dipartimento di Stato USA, in cui, nell’espressione di questa preoccupazione, si associano tutti i partner  internazionali.

    E non si tratta di una affermazione neutra, pendente ancora la richiesta dei Talebani di scongelare gli aiuti del Fondo Monetario Internazionale destinati all’Afghanistan (450 miliardi di dollari Usa) e la riserva della Banca Centrale Afgana (9 miliardi di dollari USA).

    La scelta dell’imposizione del  burqa contraddice alla richiesta della comunità internazionale di condizionare il rilascio di queste somme ad una politica di maggiore tutela dei diritti dei cittadini in generale e delle donne in particolare.

    Evidentemente il radicalismo ideologico è più forte della fame e della crisi umanitaria che sta travolgendo il Popolo di cui tutti dicono di occuparsi, e prevale su tutto.

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