GIUSTIZIA INSIEME

ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN 2036-5993-Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

    I papi del Novecento e le guerre

    di Giuseppe Savagnone

    Sommario: 1. Contro la «guerra mondiale a pezzi» - 2. Di fronte alla prima guerra mondiale - 3. I rapporti col nazismo e la seconda guerra mondiale - 4. Dalla guerra fredda ai giorni nostri - 5. Pace non è pacifismo.

    1. Contro la «guerra mondiale a pezzi»

    «La Guerra è una pazzia! Fermatevi per favore!». Le parole di papa Francesco, si riferiscono alla guerra in Ucraina, ma non valgono solo  nei confronti di questo conflitto. Anche nel recente passato Francesco contro tutti quelli in corso in varie parti del mondo. Già durante l’Angelus del 9 agosto 2015  Francesco aveva esclamato: «Da ogni terra si levi un’unica voce: no alla guerra, no alla violenza, sì al dialogo, sì alla pace! Con la guerra sempre si perde. L’unico modo di vincere una guerra è non farla».

    Questo rifiuto della guerra come tale è del resto chiaramente espresso nell’enciclica «Fratelli tutti», dell’ottobre del 2020.  In essa Francesco lanciava un allarme che oggi suona profetico: «La guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante. Il mondo sta trovando sempre più difficoltà nel lento cammino della pace che aveva intrapreso e che cominciava a dare alcuni frutti» (Fratelli tutti n. 256).

    In quel documento si sottolineava  la drammaticità di tutti i conflitti armati con parole che sembrano scritte alla luce delle più recenti vicende: «Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male. Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni. Rivolgiamo lo sguardo a tanti civili massacrati come “danni collaterali”. Domandiamo alle vittime. Prestiamo attenzione ai profughi, a quanti hanno subito le radiazioni atomiche o gli attacchi chimici, alle donne che hanno perso i figli, ai bambini mutilati o privati della loro infanzia. Consideriamo la verità di queste vittime della violenza, guardiamo la realtà coi loro occhi e ascoltiamo i loro racconti col cuore aperto. Così potremo riconoscere l’abisso del male nel cuore della guerra e non ci turberà il fatto che ci trattino come ingenui perché abbiamo scelto la pace» (Fratelli tutti n.261).

    Altrettanto appropriate a quanto sta accadendo appaiono le parole di Francesco a proposito delle conseguenze che anche una guerra apparentemente “locale” determina a livello planetario: «È importante aggiungere che, con lo sviluppo della globalizzazione, ciò che può apparire come una soluzione immediata o pratica per una determinata regione, dà adito a una catena di fattori violenti molte volte sotterranei che finisce per colpire l’intero pianeta e aprire la strada a nuove e peggiori guerre future. Nel nostro mondo ormai non ci sono solo “pezzi” di guerra in un Paese o nell’altro, ma si vive una “guerra mondiale a pezzi”, perché le sorti dei Paesi sono tra loro fortemente connesse nello scenario mondiale» (Fratelli tutti n.259).

    2. Di fronte alla prima guerra mondiale

    Questa denunzia dell’assurdità della guerra, da parte di un papa, non è peraltro una novità.

    Già all’inizio della prima guerra mondiale,  Pio X  (1903-1914) all’ambasciatore austriaco che lo sollecitava a benedire le truppe austro-ungariche, aveva risposto: «Io benedico la pace».

    Il 2 agosto 1914, pochi giorni prima della sua morte, il pontefice espresse,  nell’esortazione Dum Europa, tutta la sua sofferenza di fronte a ciò che stava accadendo: «Mentre quasi tutta l’Europa è trascinata nei vortici di una funestissima guerra (…) non possiamo (…) non sentirci straziare l’animo».

    Ma toccò al suo successore, Benedetto XV (1914-1922), eletto papa poche settimane dopo l'inizio del conflitto, prendere più ampiamente posizione E lo fece, sia con la sua prima enciclica, «Ad Beatissimi Apostolorum principis», del novembre 1914, in cui si appellò ai governanti delle nazioni per far tacere le armi , sia con la «Nota di pace», indirizzata il primo  agosto 1917 ai belligeranti, contenente la famosa espressione con cui il papa definiva la guerra in corso  una «inutile strage». 

    3. I rapporti col nazismo e la seconda guerra mondiale

    Il suo successore, Po XI (1922-1939), è soprattutto noto per aver firmato insieme a Mussolini, nel 1929 i Patti Lateranensi.

    Non sempre si ricorda, però, che il  10 marzo 1937- quando  Hitler era al culmine del suo potere - il papa  pubblicò l’enciclica  «Mit brennender Sorge» (“Con bruciante preoccupazione”), scritta direttamente in tedesco, ordinando di leggerla, durante la messa domenicale, in tutte le chiese della Germania (come effettivamente fu fatto, suscitando le ire del regime nazista).  In essa si esortavano i fedeli tedeschi a respingere, malgrado le pressioni esercitate su di loro, «il mito del sangue e della razza». E si sottolineava  che, quando «la razza o il popolo» o «lo Stato» vengono elevati «a suprema norma di tutto (…) divinizzandoli con culto idolatrico», si «perverte e falsifica l’ordine, da Dio creato».

    Il successore di papa  Ratti, Pio XII (1939-1958), si trovò davanti alla scoppio della seconda guerra mondiale che egli – proprio all’indomani della sua elezione al pontificato, avvenuta nel marzo del 1939 -  cercò disperatamente di fermare nel Radiomessaggio  del 24 agosto, contenente il famoso appello: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra».

    Poco prima, papa Eugenio Pacelli  aveva inviato anche  un messaggio personale a Hitler, esortandolo a occuparsi del vero benessere spirituale del popolo tedesco. E quando, infine, ormai si comprendeva chiaramente che la situazione stava precipitando, tentò un’ultima carta proponendo a Germania e Polonia di soprassedere per quindici giorni alle misure militari per incontrarsi in una conferenza internazionale di pace. Sappiamo che questi sforzi della Santa Sede furono vani, di fronte alla decisa volontà di Hitler di scatenare la guerra, che infatti cominciò il 1 settembre del 1939.

    Il pontefice non si rassegnò. Un recente libro dello storico statunitense Mark Riebling («Church of Spies. The Pope’s Secret War against Hitler», del 2015) ha rivelato che nella prima fase del conflitto, egli prese parte, addirittura,  a un complotto di alcuni generali tedeschi per spodestare Hitler e svolse il ruolo di intermediario nei contatti che intercorsi tra i cospiratori e la Gran Bretagna. Nell’aprile del 1940 ebbe diversi incontri segreti con i congiurati tedeschi e il rappresentante del governo inglese.  Ma la cospirazione non andò in porto.  

    Dopo la guerra, nel 1946, Pio XII comprese il mutamento che l’irruzione dell’energia nucleare stava comportando e, in un Discorso al Sacro Collegio dei Cardinali, parlò della «potenza dei nuovi strumenti di distruzione che riconducono il problema del disarmo al centro delle discussioni internazionali con aspetti completamente nuovi».

    A Pio XII è stato spesso rimproverato – come nel famoso dramma Il vicario, di Hochhuth, del 1963 - . di non avere mai condannato pubblicamente il nazismo, in particolare di non aver mai denunziato la politica di sterminio sistematico degli ebrei. Ed è sicuramente vero che, nei confronti delle spietate misure dei nazisti, papa Pacelli preferì affidarsi ad una occasionale  negoziazione diplomatica per limitare l’asprezza delle persecuzioni e delle rappresaglie,  convinto che una sua denuncia ufficiale dell'Olocausto non solo avrebbe provocato un incrudimento dell’atteggiamento dei tedeschi verso i cattolici, ma non avrebbe giovato agli stessi ebrei.

    Le legittime perplessità di fronte a questa scelta, molto discussa e sicuramente discutibile, non devono però far dimenticare l’impegno del pontefice a favore delle vittime e dei perseguitati, come ad esempio la disposizione da lui data agli  istituti religiosi di Roma di sospendere la regola della clausura per diventare luoghi di rifugio, nascondendo migliaia di ebrei Lo stesso accadde in Vaticano, dove trovarono rifugio diversi leader politici antifascisti.

    E quando, il 27 settembre 1943, i tedeschi pretesero dalla comunità ebraica di Roma la consegna di 50 chili d’oro nel giro di 24 ore, minacciando la deportazione in Germania in caso di inadempienza, il rabbino capo di Roma Israel Zoller (il cui nome era stato cambiato, per ordine del fascismo, in Italo Zolli) chiese e ottenne l’aiuto proprio di Pio XII per avere i 15 kg che mancavano al totale richiesto. Un atto di pronta generosità che, terminata l'occupazione, venne ricordata in una solenne celebrazione nel Tempio Maggiore ebraico di Roma nel luglio del 1944, in cui la comunità ebraica espresse  pubblicamente la sua riconoscenza al papa per l'aiuto dato loro durante la persecuzione nazista. Non è senza rapporto con tutto questo il fatto che, dopo la guerra, Zolli abbia abbandonato la carica di rabbino capo e si sia convertito al cattolicesimo,  facendosi battezzare, in esplicito riferimento a papa Pacelli,  col nome di Eugenio. 

    4. Dalla guerra fredda ai giorni nostri

    Giovanni XXIII

    Il successore di Pacelli, papa Giovanni XXIII (1958-1963) alla pace ha addirittura dedicato una enciclica, la «Pacem in terris», del 1963, scritta, quasi come un testamento spirituale,  pochi mesi prima della sue morte. In essa egli sottolineava che «a tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale» (Pacem in terris n.87).

    Nel 1962, in occasione della crisi provocata dall’invio di missili sovietici a Cuba,  il pontefice  non solo aveva  rivolto attraverso Radio Vaticana un appello per la pace, ma si era rivolto anche direttamente al leader russo  Kruscev, con un messaggio in cui lo invitava ad avere  «il coraggio di richiamare le navi portamissili», motivando così la sua richiesta:  «Potete sostenere di non essere religioso,  ma la religione non è un insieme di precetti, bensì l’impegno all’azione nell’amore di tutta l’umanità,  che quando è autentico si unisce all’amore di Dio, per cui anche se non se ne pronuncia il nome, si è religiosi». 

    Paolo VI

    Anche Paolo VI (1963-1978) è stato strenuo assertore  del valore, e al tempo stesso della precarietà, della pace. Nell’udienza generale del 26 agosto del 1964 egli sottolineava che la pace è «un bene supremo per l’umanità che vive nel tempo; ma è un bene fragile, risultante da fattori mobili e complessi, nei quali il libero e responsabile volere dell’uomo gioca continuamente. Perciò la pace non è mai del tutto stabile e sicura; deve essere ad ogni momento ripensata e ricostituita; presto si indebolisce e decade, se non è incessantemente richiamata a quei veri principii che soli la possono generare e conservare».

    Anche in questo caso non si trattò solo di parole, ma di una costante azione volta a creare le condizioni della pace minacciata, soprattutto attraverso una costante azione diplomatica (emersa solo di recente dagli archivi di Washington) per porre fine alla guerra in Vietnam.

    Giovani Paolo II

    Il pontefice che più di ogni altro, dopo il secondo conflitto mondiale, si è messo personalmente in gioco contro la guerra è stato Giovanni Paolo II (1978-2005). 

    Nel 1991, durante la prima guerra del Golfo, in una grande Preghiera per la pace, egli scriveva:

    «Dio dei nostri Padri, (…)

    Tu hai progetti di pace e non di afflizione, condanni le guerre e abbatti l’orgoglio dei violenti (…)

    Ascolta il grido unanime dei tuoi figli, supplica accorata di tutta l’umanità:

    mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza; fai cessare questa guerra nel Golfo Persico, minaccia per le tue creature, in cielo, in terra ed in mare. (…)

    Mai più la guerra

    Amen». 

    La preghiera seguiva uno sforzo concreto per evitare la guerra.  Nel 1990, alla vigilia dell’inizio dell’operazione «Desert storm», Wojtyla aveva inviato un messaggio sia a Saddam Hussein che a George Bush sr, supplicandoli di soprassedere al conflitto e ad avviare negoziati. Nella lettera al presidente americano scriveva: «Desidero adesso ripetere la mia ferma convinzione che è molto difficile che la guerra porti un’adeguata soluzione ai problemi internazionali e che, anche se una situazione ingiusta potesse essere momentaneamente risolta, le conseguenze che con ogni probabilità deriverebbero dalla guerra sarebbero devastanti e tragiche. Non possiamo illuderci che l’impiego delle armi, e soprattutto degli armamenti altamente sofisticati di oggi, non provochi, oltre alla sofferenza e alla distruzione, nuove e forse peggiori ingiustizie».

    Anche nel conflitto della ex Jugoslavia Giovanni Paolo II cercò di fare quanto poteva per fermarlo. La guerra del Kosovo era iniziata il 24 marzo 1999 con i bombardamenti Nato. Il primo aprile il papa inviò a Belgrado il “ministro degli esteri”, l’arcivescovo Jean Louis Tauran, latore di un messaggio personale a Milosevic, con la richiesta della cessazione immediata delle operazioni di pulizia etnica nel Kosovo. Nel messaggio si proponeva anche, con l’accordo della Nato, una tregua per la Pasqua ortodossa. Quattro giorni dopo in effetti la tregua venne dichiarata, ma poi la guerra riprese con immutata violenza.

    Una terza iniziativa il pontefice  l’ha messa in atto in occasione della seconda guerra del Golfo.  Quando ormai era tutto pronto per l’offensiva, il 5 marzo 2003, egli inviò il cardinale Pio Laghi a incontrare il presidente George W. Bush jr per chiedergli di rinunziare all’imminente azione militare. Il Cardinale Laghi disse a Bush che, se gli Stati Uniti avessero scatenato la guerra, sarebbero successe tre cose. Primo, il conflitto avrebbe causato un gran numero di vittime. Secondo, esso avrebbe condotto a una guerra civile. E, terzo, gli Stati Uniti sarebbero sì stati in grado di entrare in guerra, ma avrebbero avuto molta difficoltà ad uscirne. Si trattava di una diagnosi profetica, ma Bush fu irremovibile in una decisione che, disse, «era convinto che fosse la volontà di Dio».

    Benedetto XVI

    Sulla stessa linea dei suoi predecessori si è mosso papa Benedetto XVI (2005-2013). Nel 2009, in occasione del concerto “Giovani contro la guerra”, Benedetto ha ricordato «la tragedia della seconda guerra mondiale, dolorosa pagina di storia intrisa di violenza e di disumanità, che ha causato la morte di milioni di persone, lasciando i vincitori divisi e l’Europa da ricostruire».

    «Nessuno purtroppo» – aggiungeva il papa - «riuscì a fermare quell’immane catastrofe: prevalse inesorabile la logica dell’egoismo e della violenza. Ricordare quei tristi eventi sia monito, soprattutto per le nuove generazioni, a non cedere mai più alla tentazione della guerra».

    Nel messaggio per la Giornata della pace del 2012, il pontefice scriveva: «La pace non è un sogno, non è un'utopia: è possibile. I nostri occhi devono vedere più in profondità, sotto la superficie delle apparenze e dei fenomeni, per scorgere una realtà positiva che esiste nei cuori, perché ogni uomo è creato ad immagine di Dio e chiamato a crescere, contribuendo all'edificazione di un mondo nuovo». 

    5. Pace non è pacifismo

    Sono sufficienti queste incomplete testimonianze a evidenziare che l’opposizione di Francesco alla guerra non è un fatto isolato, ma si inserisce in una forte tradizione che si ritrova espressa in tutti i papi del Novecento. Non si ha, tuttavia, un’idea chiara della posizione della Chiesa cattolica e dei pontefici sulla guerra se non si tiene conto del loro concetto di pace. Una felice sintesi di ciò che essa significa si può trovare in un discorso fatto da papa Francesco durante l’Angelus del 4 gennaio 2015: «La pace non è soltanto assenza di guerra, ma una condizione generale nella quale la persona umana è in armonia con sé stessa, in armonia con la natura e in armonia con gli altri. Tuttavia, far tacere le armi e spegnere i focolai di guerra rimane la condizione inevitabile per dare inizio ad un cammino che porta al raggiungimento della pace nei suoi differenti aspetti».

    Anche Giovanni XXIII aveva fatto presente, aprendo la sua enciclica,   che «la pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio» (Pacem in terris n.1)

    Echeggia in queste parole la definizione che Agostino aveva dato del concetto di pace come «tranquillità dell’ordine» (La Città di Dio, XIX,13).  Dove “ordine” implica  innanzi tutto verità e giustizia. Senza di esse, la pace si ridurrebbe a quella di cui parlava il ministro francese Sebastiani, nel 1831, dopo la spietata repressione russa della rivolta polacca, con la famosa frase: «L’ordine regna a Varsavia».

    In questa prospettiva, Giovanni Paolo II ha ribadito, nel messaggio per la pace del 2001, che «non c’è pace senza giustizia». Ciò spiega perché, nella stessa ricorrenza, nel 1984, papa Wojtyla abbia distinto il significato di  “pace” da quello di  “pacifismo”: l’uomo di pace, osservava il pontefice, «ha il coraggio di difendere gli altri che soffrono e rifiuta di capitolare davanti all'ingiustizia, di compromettersi con essa; e, per quanto ciò sembri paradossale, anche colui che vuole profondamente la pace rigetta ogni pacifismo che equivalga a debolezza o a semplice mantenimento della tranquillità. In effetti, quelli che sono tentati di imporre il loro dominio incontreranno sempre la resistenza di uomini e donne intelligenti e coraggiosi, pronti a difendere la libertà per promuovere la giustizia».

    Ciò implica che, in casi estremi, la pace può aver bisogno, per essere salvata, del ricorso alla forza  - contro un pacifismo  che vuole mantenerla ad ogni costo - , per il semplice motivo che ci sono dei costi incompatibili con l’idea stessa di pace.

    Perciò nella tradizione della Chiesa il concetto di “guerra giusta” è molto radicato. Il caso più tipico è quello della legittima difesa. Nel Catechismo della Chiesa cattolica, promulgato nel 1992 sotto il pontificato di Giovanni Paolo  II, si indicano le condizioni: «Occorre contemporaneamente: - che il danno causato dall'aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; - che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; - che ci siano fondate condizioni di successo; - che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione»

    La novità è che papa Francesco sembra aver preso le distanze da questa posizione. Proprio in occasione della guerra in Ucraina, egli ha detto: «Una guerra sempre, sempre,  è la sconfitta dell'umanità. Non esistono le guerre giuste, non esistono».

    E già in un libro-intervista con il sociologo Dominique Wolton, uscito nel 2017, Francesco, alla domanda dell’intervistatore: «Vuole dire che non si può usare l’espressione ‘guerra giusta’?», aveva risposto: «Non mi piace usarla. Si dice: ‘Io faccio la guerra perché non ho altra possibilità per difendermi’. Ma nessuna guerra è giusta. L’unica cosa giusta è la pace».

    È vero, però, che, nella recente telefonata fatta a  Zelins’kyi, non risulta che il papa abbia chiesto al presidente ucraino di deporre le armi. E, nell’agosto del 2014, di fronte al massacro di civili in Iraq e in Siria, è intervenuto affermando che «dove c’è un’aggressione ingiusta posso solo dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto - sottolineo il verbo, dico “fermare”, non bombardare o fare la guerra». E ha ribadito: «fermare l’aggressione ingiusto è lecito. Ma dobbiamo avere memoria, pure: quante volte, sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una bella guerra di conquista?».

    La domanda finale forse aiuta a chiarire il senso complessivo della posizione del papa. Egli sembrerebbe soprattutto preoccupato dell’uso scorretto che si può fare del richiamo alla “guerra giusta”, senza per questo escludere che ci si difenda da una “guerra ingiusta” mossa da altri. È solo un’ipotesi. Il problema – per il papa, come per tutti noi - resta dolorosamente aperto. 

    «È così che facilmente si opta per la guerra avanzando ogni tipo di scuse apparentemente umanitarie, difensive o preventive, ricorrendo anche alla manipolazione dell’informazione. Di fatto, negli ultimi decenni tutte le guerre hanno preteso di avere una “giustificazione”. Il Catechismo della Chiesa Cattolica parla della possibilità di una legittima difesa mediante la forza militare, con il presupposto di dimostrare che vi siano alcune «rigorose condizioni di legittimità morale».[239] Tuttavia si cade facilmente in una interpretazione troppo larga di questo possibile diritto. Così si vogliono giustificare indebitamente anche attacchi “preventivi” o azioni belliche che difficilmente non trascinano «mali e disordini più gravi del male da eliminare».[240] La questione è che, a partire dallo sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche, e delle enormi e crescenti possibilità offerte dalle nuove tecnologie, si è dato alla guerra un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti. In verità, «mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene».[241] Dunque non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra![242]» (Fratelli tutti n.258) 

    «E con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame e per lo sviluppo dei Paesi più poveri, così che i loro abitanti non ricorrano a soluzioni violente o ingannevoli e non siano costretti ad abbandonare i loro Paesi per cercare una vita più dignitosa» (Fratelli tutti n.262).

    «Tutti i cittadini e tutti i governanti sono tenuti ad adoperarsi per evitare le guerre. “Fintantoché  esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un`autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa” (Gaudium et spes, 79)» (Catechismo della Chiesa cattolica 2308).  

    «La Chiesa e la ragione umana dichiarano la permanente validità  della legge morale durante i conflitti armati. “Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto” (Gaudium et spes n.79)» (Catechismo della Chiesa cattolica 2312).  

    «Si devono rispettare e trattare con umanità i non-combattenti, i soldati feriti e i prigionieri. Le azioni manifestamente contrarie al diritto delle genti e ai suoi principi universali, non diversamente dalle disposizioni che le impongono, sono crimini. Non basta un`obbedienza cieca a scusare coloro che vi si sottomettono. Così lo sterminio di un popolo, di una nazione o di una minoranza etnica deve essere condannato come peccato mortale. Si è moralmente in obbligo di far resistenza agli ordini che comandano un  “genocidio”. Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato. Un rischio della guerra moderna è di offrire l`occasione di commettere tali crimini a chi detiene armi scientifiche, in particolare atomiche, biologiche o chimiche» (Catechismo della Chiesa cattolica 2313).

    «Si deve fare tutto ciò che è ragionevolmente possibile per evitare la guerra, dati i mali e le ingiustizie di cui è causa»  (Catechismo della Chiesa cattolica 2327).

    Giovanni XXIII, Pacem in terris 1963

    «La Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio» (Pacem in terris n.1).

    «L’ordine tra gli esseri umani nella convivenza è di natura morale. Infatti, è un ordine che si fonda sulla verità; che va attuato secondo giustizia; domanda di essere vivificato e integrato dall’amore; esige di essere ricomposto nella libertà in equilibri sempre nuovi e più umani.» (Pacem in terris n.20)

    «In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili» (Pacem in terris n.5).

    «I diritti naturali (…) sono indissolubilmente congiunti, nella stessa persona che ne è il soggetto, con altrettanti rispettivi doveri; e hanno entrambi nella legge naturale, che li conferisce o che li impone, la loro radice, il loro alimento, la loro forza indistruttibile» (Pacem in terris n.14).

    «Le comunità politiche, le une rispetto alle altre, sono soggetti di diritti e di doveri; per cui anche i loro rapporti vanno regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà. La stessa legge morale, che regola i rapporti fra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche» (Pacem in terris n.47).

    «Riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia» (Paem in terris n.67).

    «Nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa; giacché il grado della sua prosperità e del suo sviluppo sono pure il riflesso ed una componente del grado di prosperità e dello sviluppo di tutte le altre comunità politiche» (Pacem in terris n.68).

    «Auspichiamo pertanto che l’Organizzazione delle Nazioni Unite — nelle strutture e nei mezzi — si adegui sempre più alla vastità e nobiltà dei suoi compiti» (Pacem in terris n.75).

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