I pascoli di carta, la “mafia dei pascoli” e la giustizia lontana, A.Apollonio, Rubettino, 2020. Recensione di Alessandro Centonze

I pascoli di carta, la “mafia dei pascoli” e la giustizia lontana, A.Apollonio,Rubettino, 2020

Recensione di Alessandro Centonze 

Sommario: 1. I pascoli di carta e la conferma letteraria di Andrea Apollonio. – 2. I fili narrativi del racconto e lo sguardo di Apollonio sulla “mafia dei pascoli” siciliana. – 3. La coralità narrativa del romanzo e la galleria dei personaggi de I pascoli di carta. – 4. L’ambientazione nebroidea-tirrenica del racconto che fa da sfondo alle indagini di Salvatori.

1. I pascoli di carta e la conferma letteraria di Andrea Apollonio   

Andrea Apollonio è un magistrato salentino, poco più che trentenne, che, da qualche anno, svolge le funzioni di sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Patti, scelta quale prima sede di servizio dopo il superamento del concorso in magistratura, avvenuto nel 2018.

Andrea Apollonio è anche autore di saggi giuridici di contenuto prevalentemente penalistico ed è soprattutto, dal mio personale punto di vista di magistrato siciliano, rappresentativo di una figura professionale purtroppo in via di estinzione nel mondo giudiziario italiano: quella del giurista umanista.

Queste brevi premesse mi sembrano necessarie per inquadrare il suo ultimo romanzo, intitolato I pascoli di carta, da poco pubblicato dalla Casa editrice Rubettino, che fa seguito a precedenti cimenti letterari, con cui il giovane collega salentino ha fornito un’ulteriore conferma dei suoi talenti di giurista umanista.

I pascoli di carta, infatti, esprimono le due anime di Apollonio: quella del giovane e appassionato magistrato inquirente che presta servizio in un ufficio giudiziario siciliano di frontiera e quella del giurista colto e raffinato.

Di entrambe queste anime di Apollonio mi vorrei occupare in queste mie breve riflessioni, sottolineando gli aspetti della sua opera letteraria che meglio mettono in evidenza la sua personalità.

2. I fili narrativi del racconto e lo sguardo di Apollonio sulla “mafia dei pascoli” siciliana     

Dopo queste brevi premesse, mi sembra opportuno evidenziare che I pascoli di carta, nella sua cornice nebroidea-tirrenica, è un romanzo riconducibile al filone giallo, di ispirazione cosmopolita, i cui punti di riferimento sono, fin dalle prime pagine, evidenti, richiamandosi l’autore, più o meno esplicitamente a Leonardo Sciascia e a Friedrich Dürrenmatt. I riferimenti letterari del romanzo, in realtà, sono molteplici e variamente disseminati nel corso della narrazione, insieme ad altre citazioni cinematografiche e pittoriche; ma certamente Leonardo Sciascia e a Friedrich Dürrenmatt costituiscono i più evidenti punti di riferimento della trama narrativa del giallo nebroideo-tirrenico dell’autore.

Con Leonardo Sciascia e Friedrich Dürrenmatt, infatti, Andrea Apollonio condivide la scelta di utilizzare il giallo come metodologia narrativa, allo scopo di descrivere i malesseri e il malcostume di una società periferica e sconosciuta al grande pubblico – quale è quella siciliana nebroidea-tirrenica –, ma senza farsi condizionare dalla ricerca di un colpevole, che, ai fini del disvelamento della trama, assume un rilievo non decisivo. Il romanzo di Apollonio, infatti, come il Giudice e il suo boia e la Promessa di Friedrich Dürrenmatt ovvero Il contesto e Todo modo di Leonardo Sciascia è sostanzialmente un giallo incompiuto o meglio un giallo dove il contesto noir, essendo lo strumento utilizzato per descrivere i malesseri e il malcostume dell’area geografica in cui Salvatori opera professionalmente, è più importante dell’individuazione del colpevole, che, ai fini della ricostruzione della trama narrativa, assume un rilievo secondario; allo stesso modo di quanto avviene nei romanzi di Sciascia e Dürrenmatt che si sono citati, che rappresentano una variante, quasi parodistica, dei romanzi gialli.

In questa cornice letteraria si inseriscono le vicende del pubblico ministero Salvatori – che è chiamato per tutto il racconto con il solo cognome, del quale l’autore salentino fornisce solo alcune, vaghe, indicazioni personali –, che, quale magistrato della Procura della Repubblica di Pasicò, si trova a indagare sul duplice omicidio Trisotta-Carino, verificatosi ad Alzapietra, a margine dei lavori di contenimento di una parete rocciosa, svolta dall’impresa del commendatore Rosello; cognome, quest’ultimo, che, all’evidenza, richiama uno dei personaggi de Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia, rendendo ancor più evidente la matrice letteraria e culturale del racconto.

In realtà, le indagini sul duplice omicidio Trisotta-Carino sono precedute da un altro episodio delittuoso, costituito dal ritrovamento di un messaggio di contenuto intimidatorio trovato all’interno del cantiere edile del commendatore Rosello, anche se tale rinvenimento costituisce una sorta di prologo narrativo finalizzato a introdurre i protagonisti del racconto di Andrea Apollonio.

A margine di questi lavori edili, vengono uccisi l’ingegnere Trisotta e Carino – un grosso commerciante di carni locali, con dei piccoli precedenti in materia di macellazione abusiva –, i cui cadaveri vengono trovati in un appezzamento di terreno di Alzapietra.

Di questi due omicidi Salvatori comincia a occuparsi quale pubblico ministero di turno, oscillando, fin da subito, tra due tesi differenti, ma, in qualche modo collegate; la prima è quella che vede Trisotta come obiettivo dell’agguato; la seconda, invece, è quella che vede Carino come obiettivo dell’attentato; in entrambi i casi a questi omicidi sembrano fare da sfondo gli interessi della criminalità mafiosa locale, che, di volta in volta, avvicina e allontana il protagonista alla verità, come in una sorta di andirivieni narrativo che, in qualche modo, riecheggia la prima parte dello sciasciano A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia, espressamente citato in alcuni punti del racconto.

La presenza incombente della criminalità mafiosa, del resto, sembra fare da sfondo anche a un terzo episodio delittuoso, verificatosi in concomitanza con il duplice omicidio Trisotta-Carino, costituito dall’attentato in danno del dottor Guarreri, il sindaco del centro nebroideo di Portorisi, che, in un primo momento, sembra collegato al duplice omicidio, che costituisce il nucleo centrale della trama de I pascoli di carta.           

Con il procedere del racconto, però, si scopre che gli episodi delittuosi su cui Salvatori si trova a indagare riguardano un tipo di criminalità organizzata diversa da quella nota a tutti i siciliani, collegata alla presenza opprimente ed egemonizzante di Cosa Nostra, che è la “mafia dei pascoli” nebroidea.

La “mafia dei pascoli” nebroidea è quella che si sviluppa nelle vaste aree destinate a pascolo dei Monti Nebrodi, coinvolgendo interessi misconosciuti ma di grande rilievo economico, collegati alla gestione dei grandi allevamenti di bovini e alla percezione degli ingenti finanziamenti comunitari, concessi alle imprese zootecniche della zona. Quest’ultimo filone investigativo, infine, assumerà un rilievo decisivo per comprendere in quale contesto erano maturati gli omicidi indagati da Salvatori, anche se, per ovvie ragioni, non ritengo opportuno anticipare al lettore gli sviluppi finali della trama del romanzo di Apollonio, pur dovendosi precisare che tale passaggio della narrazione viene affrontato dall’autore in modo originale.

La “mafia dei pascoli”, dunque, è il vero protagonista del romanzo di Apollonio, che così viene descritta in uno dei tanti colloqui che Salvatori intrattiene con il maresciallo dei carabinieri di Alzapietra, che indaga sul duplice omicidio Trisotta-Carino; così, in particolare, il sottufficiale dell’Arma, rivolgendosi al giovane magistrato pavese, definisce tale, misconosciuta, forma di criminalità organizzata nebroidea legata alla gestione delle imprese zootecniche locali: «Questa è un’altra mafia. Molto meno raffinata, più animalesca, che puzza di terra. Che viole prendersi i pascoli con la violenza, l’intimidazione, l’inganno. Che il grande pubblico scopre, che i grandi giornali nazionali scoprono, solo nel momento in cui alza la testa e attacca un uomo dello Stato, un sindaco […]» (p. 166).

Ed è questa una forma di criminalità organizzata che Apollonio riesce a descrivere, forte delle sue conoscenze professionali, in termini esemplari, collegandone l’operatività e la continua espansione criminale alla gestione illecita degli ingenti finanziamenti comunitari erogati alle imprese di allevamento di bestiame nebroidee; gestione illecita che dà il titolo alla sua opera narrativa. Nello stesso contesto espositivo sopra richiamato, il maresciallo dei carabinieri che collabora alle indagini coordinate da Salvatori afferma: «La gran parte sono pascoli di carta. Le bestie, i terreni, esistono solo sulla carta. Basta poco, basta indicare su un pezzo di carta di fare pascolo su determinati terreni, magari con la complicità di un notaio che certifica e di un funzionario che registra, e il gioco è fatto. Le domande vengono inoltrate dai centri assistenza, che ovviamente non si accorgono delle irregolarità o delle anomalie nella documentazione presentata […]» (p. 166).

Ed è ancora, in questo ambito, che gli uomini politici che, come il sindaco di Portorisi, il dottor Guarreri, vogliono contrastare questi centri illeciti di interesse – troppo lontani dalle attenzioni dei grandi investigatori isolani – vengono aspramente contrastati, sul piano politico e sul piano personale. Anche in questo caso, a ben vedere, Apollonio riecheggia episodi di cronaca, ponendo, tra l’altro, in luce l’eterno dilemma che attraverso la società civile siciliana, perennemente in bilico tra un’antimafia di “sostanza”, rappresentata dallo stesso Guarreri e un’antimafia “di facciata”, spesso inquinata da interessi mafiosi, rappresentata da Carminio Ragusano, le cui vicende giurisdizionali fanno da sfondo alle indagini di Salvatori.

3. La coralità narrativa del romanzo e la galleria dei personaggi de I pascoli di carta     

Dopo avere descritto il contesto socio-culturale nel quale si inseriscono le indagini condotte da Salvatori, mi sembra opportuno concentrarmi su quelle che, a mio avviso, sono le due più evidenti connotazioni stilistiche del romanzo di Apollonio, rappresentate dalla coralità della narrazione e dall’ambientazione nebroidea-tirrenica del racconto, nella quale si sviluppano le investigazioni dal giovane magistrato pavese condotte sul duplice omicidio Trisotta-Carino.

Per la verità, I pascoli di carta, in senso stretto, non è un romanzo corale, essendo incentrato su alcuni personaggi-chiave del racconto e su una trama narrativa lineare, che costituisce uno dei punti di forza del racconto.

Apollonio, però, utilizza una tecnica del tutto originale, polifonica, inserendo nel racconto alcune riuscite figure minori, che, da una parte, gli servono per descrivere, con uno sguardo apparentemente obliquo, il mondo giudiziario nel quale opera Salvatori, dall’altra, sono funzionali a raccontare il modo di approcciarsi del giovane magistrato pavese a una realtà periferica e misconosciuta, quale è quella nebroidea-tirrenica, al contempo atipica e affascinante.

Per queste, concomitanti, ragioni, la galleria di personaggi giudiziari che ne viene fuori, fin dalle prime pagine del romanzo è davvero riuscita; mi limito, qui di seguito, a citare le figure più rappresentative della tecnica narrativa polifonica utilizzata dal nostro autore per descrivere l’ambiente giudiziario nebroideo-tirrenico dove opera il protagonista de I pascoli di carta.  

Cominciamo dal maresciallo della Stazione dei carabinieri di Alzapietra che indaga sul duplice omicidio Trisotta-Carino – con una lunga esperienza nell’antimafia “alta”, quella delle direzioni distrettuali antimafia, ripetutamente sbandierata a Salvatori –, che, in qualche modo, ricorda le figure di sottufficiali dei carabinieri descritte nei racconti di Mario Soldati o nei romanzi di Andrea Vitali.

Riuscita è anche la descrizione del procuratore della Repubblica di Pasicò, un sessantenne triestino malamente divorziato, precipitato in Sicilia quasi per caso e poco pratico di cose siciliane, che, pur sembrando ostile, alla fine, avrà un occhio benevolo e comprensivo nei confronti di Salvatori, per ragioni che non ritengo opportuno svelare.

Accennata, ma efficace, è la figura del procuratore del capoluogo della provincia di Pasicò, che interviene tronfiamente dopo l’attentato al sindaco Guarreri, per avvisare, con modi spicci e sbrigativi, che dell’episodio delittuoso si sarebbero occupati i pubblici ministeri della sua direzione distrettuale antimafia, competenti territorialmente; intervento che viene descritto con toni che sembrano esprimere una velata critica alla distinzione tra “giustizia di mafia” e “altra giustizia”, sempre più dominante nel mondo giudiziario italiano. Mi sembra utile, in questo senso, richiamare il passaggio della narrazione che riguarda il procuratore del capoluogo in questione, in cui si afferma: «Salvatori non aveva molta esperienza di coordinamento tra uffici, ma riusciva a capire da sé, che una decisione di quel tipo […] doveva essere quantomeno concordata con il procuratore, quello di Pasicò […]» (p. 77).

Proseguendo in questa carrellata di personaggi giudiziari della narrazione di Apollonio, ritengo utile richiamare la figura di Carminio Ragusano – il protagonista dell’antimafia “di facciata” della narrazione – così descritto dall’autore: «Era un signore sulla sessantina, dai capelli grigi e innaturalmente lucidi; gli occhiali di fine montatura dorata non riuscivano a nascondere sguardi carichi di intelligenza. Per il pizzetto candido sul mento che, di tanto in tanto, lisciava, e l’ampio arco sopraciggliare, ma anche per i lineamenti levantini, ricordava la figura del Caravaggio […]» (pp. 91-92).

Infine, non si può non concludere questa panoramica sui personaggi giudiziari di Apollonio che con il riferimento al procuratore generale Ficarra, un magistrato in pensione che aveva operato in un’importante città siciliana, che, con il suo comportamento ambiguo, dà un decisivo impulso alla narrazione, fino all’inaspettata conclusione del racconto. Così, in particolare, viene descritto il vecchio, luciferino, magistrato in pensione: «L’uomo – a dispetto della sua età – era un magistrato da poco in pensione, che – adesso lo ricordava – nei suoi ultimi anni di carriera era stato procuratore generale in una grande città siciliana. Voleva dire che era stato uno dei più alti magistrati inquirenti della Sicilia, anche se molto chiacchierato. Si diceva infatti che aveva preso parte a una cena con Oronzo Bontempo, anche definito “il papa dei Nebrodi” per via della sua influenza quasi religiosa su tutti i comuni nebroidei: anche lui anziano, sulla settantina, imperversava soprattutto nel mondo mafioso degli anni Novanta ed era stato alleati dei corleonesi […]» (p. 147).

4. L’ambientazione nebroidea-tirrenica del racconto che fa da sfondo alle indagini di Salvatori     

Mi sembra utile, a questo punto, concentrarmi su un’altra connotazione stilistica della narrazione di Apollonio, soffermandomi brevemente sull’ambientazione nebroidea-tirrenica de I pascoli di carta, che fa da sfondo allo sviluppo delle indagini condotte dal magistrato pavese sul duplice omicidio Trisotta-Carino.

L’ambientazione nebroidea-tirrenica, in realtà, è una delle caratteristiche più originali di un’opera narrativa davvero notevole; caratteristica che risalta ancora di più alla luce del fatto che l’area nebroidea-tirrenica, nonostante la sua bellezza, è poco praticata dalla letteratura siciliana.

A dire il vero, ci sono alcuni autori anche importanti – come Vincenzo Consolo, Bartolo Cattafi e l’inarrivabile Stefano D’Arrigo – che si sono occupati di quest’area, ma, sinceramente, nessuno di loro è riuscito a raccontare tale zona, al contempo montana e marittima, con l’efficacia descrittiva del nostro autore; e lo stesso D’Arrigo, che pure ha descritto con incomparabile efficacia il mondo dei pescatori tirrenici, non si è occupato dell’area montana, quella propriamente nebroidea, che rappresenta – come abbiamo detto – il bacino geografico nel quale si verificano gli episodi delittuosi narrati ne I pascoli di carta.  

L’autore, tuttavia, si muove in questo contesto geografico in modo non convenzionale, utilizzando una tecnica descrittiva originale, che mescola indicazioni geografiche reali, come, a titolo meramente esemplificativo, quelle di Alcara Li Fusi, Floresta, Capo d’Orlando, San Fratello, Capizzi, Cesarò, Troina, Capizzi, a indicazioni fantasiose come Pasicò, Portorisi e Alzapietra, creando un’area geografica e topografica al contempo vera e fittizia, dando vita a un universo letterario originale, che, a mio parere, costituisce uno degli elementi di maggiore interesse della narrazione.

Ne viene fuori un mondo geografico e letterario funzionale alla descrizione delle indagini condotte da Salvatori, ma, in qualche modo, autonomo rispetto ai suoi protagonisti, che diventa esso stesso uno dei protagonisti della trama romanzesca de I pascoli di carta, dove la Sicilia narrata emerge come un luogo atipico, montano e marittimo; aspro come le montagne nebroidee e dolce come le coste tirreniche dove abita il magistrato pavese. 

Dopo essermi soffermato su questo ulteriore elemento di originalità de I pascoli di carta, mi resta soltanto di consigliare a tutti i lettori – che mi auguro siano tanti – di immergersi nella lettura di questo riuscito romanzo sulla Sicilia nebroidea-tirrenica, guidati da Apollonio.

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