Arianna Farinelli. L’ultima non americana in America di M. C. Amoroso e R. Conti

L’ultima non americana in America

Intervista di Maria Cristina Amoroso e Roberto Conti ad Arianna Farinelli 

È stato facile mettersi in contatto con Arianna Farinelli.

Un messaggio su Linkedin, sicuro che non risponderà alle 6 del mattino (ora italiana) e invece senti il trillo della risposta istantanea…Buongiorno…Sono lieta di rispondere alle Vostre domande, anche se sono oberata da impegni e scadenze.

Parla e scrive dall’America, la scrittrice italiana all’estero, emigrata nella Grande Mela.

Sembra avere mantenuto il bello dell’italianità con un valore aggiunto che viene dalle esperienze oltreoceaniche, di studio, di vita, di relazioni, di impressioni, di conoscenze.

Senti che ha molto da dire e da fare. Dopo averla più volte letta su Repubblica ed ascoltata su Rainews 24 ad orari improbabili per gli italiani e normali per gli statunitensi a ragionare sulla guerra in corso e sui conflitti in corso  e sui dubbi in corso, risulta più agevole avvicinarsi ai suoi libri. In particolare all’ultimo (almeno fino ad oggi, in attesa del prossimo, imminente) “gli ultimi americani” in cui Arianna è insieme  scrittrice, scrittore, uomo violatore di donne e uomo gentile,  donna, meticcia, violata, deportata, detenuta ma sempre alla ricerca della libertà( e della verità):... Continuerò a vivere e ad affannarmi, a resistere e a lottare, perché questo è quello che gli esseri umani fanno da sempre, proprio come gli uccelli nel loro eterno migrare…

L’intervista, le domande… scorrono facili, incuriositi da quali emozioni riusciranno a provocare in chi risponderà. La guerra, le donne, l’aborto e poi, soltanto Arianna.

Quanti costi e quanti vantaggi in termini personali, sociali, culturali, ha prodotto  in  lei il trapianto in un Paese ed in una città, la Grande Mela, iconici per molti occidentali?

Ho avuto opportunità che mai avrei immaginato. Sono cresciuta alla periferia Est di Roma e non avrei mai sognato di poter fare un dottorato di ricerca e di insegnare in una università americana. Il prezzo da pagare è stato molto alto. Solitudine, difficoltà nel crescere i figli senza l’aiuto dei nonni. Ho sofferto anche la pressione e l’enorme competizione nell’ambiente universitario prima, ed editoriale poi. Ho però anche avuto la fortuna di incontrare storie e persone straordinarie. Alcune di queste sono finite nei miei romanzi. I miei studenti sono stati una grande fonte di ispirazione.

Qual è il gusto della Grande mela, vissuta internamente: aspro, frizzante, amaro, dolce?

È tutte queste cose insieme, ed è per questo che è unico. A volte è bellissimo, altre crudele.

Il ruolo della letteratura verso la ricerca della verità. Può mai essere quella dello scrittore una verità appagante o è solo un punto di innesco che vuole fare aiutare al ragionamento, alla conoscenza?

Nei miei romanzi non ci sono mai verità. Ci sono domande, inizi di ragionamenti, proposte. Il resto è lasciato al lettore.

Lei sente molto il tema della responsabilità dello scrittore. In questa ricerca della verità quali sono le coordinate dalle quali muove, i valori di riferimento (se ce ne sono) le fonti.

Studio e faccio molta ricerca prima di scrivere. Cerco di restituire un quadro storico-politico preciso. I valori sono quelli della giustizia sociale e dei diritti delle persone.

In una delle lettere che nel suo Gli ultimi americani invia ad Alma, Lola, descrivendo la diaspora dei sudamericani ristretti in centri di detenzione degli Usa e poi deportati versi i paesi di origine, scrive: 

Portiamo con noi bagagli fatti di niente, invisibili e pesantissimi, pieni di perdite e di mancanze.

Esattamente, i deportati partono da qui quasi con niente. Eppure, i loro bagagli sono pesantissimi, contengono tutte le cose che lasciano negli Stati Uniti: le famiglie, gli affetti, i sogni, le mancate opportunità.

Guardando le immagini che riportano la fuga della popolazione ucraina, prevalentemente di donne e bambini, quei bagagli sembrano davvero potersi descrivere con la potenza di quelle espressioni usate nel suo romanzo. Cosa ne sarà della diaspora degli ucraini, alla fine della guerra?  

Credo che molti vorranno tornare a casa e credo, invece, che quelli che rimarranno all’estero si sentiranno un po’ come gli ultimi americani: sempre in viaggio, mai arrivati, sospesi in volo come gli uccelli della copertina del mio romanzo. 

Quale sarà la reazione dei Paesi occidentali, passata l’emozione?

Tante guerre vengono dimenticate. Delle guerre in Sudamerica non parla nessuno. Eppure, migliaia di profughi si ammassano alla frontiera con il Messico perché scappano da quelle guerre. Nel 2021 in Colombia sono morte 14mila persone, esattamente quante ne sono morte in Donbass in otto anni. Mentre gli Ucraini possono entrare negli Stati Uniti, per gli altri la frontiera rimane chiusa.

E le migrazioni altre, quelle delle quali oggi i fotografi ed i reporter hanno smesso di documentare, anche a causa del Covid, sono destinate a diventare, tragicamente, migrazioni di serie B, in una guerra ancora più devastante degli ultimi con i più ultimi? Cosa deve fare, dunque, lo scrittore? E cosa le società occidentali?

Tutti i profughi sono uguali e tutte le guerre ugualmente tragiche. Arriveranno profughi dall’Africa che scappano dalla fame innescata dalla guerra in Ucraina. Dobbiamo cominciare a capire che l’Occidente ha una responsabilità, in quanto costituito da Paesi democratici e ricchi. Il nostro dovere è di aiutare.

La vulnerabilità delle donne ucraine stuprate e la vulnerabilità delle donne del mondo, oggi che si torna a parlare di diritto all'aborto anche negli Usa. Sono secondo lei temi diversi o vi è una matrice comune che consente di esaminarli e considerarli insieme?

Mentre le donne stuprate in Ucraina non possono abortire perché in Polonia il diritto all’aborto è negato, negli Stati Uniti la Corte Suprema ha cancellato una sentenza di quasi 50 anni fa che garantiva a livello nazionale il diritto all’interruzione di gravidanza. Alcuni stati degli Stati Uniti vieteranno l’aborto anche in caso di stupro e incesto. 26 stati su 50 introdurranno forti limitazioni: non si potrà abortire dopo la sesta settimana (quando molte donne non sanno neppure di essere incinte). Verranno penalizzate soprattutto le donne povere, quelle appartenenti alle minoranze e le minorenni. Queste donne che non possono permettersi di viaggiare in altri stati per abortire ricorreranno ad aborti clandestini e pericolosi o a pillole abortive comprate nel mercato nero (spesso fatte arrivare dal Messico). È una cosa terribile che mia figlia di 15 anni avrà meno diritti di scelta di sua nonna che è americana e ne ha quasi ottanta. La sentenza Roe v. Wade  sull’aborto era stata introdotta dopo decenni di battaglie nel 1973.

User Rating: 5 / 5

No Internet Connection