GIUSTIZIA INSIEME

ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN 2036-5993-Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

    Guerre ataviche con mezzi moderni di Maria Teresa Covatta

    Sommario: 1. L’Ucraina, la guerra atavica con mezzi moderni in Europa - 2. Gli altri conflitti  e le crisi protratte - 3. La crisi dei diritti - 4. La crisi dell’ONU. 

    1. L’Ucraina, la guerra atavica con mezzi moderni in Europa

    L’espressione è risalente e non stata coniata per l’Ucraina ma si adatta perfettamente a questo conflitto.

    Il ruolo dei media non è mai stato così potente come nella guerra in corso, sotto plurimi profili, tanto che non a caso  si parla di Inforwar.

    L’opinione pubblica è stata quotidianamente informata ricevendo ad horas reportage e immagini che hanno portato l’invasione, il conflitto  e le sue devastanti conseguenze umanitarie nelle case di tutto il mondo

    Non si hanno evidenze specifiche sulle reazioni di oltre oceano, anche se giornalisti e opinionisti di stanza negli USA riferiscono che , al di là dell'informazione circa gli atti politici,  dagli aiuti in armi a quelli di natura economica,  la  percezione comune è quella di  una guerra lontana, mentre è evidente, invece, che in Europa il ruolo giocato dall’informazione è stato fondamentale anche per avallare le scelte politiche, economiche e  umanitarie sia nazionali che dell’Unione in favore dell’Ucraina.

    L’altro profilo non meno importante è che la raccolta massiva e costante di informazioni, dati e immagini ha rappresentato certamente un input di rilievo per l’avvio  della procedura per crimini di guerra presso la Corte penale internazionale  e, al di là delle prove acquisite direttamente sul posto dalla procura Generale della Corte nel corso della missione del 18 marzo in Ucraina,  costituirà inevitabilmente materiale da utilizzare per il proseguimento e lo sviluppo della futura procedura.

    Ma c’è un terzo aspetto che sottolinea l’importanza dell’informazione in questo conflitto: ed è il ruolo assegnato alla disinformazione.

    Le testate giornalistiche indipendenti russe sono state fatte tacere .

    A circa due settimane dall’inizio del conflitto la notizia della chiusura anche delle ultime due emittenti  considerate libere, la radiofonica Radio Eco di Mosca e la TV satellitare Dozhd : ciò a seguito della decisione della Duma che ha approvato all’unanimità (!) un disegno di legge che prevede fino a15 anni di carcere per chi comunica “informazioni false” tra cui accuse all’esercito della Federazione  di colpire i civili, violando il diritto umanitario, e notizie circa  il numero dei soldati russi colpiti.

    Anche le testate giornalistiche estere sono state costrette ad abbandonare la Russia, lasciandoci, come ultime immagini espressione di libertà, la protesta delle "Mamme  dei Soldati di San Pietroburgo" (è il nome di una ONG che opera nel campo dei diritti umani in Russia), incarcerate mentre, al suono dei telefonini, cantano Zombie dei Cramberries come inno contro tutte le guerre.  

    Alle altre fonti di informazione lasciate “libere” di trasmettere  sono state assegnate norme di linguaggio tassative da utilizzare, pena gravi sanzioni anche detentive in caso di violazione. Non c’è guerra, non c’è invasione, non c’è resistenza ucraina.

    Persino l’incrociatore  russo Moskva affondato a largo tra  Odessa e Sebastopoli  non è stato colpito da un missile di ultimissima  generazione, pare addirittura sviluppato nel 2021, come riferiscono fonti Ucraine avallate da fonti USA,  ma è andato a  picco per effetto di un incendio sviluppatosi casualmente a bordo: notizia questa che dichiara con tutta  evidenza che pur di negare il conflitto, la resistenza del “nemico” e le sue vittorie, si preferisce addossarne la responsabilità alla propria  produzione  navale e all’equipaggio.

    E infine i social. Come riportato dall’agenzia russa Interfax, rilanciata da tutte le agenzie del mondo, il 14 marzo, al nono giorno del conflitto russo ucraino l’ente regolatore  delle Telecomunicazioni in Russia, la Roskomnadzor, ha disposto il blocco di Twitter, Facebooke e Instagram nel Paese per il loro coinvolgimento in “attività estremistiche”, a causa della decisione della casa madre META di non inibire i contenuti contro i militari russi.

    Il blocco è stato poi confermato da una sentenza del Tribunale di Mosca che ha accolto in tal senso una richiesta presentata dal procuratore generale

    Milioni di russi sono stati quindi esclusi da  quel tipo di informazione di massa, altrimenti inarrestabile.  Così  afferma Nick Clegg presidente del Global Affairs META sotto il cui cappello sono Instagram, Whathapp e Messenger: “I cittadini russi si troveranno tagliati fuori da informazioni attendibili, privati dalle loro modalità quotidiana di connettersi con famiglie e amici, di esprimersi in maniera sicura e anche di mobilitarsi”.

    Ma forse il risultato di questa guerra di disinformazione nella guerra è che molti commentatori ritengono che gran parte dei russi si sono stretti intorno al loro presidente e hanno rafforzato la spinta nazionalista in atto,  aumentata anche dalla difesa della "operazione militare" in Ucraina  da parte del Patriarca russo-ortodosso Kirill, che in plurime dichiarazioni la definisce una guerra  necessaria in nome della pace.

    Non tutti, evidentemente, se l’Avvenire informa che l’emittente vaticana Radio Maria funge da “Radio Londra”, consentendo, quando è possibile, la connessione anche in Russia 

    La Infowar, infine, ha coinvolto anche l’Ucraina e l’UE che hanno stabilito restrizioni a quelle testate giornalistiche russe di stanza sul loro territorio considerate megafono del Cremlino.

    Oltre alle armi di ultima e di ultimissima generazione ( recente la notizia della minaccia da parte russa di utilizzare missili con gittata di 18 mila Km), tra i mezzi moderni sono senz'altro gli attacchi cibernetici che si sono susseguiti e probabilmente si susseguono tutt’ora, atti a colpire punti nevralgici delle parti in conflitto .

    La cosiddetta Cyber Army, l’armata di cyber legionari volontari mobilitati dall’Ucraina, si è fatta carico di veicolare messaggi contro la guerra alla popolazione russa privata degli usuali mezzi di informazione nonché di mettere in atto specifici attacchi a server strategici (banche russe, siti amministrativi e alla stessa Gazprom) “bombardandoli” fino al punto di renderli inutilizzabili almeno per qualche tempo.

    Assoluta novità è l'utilizzo, da parte dell'Ucraina, di start-up (la più importante è  il Gruppo HacKen) con il compito di indirizzare, strutturare e fornire assistenza tecnica ai legionari, una specie di Ground Control degli attacchi cibernetici.

    Meno moderne, ma solo perché già sperimentate all'epoca della guerra fredda, le minacce di far uso di armi batteriologiche, chimiche e nucleari  non  meno  di  peso, oggi e in futuro, per le sorti di questa guerra e per i timori che suscita.

    Detto questo non c’è dubbio che il conflitto ucraino resti una guerra “atavica” così come tante altre in corso attualmente nel mondo.

    Sono stati messi in campo tutti i mezzi antichi, da sempre sperimentati per agire un conflitto, prima di tutti l'uso della forza e l’invasione di un altro territorio sovrano; ma anche l'ammantare appetiti geopolitici con la veste di interessi superiori o pretesi diritti nazionalistici; e ancora la violazione sistematica del diritto umanitario mediante l’uccisione di civili, le deportazioni forzate, l’inibizione dei corridoi umanitari e, come sembrano evidenziare le più recenti notizie e le immagini a corredo, la tortura e lo stupro di guerra.

    Immagini crude riportate dai giornalisti che sono riusciti ad arrivare sul posto mostrano evidenze di abusi,  massacri di civili  i cui corpi sono stati abbandonati per strada,violenze e camere della tortura difficilmente liquidabili, come vorrebbe Mosca, come una montatura organizzata da Kiev con foto truccate o come una messa in scena provocatoria per interrompere i colloqui di pace.

    Si registrano da più fonti le notizie di intere famiglie, tra cui, sembra, 5 mila bambini, deportate in Russia, ai confini con la Siberia; o quelle del blocco di corridoi umanitari perpetrate di fatto semplicemente non consentendo ai civili di mettersi in salvo allontanandosi dalle zone più attinte dai bombardamenti.  

    E da più fonti arriva la notizia che si era sempre temuta: lo stupro come arma da guerra. Varie testate giornalistiche, tra cui anche l’italiana Corriere della sera hanno raccolto vari j’accuse in tal senso. La vicepremier ucraina Olga Stefanishyna denuncia i vari episodi verificatisi  in tutti territori di guerra  e ne raccoglie le testimonianze. Gli stupri di guerra in Ucraina non sono una novità per il Paese: a questo proposito già la Corte penale internazionale aveva aperto un’inchiesta sulle violenze sessuali commesse in danno dei civili catturati nel Donbass,durante le operazioni che hanno accompagnato l’invasione della Crimea nel 2014.

    La preoccupazione principale è quella dell’esposizione alle violenze di genere denunciate anche in un comunicato delle Nazioni Unite laddove si stigmatizza il timore che la situazione attuale possa molto concretamente mettere  repentaglio la sicurezza di tutti gli ucraini e in particolare  delle donne . Il rischio del dilagare degli stupri di guerra è, in questo caso come sempre,  estremamente concreto, specialmente per i gruppi più vulnerabili poiché più esposti quali  le combattenti volontarie e le giornaliste.

    La violenza sessuale viene usata come vera e propria arma per punire i dissidenti, per rappresaglia contro la popolazione ma più in generale per ribadire la conquista del territorio sotto ogni punto di vista .

    Lo stupro di guerra rende il corpo delle donne un oggetto a disposizione dei soldati la cui proprietà viene sancita dalla guerra stessa e in alcuni casi sfruttato come strumento di pulizia etnica o genocidio. Ed è un fenomeno che ritroviamo in tutte le guerre, del passato e del presente, tanto più efferato se coinvolge minori, sia come vittime che come spettatori.

    Se non vi è alcun dubbio che queste condotte integrino crimini di guerra e gravi violazioni del diritto umanitario sembra più difficile ravvisare nei fatti di cui finora si è a conoscenza il crimine di genocidio ormai divenuto usuale nella terminologia mediatica che lo riconduce al concetto di crimine efferato.

    In realtà il termine , coniato in relazione allo sterminio degli Ebrei, è stato codificato nel 1948 dalle Nazioni Unite che, in una apposita Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio, lo riferirono a omicidi, lesioni fisiche o mentali a membri di un gruppo perseguitato, all'inflizione di misure di morte lenta tali da determinare la distruzione del gruppo, per esempio privandolo di adeguati alimenti, assistenza medica o alle  misure intese a impedire la riproduzione del gruppo come la sterilizzazione, le mutilazioni sessuali, la segregazione sessuale e gli stupri per alterare la composizione etnica del gruppo, nonché al trasferimento forzato di bambini ad altri gruppi, tutto con l'intento accertato di distruggere il gruppo in tutto o in parte.

    Senz'altro le Nazioni Unite avevano presente, oltre all'Olocausto, anche altri episodi connotati da tali caratteristiche, in cui comunque era manifesto l'intento di annientare una intera popolazione o una gran parte di essa .    

    Secondo molti storici, tra questi anche quello che ebbe protagonisti la Russia di Stalin e i contadini ucraini nel 1934, allorché il primo, utilizzando a suo favore il crollo della produzione del grano, aumentò le requisizioni dei cereali e della sementi necessarie per la semina successiva, proibì ai contadini di lasciare il Paese e causò la morte per fame di circa 4 milioni di ucraini, con l'obiettivo di colpire popolazioni considerate inaffidabili e potenzialmente pericolose.

    Come dire: la storia si ripete.

    Detto questo, le valutazioni circa l'applicazione del crimine di genocidio ai fatti in corso, a prescindere dalle responsabilità individuali per i crimini di guerra che sono di competenza della Corte Penale Internazionale, spetteranno alla Corte Internazionale di Giustizia, in base all'art 9 della Convenzione del 1948  secondo cui competono alla Corte le controversie fra le parti contraenti relative all'interpretazione e applicazione della Convenzione, compreso l'accertamento della responsabilità degli Stati per il crimine di genocidio.

    Il ricorso alla Corte, preannunciato dal presidente ucraino con un tweet (mezzi moderni!) consiste nella richiesta di accertare che in Ucraina non sia mai stato posto in essere un genocidio nei confronti delle minoranze russofone del Donbass con conseguente insussistenza  delle ragioni di diritto asseritamente poste dalla Russia a sostegno dell'invasione.

    2. Gli altri conflitti e le “crisi protratte”

    L’impossibilità della Russia di Putin di "tornare indietro" e l’impossibilità per l’Ucraina di cedere la sua libertà e la sua integrità territoriale rischiano fortemente di trasformare la situazione  ora in atto in una delle tante crisi protratte che si registrano nel mondo o, come si comincia a prospettare a seguito della  possibilità di accordi a soluzione prolungata nel tempo, in una “guerra a bassa intensità”.

    Senza azzardare scenari al momento imprevedibili, molti opinionisti ritengono che entrambe le soluzioni non sarebbero felici.

    Si parla di crisi umanitaria quando la vita di intere popolazioni è messa pericolo da eventi causati dalla natura o dall'uomo.

    Per crisi protratta si intende invece la situazione in cui i bisogni estremi, improcrastinabili e diffusi cagionati da un evento critico, sono protratti nel tempo, trasformando l’aiuto umanitario tipico, che è volto direttamente alla popolazione ed è fortemente concentrato sull’immediata soddisfazione dei bisogni umanitari di base (salvare la vita, fornire cibo, acqua e protezione, ripristinare rapidamente i servizi primari) in una sorta di dipendenza umanitaria, prolungata  nel tempo, anche per lunghi periodi, che comporta uno sforzo internazionale non indifferente anche sotto il profilo delle risorse economiche e di capitale umano.

    Facile comprendere cosa possa comportare una simile situazione nel caso dell’Ucraina, con i suoi 5 milioni di profughi, che diventano 12 se si contano i profughi interni e il Paese distrutto.  

    L’ipotesi della guerra a bassa intensità non sarebbe meglio. Con questa espressione (LIC-Low Intensity Conflict) si intende infatti una situazione conflittuale permanente e irrisolta in cui l’uso della forza è  applicata selettivamente e in modo limitato, con dispiegamento di truppe  o anche con  risorse diverse dalla guerra, che si concreta in sollecitazioni continue e comunque sempre in situazioni a rischio di  esplosione. 

    Il Global Conflicts Tracking, nel 2021, ha classificato ben 27 situazioni  di crisi protratte causate da instabilità  (ad esempio l’instabilità politica in Libia o la situazione della Nigeria, crocevia di traffici illeciti e attentati terroristici ), o da conflitti che proseguono da anni (ad esempio in Siria, lo Yemen, il Sud Sudan, la Repubblica Centro Africana, solo per citarne alcuni); o da  guerre civili (quale quella che ha travolto il Myanmar, l'ex Birmania, con la presa di potere dei militari) e guerre a bassa intensità quale quella israelo-palestinese .

    Se aggiorniamo l’elenco con la situazione determinatasi in Afghanistan e ora in Ucraina, ben si comprende che gli interventi  di emergenza umanitaria si sono necessariamente sovrapposti agli interventi di  aiuto allo sviluppo, i quali  cercano soluzioni a lungo termine finalizzate a trasformare le società e a affrontare e risolvere stabilmente le cause che hanno dato luogo alle crisi; e si comprende altresì cosa significhi questo, in generale, rispetto al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030, che si allontano a dismisura.

    Ma le crisi protratte hanno anche un’altra caratteristica e cioè che possono facilmente destabilizzare intere regioni alle quali, per contiguità territoriale, necessariamente si propalano. Queste evenienze, per noi fin ora lontane anche se relativamente vicine- si pensi all’Africa e al Sahel- ci coinvolgono direttamente poiché nel caso della crisi Ucraina il territorio contiguo è l’Europa.  

    3. La crisi dei  Diritti 

    La tutela dei diritti umani è affidata, com’è noto, in primis agli Stati Nazionali i quali dovrebbero provvedere al riconoscimento di tali diritti fondamentali all’interno delle Costituzioni  e leggi e prevedere allo stesso modo strumenti validi di tutela in caso di violazioni, coerentemente a quanto sancito dal principio generale di sussidiarietà.

    E tuttavia il diverso valore assegnato ancora oggi ai diritti fondamentali  dalle diverse culture e società nei  diversi luoghi del mondo  ha reso evidente l’importanza di una disciplina internazionale volta a indicare in maniera globale e uniforme  le procedure a tutela e difesa dei diritti umani.

    Questo è stato ed è la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, dapprima codice etico con valore non vincolante, ora parte integrante del diritto consuetudinario internazionale per il tramite delle successive convenzioni con valore vincolante per gli Stati sottoscrittori, con previsione anche di strumenti di tutela  giuridicamente codificate dal diritto internazionale.

    La previsione teorica, però, non ha trovato la stessa applicazione ovunque.

    Già prima dell’inizio del conflitto attuale la prospettiva umanitaria in Russia  non era delle migliori.  Secondo i dati di Amnesty International erano già gravemente limitati il diritto alla libera manifestazione del pensiero, la libertà di riunione, salvo che per gli eventi di massa filogovernativi, le manifestazioni pacifiche a sostegno  dell'opposizione, gli arresti illegali seguiti da trattamenti degradanti, disumani,  e persino dalla tortura,  la persecuzione contro le persone Lgbti, sostenuta da una legislazione omofoba; e infine la deliberata impunità assicurata ai reati commessi contro i sostenitori dei diritti umani e i giornalisti non allineati (si pensi all'uccisione della giornalista investigativa Anna Politkovskaja), condannati anche da pronunce della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.  

    I casi denunciati da Amnesty sono centinaia. Uno per tutti, la nota  vicenda  del leader dell'opposizione Aleksey Naval'nyi, condannato ripetutamente per le manifestazioni pacifiche poste in essere contro il "sistema Putin" e non liberato neppure dopo che la CEDU ne aveva ordinato il rilascio immediato per la sua sicurezza fisica.

    A causa di tutto questo la Russia era già classificata dagli indicatori internazionali come uno Stato  Fragile sotto il profilo della tutela dei diritti. Ora l’invasione dell’Ucraina, i divieti di qualunque forma di manifestazione di protesta, la repressione dei media di cui si è detto e la generale opera di disinformazione, anche dal punto di vista puramente linguistico, hanno confermato enfaticamente la posizione della Russia  sotto tale aspetto

    Attualmente lo spettro delle violazioni si è ampliata a dismisura entrando nel campo delle previsioni del Diritto Internazionale e del Diritto Internazionale Umanitario.

    Cominciamo da quest’ultimo.

    La tutela dei diritti umani in situazioni di conflitto è affidata al diritto internazionale umanitario (DIU) o diritto dei conflitti armati o diritto internazionale bellico che si applica unicamente ai conflitti armati, con la doppia funzione di disciplinare la conduzione delle ostilità e proteggere le vittime.

    Il DIU non si occupa della  liceità dei conflitti che è invece regolata dallo statuto dell’ONU e si basa sui principi elaborati durante le due Conferenze internazionali dell’Aja del 1988 e del 1907 (diritto dell’Aja) contenenti regole limitative riguardo ai mezzi e metodi di guerra e sulle armi utilizzate. Anche le violazioni del DIU, tra cui quelle registrate nel corso del conflitto Ucraino di cui si è detto, possono sfociare in crimini contro l’umanità i cui autori, a certe condizioni, potrebbero rispondere dinanzi alla Corte penale internazionale o dinanzi a corti speciali appositamente istituite (quali il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda o quello per la ex Yugoslavia)

    Quanto alle violazioni del Diritto Internazionale, mai come nel caso della crisi ucraina si è parlato di ”diritto internazionale piegato alla politica”, oltre che, naturalmente, di violazione palesi delle norme di diritto.

    L’espressione è utilizzata in un articolo pubblicato sul numero 2/2022  di Limes, dove Rosario Aitala e Fulvio Palombino spiegano in questo modo le argomentazioni  “giuridiche”  di Putin  volte a ricondurre l’invasione sotto l’ombrello del diritto : “non ci è stata lasciata altra scelta.. se non quella che siamo costretti a fare”. Insomma  l’invasione spiegata dall’invasore sotto la lente del diritto internazionale e in particolare proprio in relazione all’applicazione dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite

    L’articolo 51 della Carta indica nella legittima difesa l’unica eccezione al divieto tassativo dell’uso della forza sancito dall’art 2 il quale prevede che gli Stati “ si asterranno nelle proprie relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato ovvero in modo comunque incompatibile con le finalità delle Nazioni Unite”

    Del pari inaccettabile, a fronte del principio, la tesi dell’uso preventivo della forza, inammissibile secondo gli studiosi, contrastato dalla stessa Russia nel contesto della crisi irachena del 2003 e comunque neppure ravvisabile nei fatti nel caso dell’Ucraina, che non stava né realizzando né meditando alcun attacco armato  che richiedesse di essere prevenuto.   

    E dunque non sembra che ci possano essere dubbi che ordinando l'aggressione dell'Ucraina il presidente russo abbia violato i principi del diritto internazionale sotto il profilo della sovranità degli Stati, il principio dell'autodeterminazione dei popoli, l'obbligo di risolvere le controversie in modo pacifico e il dovere di astersi dall'uso della forza nonché il divieto di interferire nelle competenze di altri Stati.

    Ha violato, inoltre, accordi multilaterali sottoscritti anche dalla Russia come quelli istitutivi del Consiglio d'Europa e dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) e accordi bilaterali sottoscritti con la stessa Ucraina.

    Tutto ciò ha fondato le risoluzioni del Parlamento Europeo del 28 febbraio e dell'Assemblea Generale dell'ONU del 2 marzo, di condanna dell'invasione, sorrette entrambe da  maggioranze mai raggiunte.

    Condanne cui hanno fatto seguito le sanzioni comminate dalla Commissione, nonché, sotto il profilo del Diritto Internazionale Umanitario, un pacchetto di misure volte a garantire l'attraversamento delle frontiere da parte dei profughi e la loro protezione temporanea.  

    Tutte le violazioni del diritto internazionale unitamente alle violazioni del Diritto Internazionale umanitario perpetrate con i crimini di guerra ai danni dei civili, di cui si è detto, hanno consentito di affermare che attualmente “la Federazione Russa è uno Stato fuori legge”.

    La considerazione che Stati sovrani possano deliberatamente porre in essere azioni in palese violazione  del diritto, anche quando influiscono pesantemente sul diritto dei popoli, senza neppure piegarsi alle negoziazioni diplomatiche o non rispettandone gli esiti,  legittima l'idea che il  diritto  internazionale sia  in difficoltà e che tali difficoltà  si configurino soprattutto  come  crisi di responsabilità, intesa come negazione della riconducibilità effettiva dell'azione alle regole imposte dal diritto stesso e già volontariamente accettate.

    Complica  il quadro la presenza di cosiddetti ANS , gli attori in conflitto non statali, forze combattenti cui è difficile ricondurre la responsabilità sotto il profilo delle violazioni del diritto internazionale e del DIU poiché non riconducibili sotto la categoria dei soggetti internazionali. E anzi questi gruppi sono utilizzati dagli Stati proprio al fine di sottrarsi alla propria responsabilità, posto che non sono ad essi riconducibili "fino a prova contraria"

    Così è stato per il Gruppo Wagner , la compagnia militare  la cui azione in Siria, a sostegno di Assad , in Libia, nella Repubblica Centro Africana, o anche in Ucraina, è considerata riconducibile alla Russia di Putin che tuttavia ha sempre negato qualsiasi collegamento. Oppure, per l'Ucraina, l'ormai famoso battaglione Azov, ora però "statalizzato" perché  integrato nell'esercito ucraino. 

    4. La crisi dell’ONU

    Da tempo si parla della crisi dell’ONU , correlata al rimprovero di scarso  intervento in tutte le maggiori crisi degli ultimi decenni nelle quali le Nazioni Unite, non “toccando palla” avrebbero mostrato la loro assenza e la loro ormai endemica impotenza.

    La  critica  di essere  un carrozzone che brucia inutilmente miliardi di dollari ogni anno si è acuita a seguito della crisi afgana dove l’ONU avrebbe mostrato di non essere in grado di affrontare l’emergenza ( così come invece auspicato dal Presidente del consiglio Draghi al vertice G20 Afghanistan)  né svolgendo un ruolo diretto né attraverso un mandato congiunto degli Stati per il coordinamento delle risposte alla grave crisi umanitaria del Paese

    Sembra dunque che il diritto internazionale della pace abbia  fatto pochi passi nei quasi 80 anni trascorsi dalla Seconda Guerra Mondiale. La Comunità internazionale è meno disunita ma ancora incapace di far diventare realtà le norme di pacifica coesistenza tra popoli dettate dalla ragione. 

    Sotto un profilo storico, sebbene l'ONU abbia occupato un posto più centrale nel sistema della governance dopo la Guerra Fredda, non ha tuttavia subito una effettiva trasformazione parallela al sistema internazionale.

    I mutamenti geopolitici, economici, sociali e le mutate esigenze di sicurezza hanno reso sempre più evidente le disfunzioni delle Nazioni Unite che oggi affrontano una crisi profonda che pone una sfida diretta alla filosofia dell'Organizzazione e ne mette in discussione la stessa legittimazione.

    Prima causa di questa crisi il fatto che l'ONU continua ad essere consegnata a una struttura a cinque, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza che non combacia più con il sistema internazionale multipolare e che lo costringono a decisioni incoerenti con la natura e rilevanza delle crisi.    

    Infatti, alla generale perdita di potere del multilateralismo, a fronte di Stati sempre meno disposti a cedere anche una minima parte della propria sovranità, si affianca  l’ormai nota paralisi del consiglio di Sicurezza impossibilitato ad adottare una risoluzione di condanna dell’invasione dell’Ucraina per effetto dell’esercizio del diritto di vero da parte dello stesso Stato accusato dall’invasione. Anche le pronunce dell’Assemblea Generale restano di restare prive di effetti concreti, poiché l’organo è privo di poteri vincolanti e assume decisioni solo di carattere politico.

    La vicenda Ucraina rende evidente ancora una volta di più che l’inazione del Consiglio di  Sicurezza, che avrebbe, in teoria, gli strumenti necessari per intervenire e promuovere la pace e la sicurezza internazionali e che invece è paralizzato dal  diritto di veto, è  prova di un pericoloso deficit di democrazia e rende ormai non rinviabile la riforma delle Nazioni Unite salvo condannarle (cito ancora l’articolo di Limes) alla “irrilevanza davanti alla storia”.

    L'intervento del presidente Zelensky proprio al Consiglio di Sicurezza, il suo atto d'accusa e la richiesta di espellere la Russia dal consesso, segnala all'evidenza il fallimento e l'ingabbiamento del sistema, specialmente allorché, come nel caso dell'Ucraina, è connesso  proprio ad  un membro del Consiglio stesso dotato di potere di veto, in palese conflitto di interesse.  

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