GIUSTIZIA INSIEME

ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN 2036-5993-Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

    Presentazione del libro “Romanzo familiare” di Adelaide Amendola, Novecento editore, organizzata dall’Associazione “7 colonne”, Roma, 9 marzo 2022, aula magna dell’Avvocatura dello Stato

    Intervento di Pietro Curzio “Dal dolore all’indulgenza 

    Che libro è “Romanzo familiare” di Adelaide Amendola?

    È un romanzo di formazione. Lo spiega anche l’autrice quando nel finale, rivolgendosi ai figli, scrive: “mi fermo qua dove in un certo senso comincia la mia vita e la vostra storia”.

    Quindi si narra del periodo in cui si è formata una donna, che è poi diventata una persona importante, per il ruolo che svolge, ma soprattutto per le sue qualità umane oltre che professionali.

    Ed è al tempo stesso, come dichiara il titolo, una storia collettiva, il che non è in contraddizione, perché non si cresce da soli, ma nelle relazioni con gli altri: i genitori, i fratelli, gli amici; nel rapporto con le persone e con gli accadimenti, quelli cercati e quelli subiti; nel rapporto con il dolore.

    E questo è anche, con tutta evidenza, un tema del libro: la cognizione del dolore e, per quanto possibile, l’elaborazione del lutto.

    Specie ad una certa età si scrive per fare fronte al dolore, per accettarlo, per non soccombere. Per trasformarlo in “indulgenza”, come dice l’autrice facendoci riscoprire una parola bellissima.

    Il libro è poi un dialogo con una persona che non c’è più: la madre della protagonista. Anche questo l’autrice lo afferma espressamente a un certo punto, chiedendo al padre di non dispiacersi.

    Ed invero, il dottor Emilio Amendola, nell’al di là, non può dispiacersi, perché a lui sono destinate pagine bellissime.

    Pagine in cui si disegna, mirabilmente, la figura di un medico autorevole, totalmente dedito al suo lavoro, al quale faceva riferimento tutto il paese e la ancor più vasta comunità dei piccoli centri abbarbicati tra Pompei e Positano.

    Ed è lui che inocula nella figlia il rovello di fare il magistrato, orientandola verso una scelta che le permetterà di “incanalare” in una “cornice istituzionale la tensione morale” messa in moto nel sessantotto “da tutto quel gridare”.

    Leggiamo nelle prime pagine: “Avevo nove anni e frequentavo la quinta elementare quando un giorno, durante l’ora di ricreazione, me lo trovai davanti nel cortile della scuola. Sventagliava un giornale, gongolante di gioia. Guarda qua: sono le prime donne magistrato. È quello che farai anche tu”.

    (Apro una parentesi, per salutare con affetto, una di quelle ragazze, presente stasera tra il pubblico, la Presidente Gabriella Luccioli).

    Il seme così gettato germoglia in tanti passaggi della storia, a cominciare dalle visite periodiche di un magistrato amico di famiglia, che esercitava sul padre una vera e propria fascinazione: il presidente Di Girolamo.

    “Gran signore, coltissimo, riservato, e anzi schivo”. Parlava lentamente, con pacatezza. “Tra una parola e l’altra del suo discorso si inserivano delle impercettibili pause, un leggerissimo affanno. Quel lento sincopato accresceva il senso di pensierosa sollecitudine che emanava da tutta la sua persona e lasciava intuire il fuoco di una passione civile fortissima, ancorché imbrigliata da un’eleganza spirituale, che costantemente ne censurava troppo evidenti esternazioni”.

    Osservando quel magistrato l’autrice delinea una figura ideale. Questo è il giudice per lei. Questo dovrebbe essere il giudice per tutti noi, così lontano da alcune interpretazioni del ruolo che la realtà ci pone dinanzi lasciandoci sgomenti.

    Peraltro, la ragazzina era “catturata” ancor più dalla moglie del Presidente, la signora Amalia, una donna colta ed emancipata alla quale sono dedicate alcune pagine splendide, che è impossibile sintetizzare ed impongono il rinvio ad una lettura diretta.

    Rimane il fatto che le parti più importanti del libro sono quelle dedicate alla madre, epicentro del romanzo familiare, ed infatti definita “la regolatrice delle dinamiche familiari”, concetto che viene declinato in vari modi nel corso della narrazione.

    Ne cito solo uno, che trovo tra i più significativi. Parlando dei rapporti con zio Armando, militare, sicuro di sé, sportivo, tombeur de femmes, la scrittrice annota che la mamma aveva con lui un’intesa dolce e forte, anche perché era “abituata, da par sua, a dargli ragione su tutto, salvo poi insinuare soavemente un’osservazione dirimente, che costringeva il cognato a riflettere e talvolta anche a ricredersi silenziosamente”.

    Una frase che, oltre a descrivere alla perfezione la caratura della donna e il suo modo di porsi, ha il ritmo di una poesia.

    Ineluttabilmente la madre è protagonista delle parti più dolorose del libro. Sono tante, a cominciare dalla prima, struggente, in forma di dedica, sino all’ “urlo agghiacciante” con il quale la donna apprende della perdita della figlia Clementina, in un capitolo che solo in questa seconda versione l’autrice ha trovato la forza di scrivere.

    Poi rimane il dolore che segna per sempre il volto della donna: la sua “smorfia corrucciata e quello strano gonfiore del viso, intorno agli occhi diventati acquosi, che le veniva quando l’angoscia, fattasi insopportabile, montava da dentro alla superficie”.

    La storia del rapporto tra la scrittrice e la madre è un libro nel libro: descrive una relazione non facile, neanche dopo tanta sofferenza in comune, raccontata senza sconti, andando giù duro con la penna che diventa un bisturi per incidere su ferite profonde, che forse solo la scrittura ha aiutato a guarire.

    Se questo è il cuore del romanzo, nel libro c’è molto altro: una miriade di personaggi, storie, atmosfere, momenti, anche lievi, a volte spassosi.

    Spesso si sorride leggendo. Il sorriso, a pensarci bene, è l’espressione dell’indulgenza.

    Il tutto è affidato ad una capacità narrativa di gran classe che ha dietro di sé letture probabilmente sconfinate.

    Alcuni riferimenti sono chiari: forte e dichiarato è l’amore per “I promessi sposi”; la Recherche di Proust riemerge in tante descrizioni, così come vi è un richiamo preciso al Thomas Mann dei Buddenbrook. Ancor più esplicito il riferimento ad Alyosha, il più giovane dei Karamazov, nel parlare del “candore naturale ed invincibile” del fratello Giovanni. E riecheggiano le considerazioni di Italo Svevo sulla scrittura come terapia.

    Molti altri riferimenti rimangono invece sommersi. Non li cogliamo, ma li sentiamo in una narrazione di grande raffinatezza e spessore.

    Fra le tante risposte che si possono dare alla domanda su cosa è questo libro, ve ne è poi un’ultima: è un regalo che Adelaide ci ha fatto, permettendoci di riflettere su noi stessi, mentre ascoltiamo la sua storia, che è un po’ anche la nostra storia.

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