Ponti versus muri, o muri e ponti. 6) «Un muro d’oro puro, simile a terso cristallo»: una meditazione natalizia a margine di Giovanni, Apocalisse 21

Ponti versus muri, o muri e ponti. 6) «Un muro d’oro puro, simile a terso cristallo»: una meditazione natalizia a margine di Giovanni, Apocalisse 21

di Tommaso Manzon

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Sommario: 1. Introduzione - 2. Muri e Ponti - 3. I confini cittadini - 4. Un ponte che unisce il cielo e la terra - 5. “Un muro d’oro puro, simile a terso cristallo” - 6. e il Natale?

1. Introduzione

Caro lettore, cara lettrice, ti avverto subito che dovrai portare un po’ di pazienza. Immagino che sarai arrivato/a qui condotto/a dal titolo, ma, come avrai presto modo di scoprire, non procederò immediatamente a svolgere il cuore del mio tema, bensì impiegherò qualche pagina a “preparare il terreno” con delle riflessioni che comunque spero non siano inutili. In ogni caso, tutto tende a degli auguri di Natale, che ti saranno immancabilmente rivolti al termine del presente testo. Il punto è come ci arriveremo, di che significato si saranno caricati quegli auguri; forse per te non sarà cambiato nulla, oppure forse sarà cambiato qualcosa. In ogni caso, come da richiesta editoriale, questa riflessione si muove a partire dal tema dei “muri e dei ponti”, di cosa sono gli uni, di cosa sono gli altri, di come essi si relazionano; probabilmente non vedi ancora che cosa connetta questo tema al titolo che leggi qui sopra. Pertanto – immaginando tu voglia scoprirlo – ti affido al testo senza alcun ulteriore indugio.

2. Muri e Ponti

Immaginiamo che a qualcuno di noi venga chiesto di fare delle libere associazioni a partire dalle parole “ponte” e “muro”. È molto probabile che il risultato sarebbero due liste di termini che hanno ben poco in comune tra di loro. Questo è per un verso alquanto logico, visto che, intuitivamente, un muro è qualcosa che ostacola e limita, mentre un ponte è qualcosa che collega, apre e conduce da qualche parte. Certo un muro può essere inteso come un sostegno o qualcosa a cui appoggiarsi, mentre un ponte può benissimo essere sbarrato, però è quasi certo che se chiedessimo a una persona di dirci a cosa “connette” quando sente queste due parole messe insieme, potremmo stare certi che il risultato sarebbe quello appena descritto. Allora quasi un po’ per vezzo mi chiedo e ti chiedo lettore/lettrice se non possiamo provare ad osservare questa coppia di termini in modo “obliquo”. Possiamo in altre parole pensare in un altro modo ai “ponti” e ai “muri” guardandoli da una prospettiva diversa? Più nello specifico, possiamo provare a ribaltare l’esito dell’esperimento mentale di cui si diceva poc’anzi giungendo magari ad un risultato poco intuitivo e di segno differente? Può un muro non essere il contrario di un ponte bensì essere un ponte? Può un muro essere qualcosa che collega o che ci conduce da qualche parte, pur non per questo rinunciando necessariamente a svolgere la sua funzione di schermo e di limite? Ma soprattutto, seppure potessimo condurre un percorso che porta a questo esito, che cosa ci insegnerebbe, quale sarebbe il guadagno netto per la nostra riflessione?

Da qui in avanti nelle prossime pagine proverò a fare qualche esempio che possa rendere ragione di questo paragrafo iniziale, forse un po’ bizzarro e convoluto. Diciamo subito però che un muro è un ponte nella misura in cui un muro mostra sempre qualcosa: in questo senso un muro conduce sempre da qualche parte e metaforicamente svolge il compito di dirci qualcosa su ciò che sta da questa parte del muro e ciò che sta dall’altra parte del muro. In questo modo il muro, pur in qualche modo distinguendo gli ambiti e per questo impedendo i contatti tra le due regioni che vi si affiancano, svolge la funzione di ponte e le collega. Facciamo qualche esempio, cominciando con qualcosa di estremamente semplice. In questo momento sto scrivendo al computer seduto sul divano di casa mia: alzo lo sguardo e di fronte ho la parete dell’appartamento che condivido con mia moglie e con due gatti; il muro dice casa, il suo colore caldo inscurito dal sole che cala mi suggerisce qualcosa che ha a che fare con l’essere protetto, curato, quasi qualcosa di materno. L’effetto è rinforzato dalle fotografie, dalle piante, dai libri che vedo infilati in uno scomparto sotto una vetrina attraverso dei quali si intravedono delle scatole di pasta e una confezione di pellicola. Oltre questo muro, sono fuori di casa mia e guardandolo io percepisco la presenza implicita dell’esterno. Questo non è necessariamente qualcosa di minaccioso – per me non lo è – ma so che ovviamente fuori di questo luogo valgono regole diverse, che non mi posso comportare come a casa mia, etc., etc. . Potremmo ovviamente ripetere l’esperimento con i muri di altre stanze e otterremmo ogni volta un risultato differente, una diversa percezione, una diversa tonalità emotiva e costellazione concettuale che è contenuto e forma di quanto viene evocato ed esperito anche grazie a questo muro.

Se uscissimo di casa (o dal nostro ufficio) e facessimo una passeggiata per la città in cui viviamo vedremmo ovviamente una serie di muri. Alcuni di questi muri comunicano un messaggio alquanto esplicito – svolgono apertamente la loro funzione di ponti – nella misura in cui sono stati adibiti o addirittura eretti per svolgere questa funzione. Nello specifico vorrei soffermarmi sugli spazi pubblicitari: molti muri nelle nostre città sono superfici specificamente dedicate alla pubblicità, oppure per l’appunto sono stati eretti (pensiamo ai cartelloni) con lo scopo precipuo di mostrare una pubblicità. La pubblicità ha lo scopo, a fine di lucro chiaramente, di proiettarci in un mondo di fantasie, che catturino la nostra attenzione e ci portino a desiderare quanto viene pubblicizzato. Questo a volte può avere degli effetti estremamente molesti. Per esempio, vicino alla stazione dei treni di Pordenone – mia città natale – si trova una curva, sopra la quale si trova un cartellone pubblicitario, un rettangolo orizzontale, che tradizionalmente è comprato da una nota marca di biancheria intima femminile. Tradotto: metri quadri di immagini di modelle semi-nude, scosciate e adeguatamente foto-shoppate. Ricordo ancora il giorno in cui il professore di italiano del liceo ci raccontò – ridendosela – che aveva appena letto sul giornale un articolo in cui si sosteneva che, sulla base di accurate ricerche, era risultato che su quella curva si verificava un numero sproporzionato di incidenti automobilistici – causa apparente l’insufficiente attenzione data alla guida da parte degli autisti. Questo spero valga come esempio “grafico” del potere dei muri, adeguatamente addobbati, di costruire dei ponti tra un al di qua e un al di là, e della loro capacità di catturare la nostra attenzione e immaginazione in modo estremamente potente.

Un esempio più serio di questa dinamica si può evincere da qualcosa che mi è capitato di osservare di recente. L’ultima moda in fatto di pubblicità a Milano è quella di produrre delle réclames in forma di murales – cosa di per sé anche apprezzabile devo dire, dato che “sbattono” molto meno l’occhio e in genere sono disegnati con una buona perizia artistica. In una via nei pressi di Porta Garibaldi si può osservare la fiancata di un edificio di fatto appaltata ormai da diverso tempo a una singola azienda di moda, sicché, ciclicamente, il murales di turno viene cancellato, ridisegnato, e uno nuovo ne prende il posto. Circa un mese fa stavo percorrendo a piedi questo spazio urbano e, alzato lo sguardo vidi per l’appunto il murales di turno. Esso consisteva in una rappresentazione pittorica di quattro modelli – in realtà una band “rock” che fa furore in questi ultimi, sciagurati, tempi – che ovviamente indossavano i prodotti dell’azienda. Uno dei quattro era ritratto in piedi, con un libro in mano; aguzzando la vista si poteva leggere il titolo in copertina: “Walter Benjamin: l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. Verso quale mondo ci porta questo muro/ponte, rappresentante un mix di cultura “alta” e “pop” con tanto di un’opera di un noto anti-capitalista messa al servizio del glamour di una molto più nota azienda di moda?

3. I confini cittadini

L’ultimo passaggio su Milano ed i suoi volti ci porta ad allargare il livello dello sguardo. Se un muro può essere un ponte non lo fa solo rispetto al contenuto suo proprio, ma anche rispetto al suo contesto: cioè, la pubblicità murales di cui sopra non ci porta solo verso un immaginario e un messaggio che dovrebbero condurci a comprare vestiti e occhiali di una certa azienda, bensì, ci dice anche qualcosa sul luogo in cui si trova – ci dice qualcosa su Milano, ci proietta come un ponte verso il cuore della città che esprime sé stessa mostrandoci una delle espressioni della sua vita. Come ogni città moderna, anche la capitale lombarda ha lo scopo e la natura di essere un luogo di pubblicità commerciale, questo perché, tra le altre cose che una città analoga fa ed è, essa è un luogo permeato da un certo regime economico e culturale che coinvolge la produzione di pubblicità, etc., etc.. Quindi il murale di cui sopra, se fatto oggetto di contemplazione e riflessione, ci mette in cammino verso un certo mondo dello spirito umano che si esprime, tra gli altri modi, tramite la pubblicità commerciale e che permea un certo spazio geografico che include Milano.

Due rapidi esempi alternativi per fissare meglio il punto: 1) un amico di recente mi raccontava di una sua visita a Cuba, luogo di nascita e di residenza della futura moglie, e mi diceva che la cosa più strana della sua visita era che a Cuba – o perlomeno nei contesti in cui si era trovato lui – non c’è la pubblicità. Roba da non crederci, letteralmente. Beninteso, questo lo scrivo da non-fan dei socialismi reali; mi serve solo per indicare l’esempio contrario a quello appena fatto: in una città dove non c’è la pubblicità ci troviamo, evidentemente, in presenza di un mondo dello spirito umano che differisce da quello imperante a Milano. 2) Altro termine di paragone, forse un po’ impietoso, sono i muri dipinti dell’urbe di cui Tommaso Campanella parla nell’opera utopica La Città del Sole, laddove le pareti di questo luogo sono come un libro aperto che mostrano e insegnano i contenuti delle diverse scienze, nonché delle dottrine religiose alla base del progetto teo-politico campanelliano.

Arrivando al punto, spostiamo una terza  e ultima volta il luogo di questa riflessione su come un muro possa essere un ponte. In primis l’abbiamo proposta all’interno delle mura domestiche, poi l’abbiamo proposta in merito alle mura infra-cittadine, infine rivolgiamoci ora alle mura che circondano la città. Questo è ovviamente un concetto che in un’epoca come la nostra può risultare un po’ sfuggente, a meno che, ovviamente, non si viva a Lucca o in qualche altro luogo in cui la cinta muraria sia stata preservata. Sta di fatto che nella tarda modernità sappiamo e osserviamo come le mura cittadine siano state normalmente e in buona parte abbattute; ciò è avvenuto per una serie di motivi, ma in generale esse sembravano aver esaurito la loro funzione difensiva e costituivano semmai un impedimento all’espansione urbana dei centri abitati. Ora stiamo forse vedendo un’inversione del trend, sicché scopriamo che le buone vecchie barriere fisiche verticali in fondo hanno un loro senso. Del resto, se non si dispone di un lanciarazzi, un carro-armato, un elicottero, o quantomeno una buona scala, non è mica semplice passare oltre un muro di cemento – per quanto esso possa sembrare un dispositivo antiquato. In effetti da cittadini europei potremmo riflettere su come il futuro a breve e medio termine della nostra compagine sociale sembri essere definito almeno in parte dai muri. Muri che non dicono solo qualcosa a quelli che stanno al di là di essi (“voi siete fuori”), ma che dicono a questi ultimi qualcosa di quelli che stanno al di qua dei muri (“loro sono dentro e vi vogliono fuori”).

Infine, questi muri possono dire qualcosa di coloro che stanno all’interno di essi su coloro che stanno all’interno di essi – e cioè su loro/noi stessi. In altri termini, come nel caso dei muri di casa mia, anche un muro al confine tra la Polonia e la Bielorussia dice qualcosa su chi sta ad Ovest di esso – e ovviamente non mi riferisco esclusivamente ai polacchi, che da questo punto di vista agiscono solo come parte di un insieme. Io guardo l’interno dei muri di casa mia e mi riconosco come occupante e abitante della casa; Romolo, dopo aver tracciato il solco su cui sarebbero sorte le mura di Roma, le guardava pensandosi come il re della città che sarebbe sorta e già vedeva nel fratello Remo una minaccia. Quando guardiamo al confine orientale dell’impero, con le legioni di Frontex schierate a protezione del limes, che cosa vediamo di noi?

4. Un ponte che unisce il cielo e la terra

Come le città e gli imperi, anche le dimore del divino hanno le loro mura e i loro accessi che collegano questo mondo a quelli trascendenti. Per esempio, secondo la mitologia norrena esiste un ponte, il Bifrost, che unisce la terra con il cielo – Midgard, la dimora degli esseri umani, con Asgard, la dimora delle divinità Aesir che ci osservano dall’alto. Il Bifrost è rappresentato come un arcobaleno bruciante, che s’innalza in spazi stellari fino al suo termine, laddove si erge il castello di Himinbjörg, abitazione del dio Heimdall, il guardiano della soglia che tiene sorvegliato il confine della porta degli dèi. Secondo le saghe, negli ultimi giorni, al che si allunga l’ombra del Ragnarök – “il fato degli dèi” – i figli di Muspell, i giganti del fuoco che abitano questo reame di combustione e distruzione, marceranno fino ad Asgard guidati dal gigante Surtr (il cui nome significa “l’Oscuro”); l’arcobaleno crollerà disperdendosi in mille pezzi sotto il peso del loro incedere. I giganti combatteranno con gli dèi dentro la loro casa e prevarranno: alla fine, avendo conquistato la cima del cielo, Surtr userà la sua spada di fuoco per incendiare l’intero universo. La vita umana in qualche modo sopravviverà a questa catastrofe, ma dovrà in ripartire da capo, senza peraltro una garanzia che, in un tempo lontano, una nuova catastrofe non si porti via i nuovi dei e la nuova civiltà che si saranno nel frattempo sviluppati.

Proviamo a riflettere un momento su questa storia utilizzando gli elementi che sono stati sviluppati nelle sezioni precedenti. Anche qui abbiamo un ponte e abbiamo un muro: da un lato il Bifrost, che tiene aperti i collegamenti tra cielo e terra e dall’altro le mura di Himinbjörg che segnalano e bloccano l’ingresso al mondo degli dèi. Anche in questo caso è facile ribaltare una figura nell’altra: il Bifrost è un muro perché esso pur invitando ad un movimento ascendente – per entrare nel regno degli dei bisogna che noi saliamo il ponte – esso è allo stesso tempo sorvegliato e quindi può chiudersi qualora l’accesso di qualcuno in particolare non sia gradito; ma allo stesso modo Himinbjörg è anche un ponte, perché, come in qualche modo fanno i murales di Milano, ci mostra la punta avanzata del mondo degli dei e quindi comunica che noi che stiamo da questa parte siamo i mortali – che però, chissà, possono anche ambire a visitare questo regno fantastico.

Cito questi racconti leggendari perché ho l’impressione che molti di noi oggi vivano irriflessivamente all’interno di queste storie. Non nel senso che la nostra società sia popolata da seguaci di Thor e di Odino – sebbene nel variegato panorama attuale nemmeno quelli manchino del tutto – bensì che sia in verticale sia in orizzontale noi ci concepiamo come se vivessimo all’interno di una storia che, nei suoi aspetti fondamentali, si presenta come queste saghe nordiche che ho qui rapidamente ricordato. In verticale, perché ci pare che il cielo sia chiuso e che il Bifrost si sia parzialmente già frantumato: magari i giganti di fuoco non hanno ancora concluso il loro lavoro – il fuoco cosmico non ci ha ancora consumato – ma probabilmente stanno già battagliando con gli Aesir; di sicuro hanno già percorso parte del loro tragitto e la loro marcia ci ha già lasciato alle spalle. I cieli sono diventati imperscrutabili per noi, perché l’estremità del Bifrost che ci tocca si è già frantumata; quanto, se qualcosa, rimanga del ponte di arcobaleno non ci è dato saperlo e comunque, interrotte le comunicazioni, ci è impossibile sapere che cosa succeda lassù e quanto tempo ancora manchi prima dell’immancabile catastrofe – l’unica cosa a noi nota è che essa è in cammino verso di noi. In orizzontale, perché forse siamo noi gli dèi in decadenza: in qualche modo la nostra sorveglianza di ciò che stava alla nostra porta è stata elusa, ed ora l’oscurità, la morte, il conflitto sono alla nostra porta e si stringono intorno a noi, anzi, hanno già messo un piede dentro Asgard e c’è chi dice che la santa dimora di Valhalla – luogo di feste e riposo – sia già stata violata.

Come e in che misura queste due visioni che s’intrecciano, l’una di un cielo chiuso e probabilmente in piena devastazione, l’altra di un orizzonte che si fa sempre più cupo e che si chiude su di noi, siano effettivamente una buona descrizione della situazione reale o perlomeno di come noi la percepiamo, lo lascio alla riflessione del lettore/lettrice. Per canto mio, ho la forte impressione che molte delle nostre narrazioni e sensazioni si collochino di fatto all’interno di qualcosa di molto simile a questo mondo di immagini; ora, vi dirò la sincera verità: credo che questa storia sia una pessima storia. Sicuramente la saga degli Aesir è avvincente ed è stata fonte di ispirazione per tanta buona musica ed altrettanti libri ed opere d’arte di ogni genere; ciò detto, lo ripeto, è una brutta storia, per un fatto molto semplice: il suo orizzonte termina con la distruzione. Certo, c’è la rinascita, ma la morte, il disastro è ciò che in questa leggenda mette in prospettiva tutto il resto; vivere in questo mondo significa essere definiti più dalla morte che dalla vita e, se veramente ci stiamo dentro e decidiamo che questa storia è in fondo una brutta storia, allora forse ne dovremmo trovare una migliore.

5. “Un muro d’oro puro, simile a terso cristallo”

Da qui in avanti cercherò quindi di raccontare una storia diversa, finalmente tenendo fede al titolo di questo breve scritto. Qual è l’opposto di Himinbjörg e di Bifrost? Dunque, se Himinbjörg è letteralmente “la cima del cielo” – questo è il significato del suo nome – bisogna che il suo opposto sia la medesima cosa di segno però inverso: una cima del cielo che stia in terra, che scende da noi, mentre prima eravamo noi a dover salire ad essa. In questa immagine non c’è un Bifrost, se non come coda lasciata dalla traccia della cima che scende, come se una meteora che si dirigesse verso il suolo terrestre si lasciasse alle spalle il segno del suo passaggio indicandoci il luogo del suo atterraggio.

Scrive Giovanni nell’Apocalisse che porta il suo nome:

«Poi venne uno dei sette angeli […] egli mi trasportò in spirito su una grande e alta montagna, e mi mostrò la santa città, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio, con la gloria di Dio. Il suo splendore era simile a quello di una pietra preziosissima, come una pietra di diaspro cristallino» (Ap. 21:9-11).

Qui al veggente viene concesso di vedere qualcosa che accadrà pienamente solo al termine della storia, ma che già esiste tra noi, come vedremo tra poco: Gerusalemme – quella celeste, la “città del Dio vivente” (Ebr. 12:22) di cui quella terrena è un riflesso (cfr. Ga. 4:24-26, ma l’intero concetto di una Gerusalemme celeste emerge dal patrimonio ebraico e vetero-testamentario ed è ben attestato in esso) – scende tra di noi avvolta dalla gloria di Dio. A questo proposito, vale la pena di citare anche un altro passo estratto dal medesimo testo, allorché Giovanni descrive Dio seduto sul suo trono nei cieli: «Colui che stava seduto era simile nell'aspetto alla pietra di diaspro e di sardonico; e intorno al trono c'era un arcobaleno che, a vederlo, era simile allo smeraldo» (Ap. 4:3). Dunque, Dio che esprime la sua gloria seduto sul suo trono è circondato da un arcobaleno smeraldino; ergo, possiamo immaginarci questa città che scende dal cielo circondata dalla gloria di Dio e avvolta allo stesso tempo da un arcobaleno che essa si lascia alle spalle. Non siamo più noi a dover risalire l’arcobaleno sperando che Heimdall ci dia l’accesso – operazione che peraltro i giganti di Muspell sembrano aver reso impossibile – ma in questo caso sono il Valhalla e Himinbjörg – il luogo del riposo e la cima del cielo – che scendono con e lungo l’arcobaleno (già mostrato come segno del patto di pace tra Dio e l’uomo alla fine del racconto noachitico di Genesi 9-10) per essere tra di noi e non vi è traccia di giganti e di spade di fuoco che incendiano la volta celeste in questa città, poiché in essa «non vi sarà più nulla di maledetto» (Ap. 22: 3) ed essa sarà «il tabernacolo di Dio con gli uomini» dove «Egli abiterà con loro” ed “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap. 21:4).

Per due volte nei passi apocalittici che abbiamo citato troviamo la menzione del diaspro: simile al diaspro è lo splendore della Gerusalemme celeste, simile al diaspro è l’aspetto di Dio stesso. Giovanni rincara la dose dicendoci che «le mura erano costruite con diaspro e la città era d’oro puro, simile a terso cristallo» (Ap. 21:18). Il diaspro è un quarzo di colore vivace e acceso, ma normalmente opaco. Vediamo come però Giovanni in Ap. 21:11 parli di un “diaspro cristallino” che quindi siamo invitati ad immaginarci come trasparente; allo stesso modo ci viene detto che di diaspro sono le mura e che la città è d’oro puro, ma anche in questo caso essa è simile al terso cristallo. L’insieme di tutto ciò ci dà l’idea di una città splendente di una luce ora descritta come dorata, ora descritta come variopinta (cfr. Ap. 21:19 e seguenti), e che è accesa da una luminosità che è insieme una e molteplice, ma che in definitiva non le viene da sé stessa bensì da un’altra fonte. Questa fonte è per l’appunto Dio stesso e la sua gloria, sceso in terra con la sua città per dimorare tra noi: «La città non ha bisogno di sole, né di luna che la illuminino, perché la gloria di Dio la illumina e l’Agnello è la sua lampada» (Ap. 21:23).

Quindi: in questa storia il ponte/muro viene invertito in un muro/ponte, perché la discesa delle mura gerosolimitane ci mostrano il collegamento aperto e percorso da Dio per raggiungerci e non quello che noi dobbiamo percorrere – ammesso e non concesso che ciò sia possibile – per innalzarci a lui; qui si parla della vicinanza con Dio, non della sua distanza. In secondo luogo, la visione della Gerusalemme celeste ci parla di mura di una città che sono un ponte, un accesso, per un luogo che a sua volta è un accesso alla stessa persona di Dio, il consolatore. Essa stessa nella sua struttura (che va ben oltre i dettagli frammentari qui riportati) è un invito teso a inverare ciò che scrive il veggente: «essi saranno i suoi popoli […] le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra vi porteranno la loro gloria» (Ap. 21:3,24).

Chiaramente tutto ciò è visto da Giovanni secondo una previsione di tempi futuri: la Gerusalemme celeste è ancora nella sua sede in attesa della pienezza dei tempi; l’oscurità abita ancora in questo mondo e svolge i suoi traffici apparentemente indisturbata, convinta di aver chiuso tutte le vie di fuga e di accesso, di aver fatto esplodere i ponti della luce e aver eretto ovunque muri di tenebra. Il punto è però che la visione di Giovanni pone il termine di una storia che non è lo stesso termine che vediamo nella figura di Surtr, che stagliandosi sovrano su ogni cosa dopo aver spodestato Odino (detto “allvater”, “padre di ogni cosa”) si dedica alla sua gioiosa opera di distruzione. Qui invece vediamo una prospettiva dove è alla fine la vita, nonostante la morte, a prevalere, una prospettiva che Surtr e i figli di Muspell devono temere, perché prima della discesa della Gerusalemme Celeste essi saranno gettati in uno stagno di fuoco e zolfo e il fuoco cosmico non sarà la distruzione del creato, bensì il segno e lo strumento del loro giudizio (Cf. Ap. 20:7-10).

All’interno storia dei norreni ci può essere ottimismo, se con questa parola comprendiamo un’attitudine negazionista verso il male che fa festa nel Valhalla mentre i giganti incedono, oppure che si ostina ad ignorare gli avvertimenti di Heimdall che suona l’allarme; l’ottimista così inteso spera che alla fine in qualche modo i problemi si risolvano da soli o che comunque passino senza toccarlo. Eppure, sotto la superficie della sua coscienza l’ottimista sa che il suo destino è segnato e che non c’è scampo, che alla fine la morte verrà anche per lui e per tutto il suo mondo. Se ci sarà un altro mondo dopo questo, lui non lo vedrà di certo e quanto esiste in questo mondo non esisterà comunque nel prossimo, se non in maniera flebile, come una distante memoria di ciò che fu. Inoltre, nulla promette che anche il nuovo mondo non sia minacciato da un nuovo Surtr; in fondo, chi può dire il contrario?

Nella storia del veggente Giovanni invece non c’è spazio per questo tipo di attitudine; l’Apocalisse passa più tempo a parlare del male delineandolo con gran cura e realismo, che se non a concentrarsi sul bene e sulla sua natura. È però questo secondo elemento che è sovrano e mette in prospettiva il primo. Questa configurazione impedisce l’ottimismo – perché il male è messo in primo piano e non nascosto – ma dà ragione di speranza e la speranza è una postura bellicosa: essa non è acquiescente come il beato ottimismo di chi si tappa le orecchie alzando il livello del volume delle casse. La speranza invece è una postura bellicosa e belligerante, perché vede l’oscurità e ne percepisce l’incedere soffocante, ma, siccome ha visto una luce accesa in mezzo al buio, si rifiuta – in maniera risolutamente ostile – di credere che all’oscurità sarà concesso di avere l’ultima parola e che invece sarà proprio quella luce, che ora magari sembra piccola e poca cosa, che è infine destinata ad accendere di gloria ogni cosa.

6. e il Natale?

Ok, ma il Natale che cosa c’entra? Beh, il primo Natale è un episodio cardine della storia del veggente Giovanni, perché, come si è già scritto, è l’Agnello che è la lampada della gloria di Dio – il contenitore e rifrattore della luce del fuoco che accenderà la Gerusalemme celeste e che cancellerà la notte. Questo Agnello – chi legge ci sarà già arrivato – è lo stesso di cui è stato detto che “toglie l’hamartian [lit. mancare il bersaglio, per estensione “prendere una strada sbagliata”] del mondo”, perché ci conduce di nuovo sulla strada e sul ponte giusto, non quello che porta al muro dell’oscurità, bensì quello che, a partire dalla luce di cui l’Agnello stesso è la lampada/muro-trasparente, ci collega al cuore di Dio. Leggiamo del resto come al termine del noto prologo del quarto Vangelo, Giovanni scriva «la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre». La gloria: Gesù di Nazareth è l’essenza, l’avanguardia e l’anticipo di quella stessa gloria che infine apparirà nella sua maestà, avvolgendo ogni cosa a partire dalla Gerusalemme celeste. Come lui stesso dice di sé stesso, egli è «la luce del mondo» (Giov. 8:12) che «splende nelle tenebre» e che da esse non è stata sopraffatta (Giov. 1:5).

Sebbene la Parola abbia abitato tra noi (lit. «abbia piantato la tenda») solo per un tempo – e qui possiamo soltanto indicare per motivi di spazio il dramma pasquale, perché il Natale senza la Pasqua rimane incomprensibile – egli ha lasciato dietro di sé lo Spirito, il Consolatore che viene dal Padre, che è lo Spirito della Verità che testimonia di Gesù (Giov. 15:26), rendendocelo presente e tenendo accesa nelle tenebre la sua luce, tanto ora come in Israele due millenni addietro – come recita l’inno evangelico, “Thank you oh my Father, for giving us your Son, and leaving your Spirit, 'til the work on earth is done”. Insomma, il ponte è ancora qui, davanti ai nostri occhi, rendendo già attuale – in modo parziale e confuso, ma non per questo meno vero – ciò che al tempo giusto ci raggiungerà dall’altra estremità del passaggio. E qui, potremmo dire che il Natale si sdoppia e con esso anche l’augurio di “buon Natale” che possiamo rivolgere al nostro prossimo. Perché il Natale può essere una festa delle luci, della gioia effimera e dello spreco, una manifestazione del Valhalla che festeggia e che tiene acceso il proprio bagliore e la propria vitalità fintanto che essa dura e fintanto che è possibile tenerlo acceso; oppure il Natale può essere la memoria vivente di quella fredda notte invernale in cui, come un lampo di ciò che è, ma che ancora dev’essere, pastori raccolti intorno a una mangiatoia hanno visto i cieli accendersi della gloria della città di Dio. Se questo è il Natale, allora esso è un raccogliersi intorno a una luce che illumina e che sta accesa di per sé, ed è un radunarsi intorno a un fuoco che scalda e che brucia spontaneamente con vita propria.

Insomma, come a partire da questa coppia – muri e ponti – abbiamo tratteggiato due storie diverse, così abbiamo trovato al Natale due diversi spazi da occupare in ciascuna di queste due storie. Sono di fatto due feste diverse, che convivono assieme, ma si escludono a vicenda. Come ogni buona festa, ciascuna si accompagna con una musica e quindi entrambe le versioni del Natale hanno un loro sound. Il sound della seconda versione di questo Natale, quello che interessa al veggente Giovanni si esprime bene con queste parole (purtroppo la musica qui non ve la posso fare sentire, ma credo che molti di voi la conoscano già):

“Venite, venite in Bethlehem. Natum videte regem angelorum […] Aeterni Parentis splendorem aeternum, velatum sub carne videbimus […] pro nobis egenum et foeno cubantem, piis foveamus amplexibus. Sic nos amantem quis non redamaret?”

Ed allora buon Natale a tutte e tutti: Gloria a Dio nei luoghi altissimi, pace in terra agli uomini di buona volontà.

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