Le comunità per minorenni devianti: efficace alternativa alla istituzionalizzazione?

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Le comunità per minorenni devianti: efficace alternativa alla istituzionalizzazione?

di Santo Di Nuovo, Claudia Avanzato e Rossana Smeriglio 

Sommario: 1. Premessa - 2. Alcuni dati sul collocamento in comunità - 3. Cosa si può fare in comunità? - 4. Quando una comunità è efficace? - 5. Prospettive future.

1. Premessa

Le comunità, ministeriali e del privato sociale, accolgono minori sottoposti alla misura cautelare prevista dall’art. 22 del D.P.R.448/88. L’ingresso in comunità può essere disposto anche nell’ambito di un provvedimento di messa alla prova o di concessione di una misura alternativa alla detenzione o di applicazione delle misure di sicurezza, che assumono per i minori di età carattere di residualità, lasciando spazio a percorsi sanzionatori alternativi.

Negli ultimi anni si sta assistendo ad una sempre maggiore applicazione del collocamento nelle comunità - che possono ospitare anche ultradiciottenni[1] - in cui è possibile contemperare le esigenze contenitive e di controllo con quelle educative, assumendo dimensioni strutturali e organizzative connotate da una forte apertura all’ambiente esterno.

Esistono contrastanti opinioni sulla effettiva validità della soluzione comunitaria, considerate da alcuni l’unica valida alternativa alla detenzione, da altri una soluzione di ripiego in mancanza di altre opportunità, contestandone la reale alternatività alla istituzionalizzazione.

Scopo di questo articolo è valutare quanto è diffuso il collocamento in comunità, con quali modalità organizzative e per quale tipologia di utenti. E presentare alcune riflessioni sulle condizioni alle quali può essere efficace.

2. Alcuni dati sul collocamento in comunità

Le statistiche forniscono un quadro, sintetico e aggiornato al 2021[2], dei minorenni e  giovani adulti (fino ai venticinque anni) che, per provvedimenti di natura penale, sono presenti all’interno di  comunità sia ministeriali che private.

Dai dati emerge anzitutto una netta differenza nella distribuzione delle comunità per natura giuridica. Si contano infatti 61 collocamenti in comunità ministeriali, con una media di presenze di 14,6 al giorno, contro 1707 collocamenti in comunità private con 952 presenze medie giornaliere.

Le comunità private si trovano in tutte le regioni italiane, il maggior numero in Lombardia (473), seguita dalla Sicilia con 202; le poche comunità ministeriali sono collocate in Emilia (36) e Calabria (25).

I collocamenti presso le comunità variano significativamente in relazione all’età, al sesso, ed alla nazionalità, nonché al motivo del provvedimento.

Il numero di collocamenti cresce in relazione all’aumentare dell’età: solo 2 ragazzi infraquattordicenni, 61 quattordicenni, fino a 518 di 17 anni. Gli ultradiciottenni  sono 328.

Su 1480 collocati in totale, gli italiani sono 966: 896 maschi e 70 femmine; 496 di essi (51%) in seguito a misura cautelare, 232 (24%) per messa alla prova.

Gli stranieri sono 514 (480 maschi e 34 femmine), anche in questo caso circa la metà (49%) per misura cautelare, il 18% per messa alla prova. I ragazzi stranieri sono per lo più di nazionalità africana, le ragazze provengono dai paesi dell’area dell’ex Jugoslavia e dalla Romania.

Si registra una prevalenza dei reati contro il patrimonio e, in particolare, furti e rapine. Frequenti sono anche le violazioni delle disposizioni in materia di sostanze stupefacenti, mentre tra i reati contro la persona prevalgono le lesioni personali volontarie.

I collocamenti in comunità presentano negli ultimi anni un andamento discontinuo,  illustrato nella figura 1, con una diminuzione dovuto all’effetto della recente pandemia.

Figura 1 - Collocamenti in Comunità negli anni dal 2007 al 2020, secondo la  nazionalità.


 

In continua crescita invece – tranne un calo nel recente periodo di pandemia - le presenze medie giornaliere, sia degli italiani che degli stranieri (fig. 2).

Fig. 2 - Presenza media giornaliera nelle Comunità (2007-     2020), secondo la nazionalità.

 

 

Una considerazione merita lo scarso investimento del pubblico, lasciando quasi totalmente campo ai privati convenzionati, che hanno ovviamente aspetti organizzativi, metodi educativi e background socio-culturale spesso profondamente diversi anche nello stesso territorio.

Vero che esistono dettagliate “linee guida” su come gestire le comunità[3] ma esse riguardano soprattutto aspetti burocratici. Pochi studi riportano in dettaglio le tipologie di intervento psicologico effettivamente seguite nelle diverse strutture. 

3. Cosa si può fare in comunità?

Al di là dei dati statistici, la tecnica “narrativa” – metodologia in uso nella ricerca qualitativa[4] - può dire molto sul lavoro che viene svolto in comunità rieducative.

Raccontare le comunità per minori significa attraversare luoghi dominati da “passioni tristi” (come le definiva Spinoza), di identità in ombra e confinate in uno stato di attesa di un cambiamento non voluto e spesso temuto. Cambiamento, spesso radicale, che va compiuto in tempi brevi e con azioni programmate e finalizzate da altri.

La legge n. 184/1983, art. 2, c. 2, sancisce la temporaneità di un percorso comunitario, eppure, sempre più spesso, accade che il passaporto identitario in ingresso di ogni giovane abitante la comunità, racconta di storie scritte “a più mani”, autografate da più servizi, e che attendono di essere riscritte in uscita.

Il minore in comunità diventa serbatoio su cui canalizzare risorse e attenzioni degli operatori, oscurando l’importanza di un lavoro sociale a rete; che invece non guarda alla persona “con il problema” in quanto tale e non opera unilinearmente su di essa (in senso clinico, educativo, assistenziale), ma considera invece il problema come se questo fosse sempre “ripartito” all’interno di una rete di relazioni e pensa sempre come se la soluzione dovesse emergere ed essere concretamente praticata attraverso la stessa rete o parte di essa o attraverso una nuova rete potenziata alla quale l’operatore si relaziona[5]. Si torna insomma ad un primato delle relazioni: ma quali relazioni?

La comunità, luogo di confine tra appartenenze identitarie e costellazioni emotive è, per chi la abita, un territorio a cui non si vuole appartenere, è un tempo di vita imposto che ha scadenza quando il cambiamento voluto e desiderato da altri diventa realtà, è un’organizzazione ibrida che ha a che fare con compiti e obiettivi non sempre chiari e con uno strumento, la relazione educativa, spesso difficile da gestire e verificare.

Citiamo qualche esempio concreto.

G., giovane collocato nella comunità, chiede tempo: “In comunità mi trovo bene, credo nel ruolo dell’educatore che vuole aiutarci, però voi dovete darci tempo, tempo per “sistemarci”…

Tempo per sentirsi cambiati, tempo per sistemare i significati emotivi della propria storia, proiettati in uno spazio condiviso, estraneo e a tratti pericoloso definito comunità.

«Il senso del tempo e dei tempi (quelli per crescere) è un concetto distorto dall’esperienza di momenti affannosi e senza pensiero: perché per un bambino è difficile pensare su se stesso e sul proprio tempo di vita e può imparare a farlo solo se c’è qualcuno che pensa per lui, che prepara per lui un immagine di adolescente e di uomo con la quale lui stesso possa scontrarsi, adattarsi e, in fondo, confrontarsi»[6]

Ancora G. dice: “Mi sento come se avessi sempre il cellulare quasi scarico e devo decidere quale ultima chiamata fare. Sento di non avere più tempo…”

I percorsi comunitari per il minore sono narrazioni da riscrivere attraversando una lettura consapevole, dolorosa e molte volte agita della propria storia.

Per molti minori, il tempo trascorso nel silenzio dell’abbandono ha aspettato a lungo il suono di una sveglia che non è mai arrivato, riconoscendo nei propri vissuti laceri di rabbia l’ingannevole e bugiarda salvezza partorita dall’abbandono.

La comunità costruisce processi di rielaborazione delle esperienze negative che non avviene con la loro cancellazione, ma con la loro rivisitazione in un ambiente protetto in un’ideale continuità tra il passato, il presente e il futuro[7].

«L’idea di comunità come ambiente terapeutico globale dove ciò che svolge una funzione terapeutica è la vita quotidiana da intendersi come luogo “pensato” nella sua globalità per realizzare l’intervento riparativo e terapeutico stesso»[8] si scontra con l’immagine riflessa all’esterno di luogo di residenza distaccato dai luoghi/servizi di tutela e cura, a cui ogni minore è puntualmente chiamato a relazionare quanto accaduto, ignorando l’importanza della costruzione quotidiana di nuovi significati identitari dentro spazi di vita vissuti investiti da aspettative ed emozioni ambivalenti.

La comunità diventa ponte che segna il passaggio dall’intenzione al processo di cambiamento, che non è garantito dalla sola permanenza da “scontare” in una comunità, ma dal cammino che ogni minore intraprende attraversando fasi di costruzione e di ricostruzione, di pace e di tormenti.

Non è un percorso lineare, di inizio e fine, ma ciclico, dove ogni inizio (costruzione) può ricongiungersi ad un’altra fine (distruzione), ed è in questo continuo percorso tra estremi in conflitto, che la comunità diventa anello di congiunzione nelle rotture evolutive deputata a « […] saper valorizzare le aurorali diversificazioni di prospettiva nella lettura dei propri vissuti emotivi come vettori della costruzione di un significato mentale che si riverbera nelle modalità interattive nel modo esterno»[9]

Quali appartenenze identitarie la comunità consente di rielaborare?

Le appartenenze identitarie dei giovani abitanti la comunità sono solchi affettivi primitivi, sono vulcani quiescenti dalla natura primitiva e automatizzata, che segnano e tracciano il passaggio ai nuovi significati vissuti, perturbando la costruzione di nuove traiettorie esperienziali. 

Agli occhi di un giovane abitante la comunità, non esiste nient’altro e nient’altro viene immaginato come alternativa, “l’appartenenza non si può cancellare”[10].

È difficile provare a levarsi, dal corpo e dalla mente, i primi contenuti affettivi ricevuti: creano solchi su cui scorre ogni nuova esperienza, cosicché tutto può essere ordinato e interpretato secondo un solo senso e significato. Fino a quando i solchi affettivi canalizzeranno entro lo stesso percorso tutte le esperienze di vita, ogni storia affettiva, relazionale e sociale porterà con sé sempre lo stesso copione emotivo.

Ed ecco che la scena si ripete, inceppandosi sempre allo stesso punto.

“Ma cosa pretendete? Che io cambi? A crescere con urla e coltelli lanciati addosso da una madre, come si fa a cambiare?” G. quei solchi li sente fin sotto la pelle e non gli è restato altro che auto-medicarsi con strumenti e mezzi trovati per caso sul suo cammino.

Il percorso di cambiamento comunitario, auspicato e progettato, si attrezza di strumenti per sorreggere il passaggio da una fase di elaborazione di esperienze e legami dolorosi a quella conseguente di vuoto, di mancanza, di assenza e la successiva di ricostruzione attraversando le difese dei momenti di resistenza al cambiamento.

La comunità chiede di cambiare legami e relazioni, e questo spaventa e fa fuggire molti giovani abitanti la comunità.

«L’alternativa è la distanza protettiva affermata a tutti i costi, grazie alla quale, probabilmente, alcuni di loro sono ancora vivi o sopravvissuti alle catastrofi che hanno attraversato»[11].

Ed ecco che la comunità diventa “altro” e significativo solco affettivo e relazionale, quando svolge una funzione protettiva e perturbativa al tempo stesso, quando gli educatori, svolgendo le funzioni di adulti coinvolti in una dimensione relazionale significativa con il minore, riescono a modificarne i modelli operativi interni. Nella consapevolezza non solo della storia di cui è portatore il minore, ma anche dei significati attribuiti dallo stesso alle figure protagoniste del suo percorso di crescita, si può avviare un processo di analisi introspettiva, degli incastri funzionali o disfunzionali che potrebbero generarsi tra narrazioni di vita, al fine di costruire nuovi canali interpretativi e  nuovi copioni socio-emotivi trasformati in obiettivi (ri)educativi.

In definitiva, la comunità è il luogo in cui ci prende cura dei legami: ripensandoli e ristrutturandoli all’interno di un contesto istituzionale “diverso” da quello in cui essi erano stati vissuti e che avevano portato alla soluzione di vita deviante.

“Facciamo uno sforzo, cerchiamo di comprendere di più dei disagi e delle derive andando oltre le maschere, le maschere dei mostri e dei folli. […]. Le istituzioni hanno tempi lenti per il cambiamento: uscire dalle logiche difensive sia come servizi che come professionisti non è sempre facile e, se i minori e i giovani adulti che attraversano i nostri ambiti di intervento sono sempre meno comprensibili e le loro sofferenze meno decifrabili, è evidente che i nostri codici di riferimento e le nostre procedure operative siano messe in crisi. […] E' utile recuperare il significato dell'atto violento all'interno del suo contesto d'insorgenza, coglierne l'eco di rimando. Al contempo, riconsiderare la famiglia, il territorio e la comunità sociale quali risorse atte ad attivare percorsi inclusivi e riparativi. Ad aver cura dei legami»[12].

La domanda essenziale è: quale tipo di organizzazione relazionale la comunità deve attuare perché questo percorso di ri-significazione dei legami sia efficace?

4. Quando una comunità è efficace?

Se cerchiamo dati sperimentali sull’efficacia del collocamento in comunità, troviamo poche ricerche recenti specifiche.

In uno studio sulle comunità lombarde[13] la percezione dell’efficacia dell’intervento è risultata influenzata dalla percezione di un clima positivo all’interno della comunità, più che dal livello di problematicità antisociale dei minorenni coinvolti. Veniva però rilevato che “in quattro casi su cinque, il motivo del collocamento è l’applicazione di una misura cautelare. Le esigenze alla base di questi inserimenti sono dunque legate a motivi di sicurezza sociale o di natura giuridico procedurale, prima ancora che a valutazioni psicoeducative. Gli inserimenti d’urgenza, effettuati senza la possibilità di adeguata preparazione e spesso in assenza di una reale adesione dei ragazzi, comportano un elevato rischio di fughe” (p. 215).

Per ulteriori verifiche possiamo ricorrere agli studi relativi alla messa alla prova, per la parte che è attuata in comunità, circa un quarto dei casi[14]. I dati relativi all’ultimo decennio, fino al 2019, testimoniano che l’esito positivo si mantiene intorno all’80%, mentre il tasso di revoca oscilla fra il 6 e l’8%. In una ricerca sulle recidive è emerso che tra i minori messi alla prova il tasso di recidività a 6 anni è del 20% nei minori messi alla prova, contro il 31% di chi non aveva usufruito di questo provvedimento[15]. La situazione nei diversi contesti regionali appare profondamente diversa, sin dalle prime applicazioni dell’istituto[16].

Circa un decennio fa venne compiuta una ricerca[17] finalizzata a valutare l’efficacia dell’applicazione dell’istituto della messa alla prova, attraverso l’analisi di 115 progetti attuati nelle regioni Sicilia, Calabria, Basilicata. Risultò allora che la permanenza in comunità era applicata poco (19%) ed era riservata per lo più ai recidivi, agli autori di reati più gravi e ai casi particolarmente complessi per l’assenza di un contesto familiare adeguato.     Gli operatori delle strutture coinvolte indicavano il peso incisivo delle modalità organizzative della comunità sulle esigenze educative: talvolta la comunità è in grado di “contenere” gli specifici bisogni dei ragazzi, talvolta risulta invece un’organizzazione poco flessibile per gli specifici scopi educativi. Registravano, inoltre, le difficoltà di moti adolescenti ad accettare restrizioni dentro una struttura di tipo comunitario. I magistrati minorili a loro volta osservavano dentro le comunità condizioni di ipo- o iper-controllo, che incidono fortemente sulla capacità di auto-regolamentazione del ragazzo, alimentando la sua dipendenza o le sue resistenze.

L’uso “residuale” della comunità per i casi non altrimenti gestibili, esita in una maggiore difficoltà nella gestione delle attività rieducative, ed impedisce una corretta valutazione comparativa fra l’efficacia del collocamento in comunità ed altre misure, applicati con casi meno “gravi”.

La ricerca clinica con metodi qualitativi può dirci di più sull’efficacia del lavoro di comunità di recupero. Essa è maggiore quando riesce a rielaborare e modificare il tipo di legami tipici della realtà esistenziale deviante, come si è visto nel paragrafo precedente. Ma questo va fatto contrapponendosi al tempo stesso al modello di rieducazione tipico delle “istituzioni totali” come il carcere, di cui in effetti deve costituire l’alternativa.

L’Istituzione totale, secondo Goffman[18], si appropria, in modo globale, del tempo e degli interessi di coloro che vi si trovino a vivere e offre loro in cambio un tipo particolare di vita sociale e di soddisfazione dei bisogni. Questo carattere totalizzante è indotto soprattutto dalla scomparsa della separazione abitualmente esistente tra le diverse sfere di vita della vita quotidiana: lavorare, instaurare e mantenere relazioni esterne, svagarsi, dormire. Tutto si svolge sotto lo stesso tetto e sempre con le stesse persone, altri ospiti o operatori che siano.

L’aspetto comune a queste istituzioni è manipolare i bisogni obbligando tutti a fare le stesse cose nel medesimo luogo, secondo ritmi prestabiliti e sotto la sorveglianza di addetti, al fine di garantire che venga perseguito il piano razionalmente designato per adempiere allo scopo ufficiale dell’istituzione.

L’ospite è costretto ad alcuni cambiamenti radicali nella propria esistenza consistenti nel progressivo mutare della percezione soggettiva di sé, dell’immagine di sé e del giudizio degli altri che gli sono vicini. Gli ospiti dell’istituzione sono indotti a modificare la loro identità pregressa. “Spogliati dai propri ruoli sociali, dalle proprie abitudini e dai tipici modi di interagire con gli altri; sottoposti ad una contaminazione continua della propria sfera privata; rotta la relazione significativa con i propri atti e gesti; predefiniti i tempi e le modalità di soddisfazione dei bisogni individuali; al fine di poter resistere al processo di destrutturazione del Sé, i ricoverati non possono che adattarsi al sistema di vita dell’istituto e riconoscersi nelle definizioni altrui”[19]. Così acquisiranno una serie di “adattamenti secondari”, per mezzo dei quali tenteranno di procurarsi quei sostegni e quelle gratificazioni che possano consentire di pensare di essere ancora padroni della propria vita, capaci cioè di comportamenti autonomi. Prove di autonomia che però vengono spesso frustrate dalla organizzazione, e questo per condizione strutturale, al di là della buona volontà di chi gestisce la contingenza del ‘ricovero’. Ci possono essere situazioni estreme in cui la istituzione si comporta come un lager e trascura le minime garanzie di sicurezza anche fisica; e queste sono ‘devianze’, certamente da reprimere, che però non alterano la sostanza delle condizioni strutturalmente predeterminate.

In realtà la struttura organizzativa di una istituzione totalizzante rispecchia – per necessità intrinseca – una dinamica psicologica e sociale che è quella definita “costruzione sociale della realtà” nell’omonimo saggio di Berger e Luckmann[20]. Concetti ripresi anche nella psicologia sociale italiana che le ha applicate a diverse situazioni di istituzionalizzazione per minori[21]. Secondo questa analisi, ‘istituzionalizzati’ sono i rapporti umani – a prescindere dal contesto o dalla struttura in cui vengono realizzati – caratterizzati da una forte stereotipia dei ruoli e della percezione di ruolo, in cui i significati possibili di un “incontro” tra persone sono rigidamente predefiniti, insieme agli spazi e ai tempi i cui essi si verificano. Logico che le strutture totalizzanti per loro natura siano un luogo ‘concentrato’ di rapporti istituzionalizzati, e costruiscano una realtà come quella descritta da Goffman, a prescindere spesso dalla volontà degli operatori che vi lavorano.

Il rischio è che questa condizione di relazioni istituzionalizzate si riproduca anche fuori dalle istituzioni totali tradizionali (come il carcere) e finisca per permeare anche le organizzazioni comunitarie [22].  Il rischio è ancora più grave se in comunità vengono concentrati i casi più “difficili”  per i quali non si trovano alternative di altro tipo.

Questo ostacolerebbe, anziché favorire, la rimodulazione dei contenuti di vita del giovane deviante e la scoperta di una prospettiva di vita genuinamente diversa, con legami e relazioni oggetto di una nuova narrazione.

5. Prospettive future

Degli aspetti citati bisognerebbe tener conto nel valutare l’efficacia rieducativa della comunità, al fine di implementare gli interventi sfruttandone al meglio le potenzialità realmente alternative alla istituzionalizzazione detentiva, e realizzare la ri-significazione della propria identità, e l’esperienza emozionale correttiva che costituiscono l’essenza del lavoro realizzabile nella dimensione contenitiva della comunità proposta da Bion[23].

Estendere il numero delle comunità per minorenni devianti, ampliando l’offerta di quelle pubbliche, finora troppo poche in relazione al fabbisogno; in modo da non considerarle il collocamento in comunità solo come opportunità residuale per i casi senza alternativa.

Formulare delle linee guida degli interventi psico-sociali da svolgere, rendendoli omogenei e scientificamente fondati, basati sulle buone pratiche verificate empiricamente.

Assicurare una formazione continua a tutti gli operatori e possibilmente inserire figure esperte nel campo delle relazioni umane per gestire le micro-conflittualità frequenti in questo tipo di strutture residenziali con utenti particolarmente “difficili”[24].

Sono alcuni dei provvedimenti utili per valorizzare appieno la risorsa comunitaria per l’intervento psicosociale sulla devianza minorile.

 

Gli autori:

Santo Di Nuovo – professore emerito di psicologia, docente di “Psicologia Giuridica e Criminologica” nell’università di Catania, presidente della Associazione Italiana di Psicologia

Claudia Avanzato – psicologa e psicoterapeuta nella Comunità alloggio per minori “Il Favo” di Caltagirone

Rossana Smeriglio – dottoranda di ricerca nell’Università di Catania, cultrice della materia “Psicologia giuridica e criminologica”

[1] “Le misure cautelari, le misure penali di comunità, le altre misure alternative, le sanzioni sostitutive, le pene detentive e le misure di sicurezza si eseguono secondo le norme e con le modalità previste per i minorenni anche nei confronti di coloro che nel corso dell'esecuzione abbiano compiuto il diciottesimo ma non il venticinquesimo anno di età, sempre che, non ricorrano particolari ragioni di sicurezza valutate dal giudice competente, tenuto conto altresì delle finalità rieducative ovvero quando le predette finalità non risultano in alcun modo perseguibili a causa della mancata adesione al trattamento in atto. L'esecuzione rimane affidata al personale dei servizi minorili. Queste disposizioni si applicano anche quando l'esecuzione ha inizio dopo il compimento del diciottesimo anno di età (art. 24 D.Lgs. 28 luglio 1989, n. 272, come modificato dall’art.5, comma 1, D.L. 26 giugno 2014, n. 92, convertito, con modificazioni, dalla L. 11 agosto 2014, n 117, e, successivamente, dall'art. 9, comma 1, D.Lgs. 2 ottobre 2018, n. 121).

[2] Dati acquisiti dal Sistema Informativo dei Servizi Minorili (SISM) riferiti alla situazione ed alla data del 15 dicembre 2021

[3] https://www.giustizia.it/cmsresources/cms/documents/Circ1_2013_VADEMECUM__comunita_privato_sociale.pdf; https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_12_1.wp?facetNode_1=4_48&previsiousPage=mg_1_12&contentId=SPS62353#

[4] Riessman, C.K.  Narrative Methods for the Human Sciences. Sage, Newbury Park 2008; Andrews M., Squire C., M. Tamboukou M., Doing Narrative Research, Sage, Newbury Park, 2013.

[5] Folgheraiter F. Interventi di rete e comunità locali. La prospettiva relazionale nel lavoro sociale, Erickson, Trento 1994.

[6] Bastianoni P., Taurino A. (a cura di), Le comunità per minori: Modelli di formazione e supervisione clinica, Milano, Unicopli 2009, p. 62.

[7] Secchi G., Lavorare con le famiglie nelle comunità per minori, Trento, Erickson, 2010..

[8] Winnicott D.W. The maturational process and the facilitating environment. Studies in theory of emotional development, International University Press, New York 1965.

[9] Carcano D., Il trattamento dei minori sottoposti a messa alla prova: griglia per i servizi psico-sociali, Cassazione Penale, 2012 n. 5.

[10] Secchi G., op. cit., p. 45.

[11] Bastianoni P., Taurino A. op. cit., p. 63.

[12] Pirrò V., Muglia L., Rupil M., La crisi della famiglia e le nuove forme di devianza minorile: oltre la maschera.  GiustiziaInsieme, 21/04/2020.

[13] Castelli M., Di Lorenzo M., Maggiolini A., Ricci L., L’efficacia delle comunità di accoglienza, MinoriGiustizia, 2016,  4,  214-222.

[14] Nel 2019 la prescrizione di permanere in una comunità per tutto il periodo di prova o per una parte di esso, è stata disposta in 989 provvedimenti, circa il 25% del totale           (https://www.giustizia.it/cmsresources/cms/documents/map_2019_18032020m.pdf)

[15] Aa. Vv., I numeri pensati – La recidiva nei percorsi penali dei minori autori di reato, Quaderni dell’Osservatorio sulla devianza minorile in Europa, Gangemi Editore, 2013.

[16] Mestitz A. (a cura di), Messa alla prova: tra innovazione e routine, Carocci, Roma 2007.

[17] Di Nuovo S., Castorina M.G., Coppolino P., Malara M. e Taibi T., L’efficacia della messa alla prova quale procedimento educativo e socializzante, Minori Giustizia, 2013, 23, 1, 110-118.

[18] Goffman E., Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, tr. it. Einaudi, Torino 1968.

[19] Goffman E., op. cit., p. 212.

[20] Berger P.L., Luckmann T. La costruzione sociale della realtà. Tr. it. Il Mulino, Bologna 1969 (ed. or. 1966)

[21] Carugati F., Casadio G., Lenzi M., Palmonari A., Ricci Bitti P.E. Gli orfani dell’assistenza, Il Mulino, Bologna 1973.

[22] Una riflessione sulla necessità di de-istituzionalizzare non solo le organizzazioni per natura “totali” (carceri, caserme, luoghi di cura fisica e mentale, ecc.), ma anche le strutture comunitarie formalmente “aperte” ma con relazioni interne istituzionalizzate, è presentata in una raccolta di articoli e saggi composti a partire dagli anni ’70: Di Nuovo S., Lamartina G., Palermo D., Piccini P.A., Dall’utopia al quotidiano: 40 anni di Prospettiva in Sicilia, ed. Cooperativa Prospettiva, Catania 2021.

[23] Gius E., Cipolletta S. Per una politica d’intervento con i minori in difficoltà, Carocci Roma 2004 (pp. 171-173).

[24] Di Nuovo, Castorina e al., op.cit., p. 118.

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