Ponti versus muri, o muri e ponti. 3) Migranti, ponti e muri dalla Polonia al continente latino-americano

Ponti versus muri, o muri e ponti. 3) Migranti, ponti e muri dalla Polonia al continente latino-americano

di Tania Groppi

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Foto in copertina di Valentina Carlino

“Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”.

Le parole di Papa Francesco, pronunciate ormai diversi anni fa, nel maggio del 2016, nel ricevere il premio Carlo Magno, risuonano immediatamente di fronte ai muri che i governi innalzano, o desiderano innalzare, alle frontiere dell’Europa. Muri che, peraltro, si limitano a materializzazione quei confini “naturali” che, nel Mediterraneo, gli Stati proteggono, senza bisogno di costruire barriere, dalle fragili imbarcazioni dei migranti, con le loro navi da guerra o con l’intervento, pagato a caro prezzo, di utili paesi “amici”.

La dinamica è la stessa, ed è basata su distanze e divisioni. Da un lato, popoli in fuga: dalla miseria, dai raccolti perduti, dall’ingiustizia e dalla corruzione, a volte dalla repressione, persone che cercano una vita migliore, inseguono una speranza. In mezzo, trafficanti di esseri umani, o dittatori spietati, che li sfruttano e li strumentalizzano, per profitto economico o a scopi politici. Dall’altro lato, popoli impauriti: che mirano a difendere un benessere e una pace che considerano meritati, costruiti col sudore di intere generazioni, da godere per sé e i propri figli, senza doverli spartire con estranei, con i “lontani”. A questa spinta, involutiva ed egoistica, non è estranea la stessa Unione europea, che, essendo una proiezione degli Stati membri e continuando ad operare attraverso procedure che dipendono dalla volontà di questi, difficilmente potrebbe avere un diverso atteggiamento.

Ecco qua una miscela esplosiva, che da molti anni è sotto i nostri occhi, senza che si trovi soluzione. In Europa, in Nordamerica, e di recente anche in America latina, specie sotto la spinta delle vicende del Venezuela e di Haiti. Una miscela che svela le drammatiche carenze e contraddizioni della democrazia costituzionale che si è cercato di creare nel Secondo dopoguerra, come forma di Stato di carattere inclusivo, volta a dar voce, a livello nazionale e sullo scenario internazionale, a tutti gli esseri umani, anche a quelli considerati per secoli come privi di ogni valore e dignità, quali i lavoratori, le donne, i disabili, i bambini, i nativi e poi, via via, minoranze di ogni tipo.

La credibilità delle nostre democrazie si scontra, come un macigno, con i diritti di questi popoli in cammino. E con essa quella dell’ordinamento internazionale basato sulle Nazioni Unite, e dell’ordinamento europeo. Lo scontro, sempre visibile per chi vuole vedere, in ogni naufragio, in ogni assideramento, in ogni centro di detenzione di migranti, in ogni separazione familiare, diventa clamoroso quando coloro che vengono lasciati affogare, morire di freddo, suicidarsi in detenzione, coloro che vengono strappati alle loro famiglie e ai loro affetti, sono proprio quelli che, a parole, si vorrebbero difendere in quanto fedeli alleati dell’Occidente o adepti dei suoi valori: profughi afghani, bambini siriani, donne kurde o somale (già, ma chi si ricorda ancora della Somalia?).

È evidente che l’unica soluzione possibile, almeno alla luce dei principi che ispirano la democrazia costituzionale, è quella dell’accoglienza. È evidente che l’unico modo per superare questa tormentosa contraddizione, svuotando al tempo stesso il potere di ricatto degli intermediari dei traffici di vite umane, sarebbe un capovolgimento totale di prospettiva. Un capovolgimento che partendo dal valore infinito di ogni singola vita umana, spingesse gli Stati e le organizzazioni internazionali ad andare a cercare ogni singolo migrante in difficoltà, in mare o in terra, con scialuppe o autobus, e accoglierlo con bevande calde e abiti puliti, anzi, lavandogli i piedi stanchi, per avviarlo poi a un percorso di realizzazione umana.

Purtroppo, è anche evidente che il tempo di una simile “metanoia” non è giunto, e che la sovranità degli Stati - un ultimo lembo di sovranità, quando oramai è del tutto svanita riguardo alle altre grandezze, e finanza ed economia corrono su ben diversi binari - continua ad esercitarsi sul territorio impedendovi, in modo selettivo, l’accesso alle persone.

Che fare nel frattempo? Come continuare a gettare ponti, ponti che sollecitino soprattutto un cambiamento culturale all’interno delle nostre società, senza di che qualsiasi altra iniziativa, specialmente sul piano normativo, sarà vana? Penso che chiunque creda nella dignità di ogni persona umana abbia, ogni giorno, nella concretezza della vita e degli incontri, molteplici opportunità per contribuire a diffondere una cultura dell’accoglienza.

Vorrei cogliere l’opportunità di questo spazio per condividere due iniziative di cui ho fatto esperienza in questi mesi, iniziative accademiche, che lasciano sempre aperto l’interrogativo sulla effettiva capacità di seminare. Ma tant’è.

La drammatica situazione dei migranti al confine tra Polonia e Bielorussia, ha spinto, il 18 novembre 2021, un gruppo di 77 professoresse e ricercatrici di diritto costituzionale a scrivere una lettera dura ed accorata ai presidenti delle istituzioni europee e dei governi degli Stati membri, invitandoli ad agire, nel rispetto dei valori fondanti dell’Unione europea e del diritto europeo. Alla lettera ha aderito, esprimendo il suo supporto, anche l’Associazione italiana dei costituzionalisti. Le studiose hanno deciso di non lasciare senza seguito le parole del Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, pronunciate il 15 novembre proprio nell’ambito della inaugurazione di un anno accademico, quello della Università di Siena. «È sorprendente il divario tra i grandi principi proclamati e il non tener conto della fame e del freddo cui sono esposti esseri umani ai confini dell’Unione», aveva detto il presidente. A questi principi si richiama la lettera, che esprime “sconcerto” di fronte alla “contraddizione tra i principi sui quali si fonda l’Unione europea e la mancanza di volontà politica di tradurli in azioni”. Sconcerto ancora più evidente se solo si comparano le “solenni affermazioni di solidarietà nei confronti di donne e uomini che perdono la libertà, come nel caso dell’Afghanistan, e il rifiuto di accoglierli”. La lettera chiede “alle istituzioni europee e ai governi degli Stati membri di rimanere fedeli alla volontà dei fondatori dell’Unione europea e di rispettare il diritto europeo, ponendo immediatamente in essere concrete misure di solidarietà ed accoglienza”, nonché “di incrementare gli sforzi politici per difendere i diritti umani universali laddove calpestati e fermare la tratta degli esseri umani”.

Inoltre, la sfida delle migrazioni, in Europa e in America latina, è stata al centro del primo incontro in presenza del Progetto REMOVE (Repensando la migración desde la frontera de Venezuela: nuevo programa académico en movilidad humana y convivencia en la Comunidad Andina) che si è svolto sulla frontiera tra Colombia e Venezuela, a Cucuta, il 2 e 3 dicembre 2021. REMOVE è un Capacity Builing finanziato dall’Unione Europea nel quadro delle azioni Erasmus “Key Action 2: Cooperation for innovation and the exchange of good practices. Capacity Building in the field of higher education”. Fanno parte del progetto, coordinato dall’Università di Bologna, le Università europee di Cadiz, Castilla La Mancha, Siena e Science Po-Paris e le Università latinoamericane del Rosario, Libre (Colombia), UASB, FLACSO (Equador), Nacional de Trujillo e PUCP (Perù). Si tratta di un progetto che mira principalmente a sviluppare un’offerta formativa interculturale e inclusiva che promuova la creazione di un quadro giuridico comune all’interno della Comunità andina a tutela dei diritti dei migranti. Proprio per sottolineare questa finalità, l’incontro di avvio del Progetto si è svolto a Cúcuta, una città nella parte nord-orientale della Colombia, al confine col Venezuela. Cúcuta rappresenta il primo canale di uscita della popolazione venezuelana che lascia il proprio Paese, la cui prima regione di approdo è proprio la provincia colombiana del Norte de Santander. Basti pensare che, secondo i dati diffusi dall’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, al 2020, erano circa 5,9 milioni i venezuelani in fuga. Colombia e Perù sono i Paesi che ospitano la maggioranza di essi.

Osservare la crisi migratoria venezuelana dalla frontiera della Colombia, uno Stato fragile, che, ciò nonostante, sta accogliendo al momento un numero smisurato di profughi (si pensi che nell’ospedale di Cúcuta, su 30 bambini che nascono ogni giorno, 27 sono venezuelani), getta una nuova luce anche sulla situazione europea. Nel senso che mostra come l’incontro/scontro con l’altro, con l’inatteso, con lo straniero, con l’extrasistemico, è una grande spinta per le società e gli Stati a guardarsi dentro, rivelando contraddizioni e debolezze. Così, l’arrivo di rifugiati che chiedono assistenza e lavoro, spinge i paesi latinoamericani a interrogarsi sull’effettività di questi stessi diritti per i propri cittadini e sui passi ancora da compiere per realizzare i luminosi principi iscritti nelle proprie costituzioni. Non solo spinta ad acquisire una consapevolezza, dunque: l’irrompere dell’extrasistemico è anche un potente vettore per innescare un cambiamento.

Quel cambiamento che, sempre, implica un esodo, una uscita da sé per andare incontro all’altro, nel riconoscimento di una comune umanità che non può essere imbrigliata da muri e barriere. Un lungo cammino. Come ha scritto Norberto Bobbio, un ideale come quello dei diritti dell’uomo rovescia completamente il senso del tempo, perché si proietta sui tempi lunghi, e solo alcuni “segni premonitori” possono farci presagire l’esito, secondo la kantiana visione profetica della storia (N. Bobbio, I diritti dell’uomo, oggi, in Id., L’età dei diritti, Einaudi, Torino, 1990, p. 269). Segni anche piccoli. “Dopo tutto, dove iniziano i diritti umani?”, si chiese Eleanor Roosevelt in uno dei suoi ultimi discorsi alle Nazioni Unite, il 27 marzo 1953. Per rispondere che iniziano “nei piccoli luoghi vicino casa – così vicini e così piccoli da non potersi individuare su nessuna mappa del mondo. Eppure, essi sono il mondo delle singole persone: il quartiere in cui si vive, la scuola che si frequenta, la fabbrica, la fattoria o l’ufficio in cui si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cercano uguale giustizia, uguali opportunità, eguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti. In assenza di interventi organizzati di cittadini per sostenere chi è vicino alla loro casa, guarderemo invano al progresso nel mondo più vasto. Quindi noi crediamo che il destino dei diritti umani è nelle mani di tutti i cittadini in tutte le nostre comunità” (citato da M. A. Glendon, Verso un mondo nuovo. Eleanor Roosevelt e la dichiarazione universale dei diritti umani, trad. it. Liberilibri, Macerata, 2001, p. 408).


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