Memoria di David Cerri

Memoria

di David Cerri

E io concederò nella mia casa e dentro le mie mura 

un monumento e un nome (Yad Vashem),

un nome eterno che non sarà mai cancellato.

                                                                                                                                                                           (Isaia 56:5)

Quando Bàal-shem doveva assolvere un qualche compito difficile, qualcosa di segreto per il bene delle creature, andava allora in un posto nei boschi, accendeva un fuoco, e diceva preghiere, assolto nella meditazione: e tutto si realizzava secondo il suo proposito. 

Quando, una generazione dopo, il Maggìd di Meseritz si ritrovava di fronte allo stesso compito, riandava in quel posto nel bosco, e diceva: “Non possiamo più fare il fuoco, ma possiamo dire le preghiere” – e tutto andava secondo il suo desiderio. 

Ancora una generazione dopo, Rabbì Moshè Leib di Sassow doveva assolvere lo stesso compito. Anch’egli andava nel bosco e diceva: “Non possiamo più accendere il fuoco, e non conosciamo più le segrete meditazioni che vivificano la preghiera; ma conosciamo il posto nel bosco, dove tutto ciò accadeva, e questo deve bastare”. E infatti ciò era sufficiente. 

Ma quando di nuovo, un’altra generazione dopo, Rabbì Yisrael di Rischin doveva anch’egli affrontare lo stesso compito, se ne stava seduto in una sedia d’oro, nel suo castello, e diceva: “non possiamo fare il fuoco,non possiamo dire le preghiere, e non conosciamo più il luogo nel bosco: ma di tutto questo possiamo raccontare la storia.” 

E – così prosegue il narratore – il suo racconto da solo aveva la stessa efficacia delle azioni degli altri tre.[1]

[1]La storia di Yisrael ben Eliezer, detto Bàal Shem Tov(Maestro del nome di Dio), rabbino polacco del ‘700, guaritore itinerante considerato il fondatore del chassidismo, è narrata da Gershom Scholem in Le grandi correnti della mistica ebraica(Torino, Einaudi, 1993, 353) come appresa dalla viva voce del grande scrittore israeliano  Schemuel Y. Agnon. 


A più di ottanta anni dall’emanazione delle prime leggi razziali italiane, date a San Rossore[1], ed in un momento storico nel quale l’Europa vede riaffacciarsi timori che credeva da tempo scomparsi, qualche riflessione sui “perché” dello scrivere non è forse inutile.

Brava gente, non dimenticate, brava gente, raccontate, brava gente, scrivete ![2] 

In linea generale,  uno di essi è costituito proprio dal dovere di tramandare la memoria di fatti e persone. Dirò di più: per chi si trova a scrivere per quel motivo al dovere si aggiunge spesso lo spontaneo desideriodi farlo; in ogni caso una spinta etica è difficile da negare, e se c’è un argomento sul quale la discussione sulla memoria e sulla necessità di preservarla si è fatta via via più approfondita è sicuramente quello della Shoah (ed in particolare, per noi italiani, la vicenda delle leggi razziali), che intendo usare come riferimento di base per un tentativo di verifica sul perché si sia scritto, e si continui a scrivere, di avvenimenti simili. Non solo da un punto di vista storiografico, naturalmente, ma anche quando l’impulso del ricordare crea nuova arte. Ma la memoria non è solo questo.

Non è mia ambizione anche solo tratteggiare le discussioni sul tema della memoria, tanto variegate e complesse esse sono. Si può però tentare di ricordarne alcuni tratti essenziali; mi soffermo allora soltanto su alcune questioni: la prima concerne la scelta fondamentale: ricordare o dimenticare? 

La seconda è legata all’epoca nella quale viviamo, che vede cioè il passaggio dalla testimonianza alla storia ed insieme nuovi tentativi (che si approfittano giusto di tale passaggio) per rivederecorreggereacquisizioni storiografiche indubitabili e documentate, forti solo degli effetti devastanti di una “discussione” pubblica tanto superficiale quanto pericolosa, grazie anche ai nuovi mediacapaci di ogni manipolazione.

Memoria e arte, arte e letteratura, poi, in un rapporto fecondo ma complesso per le diverse forme usate (ed i diversi obiettivi perseguiti) dagli scrittori; l’ultima infine verte su un piano duplice e più teorico: quello, da un lato, dell’ “etica della memoria”, e, dall’altro, quello della distinzione, rilevante anche ai fini del lavoro storiografico, tra pratiche di “oblio controllato” (talune forme di amnistia politica) e vera e propria cancellazione della memoria.

Su tutto, e me ne rendo conto, incombe l’ombra di una banalizzazione della Shoah dovuta all’enorme interesse mediatico degli ultimi decenni [3]

Ricordare o dimenticare ? 

scrivere per non dimenticare.

                                                                                                 Solo questo è negato anche a Dio: cancellare il passato [4]

La prima sembrerebbe avere una risposta scontata; non vi sarebbe motivo neppure per questo intervento se si scegliesse di dimenticare. Non è così, però. Vi sono motivazioni differenti che giustificano lo sforzo della memoria, e addirittura opzioni  radicalmente diverse. 

Partendo da queste ultime, un grande esponente della psicanalisi italiana - di origini ebraiche - come Cesare Musatti ha scritto che “determinate cose si dimenticano; altrimenti non si potrebbe continuare a vivere” [5]. Un silenzio terapeutico, si direbbe[6]

Un altro invito al silenzio ha invece diversa origine; Giacomo De Benedetti scrive che dopo il rastrellamento dell’ottobre 1943 a Fara Sabina, od Orte, una ragazza scorse alla grata di un vagone piombato del convoglio dei deportati il viso di una bambina che conosceva, e la chiamò.

Un altro viso si affacciò, e le accennò di tacere. “Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano, è l’ultima parola, l’ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro” [7].

Un silenzio, questo, che immagino dovuto al pudore della disperazione.

Motivazioni entrambe nobili e comprensibili, ma che non possiamo accettare perché in realtà la memoria è uno strumento cui non possiamo rinunciare.

Quali invece le ragioni “pratiche” del ricordo, ed in particolare del conservarlo in forma trasmissibile (lo scriverne) ?

Conosciamo molti esempi di memorialistica privata degli anni della persecuzione razziale: si differenziano da altri per la costanza, l’oggettività ed il lungo periodo coperto (dal 1933 al 1945) quello del filologo Viktor Klemperer [8], e la cronaca degli ebrei di Plock fortunosamente redatta da Simha Guterman su strisce di carta, ed ancor più fortunosamente ritrovata in bottiglia 36 anni dopo [9]. In generale le memorie private hanno però un tono diverso, come due tra tutte celebri, quelle degli anni di guerra in Olanda di un’adolescente e di una giovane donna ebree olandesi, Anna Frank e Etty Hillesum [10]; o come quelle di Janina Bauman, moglie del sociologo Zygmunt, e figlia di un ufficiale polacco assassinato dagli stalinisti a Katyn, che ci ha lasciato le pagine del suo diario nel ghetto di Varsavia [11]; o come le lettere di Louise Jacobson, ragazzina francese deportata ad Auschwitz nel febbraio del 1943[12]. Ed è ancora una donna, Edith Bruck, a porre in epigrafe al racconto della sua lotta tra il dovere di non dimenticare e la condanna a ricordare  una frase del Bàal Shem Tov: “L’oblio porta all’esilio, nella memoria è il segreto della redenzione” [13]. Forse la diversità del tratto è dovuta anche alla condizione femminile delle protagoniste [14], come si ricava a contrarioda altre testimonianze maschili, quale quella di Emanuel Ringelblum sempre da Varsavia, che non rinunciano neppure in quelle condizioni a qualche autoironico witz [15].

Scrivere, allora, per non dimenticare. 

Scrivere per far giustizia 

                                                                                                                                                 Mai dimenticherò tutto ciò, 

                                                                                                        anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. 

                                                                                                                                                                                Mai[16]

Oppure scrivere per vendicarsi.

                                                                                                   I tedeschi hanno uno speciale inferno tutto per loro [17]

                                                          Si ha spesso l’impressione che la classe media tedesca abbia il diavolo in corpo[18] 

Se noi ci mettiamo a indagare la nostra colpa risalendo fino alla sua fonte originaria, veniamo a trovarci di fronte all'umanità che nella forma tedesca ha assunto un modo caratteristico e terribile di diventare colpevole, ma che è una possibilità dell'uomo in quanto uomo” scriveva Jaspers nella sua opera più nota in questo ambito [19], frutto delle prime “libere” lezioni tenute ad Heidelberg nel 1946. Delle analitiche distinzioni operate dal filosofo tedesco – tra colpa criminale, colpa politica, colpa morale e colpa metafisica – ci può interessare qui la terza categoria, quella morale:  “uno ha la responsabilità morale per quelle azioni che compie come individuo. E questo vale per tutte le sue azioni, anche per le azioni di ordine politico e militare che egli compie. In nessun caso vale la scusa che "gli ordini sono ordini".Quest’ultima affermazione, com’è noto, è il paravento dietro al quale si sono nascosti gli assassini: lo stesso Eichmann. Don Milani nella sua Lettera ai giudici ricordava che “A Norimberga e a Gerusalemme son stati condannati uomini che avevano obbedito[20], ma già Dietrich Bonhöffer aveva ammonito che “L’uomo del dovere alla fine dovrà compiere il proprio dovere anche nei confronti del diavolo[21]

Responsabilità morale dell’individuo, dunque, che non contraddice il riconoscimento della “possibilità dell’uomo in quanto uomo” di compiere il male (e molto ci sarebbe da aggiungere sulla effettiva consistenza del libero arbitrio, secondo quanto di cui continuano ad informarci i neuroscienziati…). 

Se allora il popolo tedesco ha un “inferno tutto per sé”, sarebbe errato ignorare quanto hanno compiuto altri popoli,: a cominciare, naturalmente, dagli italiani.

                                                                                                                                                          Italiani, brava gente ? 

Angelo Del Boca nel suo celebre volume[22]ha giustamente apposto nel titolo il punto interrogativo all’affermazione che altrimenti è sempre scorsa sulla bocca di molti, anche tra di noi. E la domanda sarebbe giustificata non solo per il periodo qui in esame, ma anche per quello del colonialismo italiano, specialmente in Africa Orientale durante il fascismo, che non a caso è stata indicata come il laboratorio delle leggi razziali. Lecito quindi chiedersi: per tanti italiani che hanno soccorso gli ebrei perseguitati, quanti altri facevano parte delle schiere di aguzzini che, anche senza una direzione nazista – spesso comodo paravento per le giustificazioni post-belliche – cacciavano per ogni dove i loro concittadini di “razza” diversa ? Per tanti (pochi, pochissimi) professori universitari che rifiutarono nel 1931 il giuramento di fedeltà al regime, quanti (tutti gli altri) lo prestarono, magari con una “riserva interiore” come alcuni cattolici, o per meglio servire la causa dell’antifascismo all’interno delle istituzioni, come altri ispirati da Togliatti, o per non peggiorare le cose, come altri ancora…? [23]

Anche l’Università di Pisa ha conosciuto  quel dramma [24], il cui lato peggiore è stato forse il momento del ritorno in cattedra dopo la caduta del fascismo: ritorno da taluni dei docenti espulsi tentato ma negato, da altri orgogliosamente rifiutato.

E per tanti (pochi) che nascosero i colleghi cui era impedito l’esercizio della professione consentendo loro una residua attività, a rischio e pericolo anche personale, quanti professionisti (la maggior parte degli avvocati, dei medici, ecc.) aderirono al fascismo e elessero per le cariche istituzionali i suoi corifei anche prima del ’26 ?

Se il termine “vendetta” può sembrare brutale e non appropriato, lo si abbandoni, una volta che abbia sortito il desiderato effetto di scuotere le coscienze, in favore di quello di “far giustizia”; ma è l’impostazione del dibattito storico nella categoria che va mutata, semplicemente indagando e riportando i “fatti”, senza accontentarsi delle agiografiche ricostruzioni del dopoguerra.

Così è successo per la categoria professionale che conosco meglio, facendone parte, quella degli avvocati. Una visione in parte autoconsolatoria, fondata su testimonianze autorevoli, quali quella di Piero Calamandrei, ha definito quella degli avvocati come la professione  che più di ogni altra aveva sofferto della tirannia, per la necessità di lavorare quotidianamente in un quadro normativo nel quale trovare quotidianamente “la conferma esasperante della nostra vergogna”.E’, sempre con le parole del giurista fiorentino, il “lungo, logorante periodo” della “resistenza allusiva” fatta di lotta al fascismo “vivendoci in mezzo” (così lo ricorda Francesca Tacchi [25]); ed è ancora Calamandrei il testimone di un’interpretazione delle leggi razziali come tragico portato della “brutale amicizia” italo-tedesca [26]:  “abbiamo sentito con orrore scendere dalla Germania e introdursi a poco a poco nella nostra legislazione la peste totalitaria annientatrice d’ogni forma di legalità[27].

Il problema è che probabilmente non era andata proprio così.

Certamente l’occupazione tedesca mutò il quadro delle condizioni di vita degli ebrei italiani, ma le premesse teoriche delle leggi razziali avevano autonome fondamenta anche in Italia. E’ una considerazione che era già presente a chi – come Guido Alpa – si era dedicato agli studi sulla capacità, ricordando l’adesione o l’indifferenza di molti giuristi alla nuova tematica razziale [28], e che ora emerge con chiarezza dalle ricerche più recenti, che ne rintracciano l’origine nelle vicende delle guerre coloniali degli anni trenta, che avevano procurato all’Italia il suo “impero” [29]. Chi, nel 1939, comunicava a Stefano M.Cutelli (qualificatosi in copertina “squadrista” e direttore) di accettare “di buon grado” di far parte del Comitato scientifico del nuovo periodico Diritto razzista “…rivista di dottrina, diritto e giurisprudenza della razza, da voi così autorevolmente diretta” se non Santi Romano, allora Presidente del Consiglio di Stato? Santi Romano!

Joachim Fest, il grande storico del nazismo, ha narrato in un libro autobiografico–“Io no” [30]– in quale modo il padre, funzionario prussiano, avesse risposto alla madre che lo pregava di aderire al partito di Hitler,di fronte ad una carriera spezzata. La donna gli aveva ricordato che la “piccola gente” si era sempre difesa col mentire di fronte ai potenti; ma Johannes Fest, preside di una scuola cattolica licenziato a 42 anni per “attività antistatali”, le rispose: «Noi non siamo piccola gente! Non su questo argomento!». Il richiamo evangelico al «anche se tutti, io no» ci riporta al bivio apertosi di fronte a molti in quegli anni terribili. Non a tutti: “solo” a molti, perché tanti non avevano alcuna possibilità di scelta, come i docenti ed i professionisti che furono cacciati solo perché di razza ebraica. Sono gli “altri” che potevano scegliere: scegliere se tacere; se approfittare; se aiutare nell’ombra: se ribellarsi. 

Del resto, la presunta “mitezza” delle leggi italiane è smentita dalla comparazione con le leggi tedesche, come ha dimostrato tra gli altri Valerio Di Porto [31], mentre la pratica della delazione – dai veri e propri cacciatori di taglie ai “volontari”, cittadini comuni – non è stata certo sconosciuta [32].

E sarebbe stato strano, del resto, che solo l’Italia avesse fatto eccezione ad un quadro europeo nel quale il nazismo incise su una realtà antisemita già profondamente radicata, come numerosi studi hanno indicato: dall’ampia ricostruzione di Mosse [33], alle ricerche di Browning e Gross [34], alla polemica opera di Goldhagen [35].

Salvaguardare la memoria di quegli anni significa quindi aprire gli archivi e scrivere di quanto vi si reperisca, per quanto sconvolgente possa essere: mai come in questi casi – ed in questi tempi – quest’opera non si esaurirà in una mera ricerca storica, ma ci dirà come reagire al totalitarismo e prevenire ogni tentativo di limitazione dei diritti fondamentali. 

Dalla testimonianza alla storia

                                                                                                                        Chi dimentica o non è abituato a ricordare, 

                                                                                    è sempre pronto a dar ragione all’ultima persona con cui parla[36]

La seconda questione ha al centro una domanda di intuitiva importanza: che accadrà dopo che anche l’ “ultimo testimone” diretto dello sterminio se ne sarà andato ? Non pochi di noi hanno infatti potuto conoscere personalmente persone scampate ai Vernichtungslager,e molti hanno almeno potuto apprenderne le testimonianze attraverso i mezzi di comunicazione: una per tutte, l’esperienza della monumentale ricerca di Claude Lanzmann sullaShoah [37]. Le due modalità peraltro non sono identificabili in tutto, lo dico pensando anche al ricorrente negazionismo, che come un fiume carsico di tanto in tanto si riaffaccia,  inteso come movimento storiografico che in nome di uno scetticismo spinto all’estremo giunge a negare, o fortemente ridimensionare, alcuni fenomeni storici, in primis– quantomeno mediaticamente - la stessa Shoah.

Ha scritto David Bidussa che la Giornata della Memoria non è il “giorno dei morti”, ma quello della memoria per i vivi: “se la memoria è elaborata nel presente e si propone per il futuro significa che noi non ricordiamo ‘quello che è avvenuto’ come se fosse un dato, ma che lo ricordiamo attivamente, ossia insieme ne produciamo e riproduciamo la memoria”[38], compito che sarà allora – dopo l’ultimo testimone – esclusivamente nostro, e quindi inevitabilmente, come dire, di seconda mano.Un indirizzo operativo, dunque, tanto più consono all’angolazione che ho proposto poco sopra. Non ha torto, peraltro,  neppure Marcello Pezzetti [39]quando ricorda che gli unici che hanno conosciuto davvero la Shoah sono quelli che non sono sopravvissuti, quelli che selezionati alla discesa dal treno venivano immediatamente avviati alle camere a gas, o rastrellati venivano subito fucilati e gettati nelle fosse comuni: la vera memoria è forse quella impossibiledello sterminio, non quella della vita nei lager. Impossibile, come scriveva Maurice Blanchot : “Noi leggiamo i libri su Auschwitz. Il voto di tutti, laggiù, l’ultimo voto: sappiate ciò che è accaduto, non dimenticate, e allo stesso tempo voi non lo saprete mai[40]

Memoria e letteratura

Ho ricordato in epigrafe come l’atto del ricordare trovi espressione non solo nella memorialistica, nella ricerca storiografica vera e propria, ma anche nell’arte.

Il rapporto tra il genocidio e l’arte è complesso, e non possiedo certamente le competenze per discuterne. Mi limito a ricordare  come il comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, accettò nel 1941 la proposta di un deportato polacco (Franciszek Targosz, un artista) di creare un museo all’interno del lager; per il primo, un elemento di pompa per i caporioni nazisti in visita; per il secondo, che fu posto alla guida del museo, e per altri internati che vi furono addetti, un viatico per la sopravvivenza. Al di là delle opere esposte (ispirate forzosamente, per lo più, al realismo di regime) l’arte forse aveva poco a che fare con l’iniziativa, ciò nonostante il Museo del lager rimane una testimonianza dell’irriducibilità dell’essere umano ai suoi bisogni fisiologici essenziali.. L’arte entra davvero nei campi con la loro liberazione, e da allora non li dimentica più. Il 16 aprile 1945 un giovane Corrado Cagli, volontario nell’esercito degli Stati Uniti, dove si era rifugiato dopo gli attacchi razziali alle sue opere, entra tra i primi a Buchenwald. Cagli dall’esperienza del campo ricaverà un album di disegni, da leggersi – scrive lui stesso – “non come i disegni di un pittore, ma come le testimonianze di un soldato di ventura” [41]Da allora e fino ad oggi la Shoah costituisce un tema ricorrente della ricerca artistica; basterebbe ricordare le opere di Joseph Beuys, che aveva fatto l’esperienza della guerra nella Luftwaffe sul fronte orientale (come l’installazione “Dimostrazione Auschwitz”, 1956/1964 [42]); di Anselm Kiefer e Gerhard Richter, o più recentemente, quelle di Miroslaw Balka (come “How it is”, alla Tate Modern nel 2009 [43]).

Credo, tuttavia, che per il discorso che facciamo l’ambito nel contempo più ampio e più congruo col valore della testimonianza sia quello della letteratura.

Efficacemente Carlo de Matteis ha titolato “Dire l’indicibile” la sua ricerca sulla memoria letteraria dello sterminio degli ebrei [44].

Paul Celan, per tutti, ha dimostrato l’astrattezza della sia pur celebre e suggestiva affermazione di Adorno secondo la quale “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro” [45], ma è assai più ampio il riflesso delle tragedie del ‘900 in letteratura.

Mentre la riflessione di intellettuali come Levi e Amery è al confine tra filosofia e letteratura, e le testimonianze di Wiesel e Antelme [46]presidiano quello con la storia, altri hanno scelto la via del romanzo o del racconto per tramandare la memoria di quei giorni; memoria che in alcuni casi è in realtà frutto almeno parziale di invenzione, ma non meno efficace, e soprattutto non meno “veritiera”.

E’ il caso di alcune pagine di Jorge Semprùn, come quelle - atroci - sulle uccisioni dei bambini ebrei di Il grande viaggio[47], dove peraltro anziché di finzione  si deve parlare di rielaborazione letteraria di una esperienza personale (lo “stile” aiuta la percezione, la ricostruzione di un avvenimento realmente accaduto); mentre in Cynthia Ozick la ri-creazione integrale di una vicenda assai più che verosimile si scolpisce nel lettore in modo incancellabile, come ne Lo scialle [48].

Diverso l’approccio  di altri, come Andrė Schwartz-Bart, che ne L’ultimo dei giusti [49](Premio Goncourt del 1959 e tra i primi a risvegliare un interesse di massa per la Shoah) tratteggia la saga di una famiglia ebrea dal medioevo fino agli esiti novecenteschi; o Peter Weiss, che trasforma il materiale cronachistico di un processo reale contro un gruppo di SS di Auschwitz (i verbali, le deposizioni) nell’“oratorio in 11 canti” de L’istruttoria[50]con uno stile oggettivo che si presta ad un incalzante crescendo. In tempi più recenti,  una lettura chocè stata quella di Le benevoledi Jonathan Littell [51], il cui protagonista – brillante ufficiale delle SS, omosessuale, le cui memorie si immaginano scritte dopo la guerra nel suobuen retirofrancese -  incontra fittiziamente i protagonisti della Shoah (Hitler, Himmler, Eichmann e tanti altri personaggi storici, tra i quali anche intellettuali come Junger e Brasillach) sullo sfondo di torbide storie familiari; al di là del valore dell’opera – sul quale il giudizio non è uniforme – la sorta di autobiografia che non arretra di fronte alla descrizione delle più atroci infamie ha avuto un successo mondiale, e possono far riflettere le circostanze dell’origine ebrea dello scrittore, e del suo voler scrivere in francese, benchè statunitense: una doppia dissociazione, verrebbe fatto di dire, non nuova agli esperimenti letterari sul genocidio. Infine, un recentissimo contributo fuori dal comune viene da una giovane scrittrice italiana, Annick Emdin, che in Io sono del mio amato[52]gioca proprio sul filo di una memoria-confronto tra gli anni della Shoah ed il 1995, tra il mondo degli shtetl polacchi e l’ Israele moderno, mossa da un principio affermato da uno dei suoi personaggi: “Il mondo è tutto pieno di altri mondi…Si potrebbe quasi dire che ogni persona è un mondo a sé e anzi, forse in una sola persona possono esserci infiniti mondi”. 

L’etica della memoria

                                                                                                                            Mi piacerebbe che qualcuno si ricordasse 

                                                                                        che qui una volta viveva una persona di nome David Berger [53]

Al filosofo israeliano Avishai Margalit (che è tra l’altro tra i fondatori del movimento pacifista Peace Now) dobbiamo l'idea della "società decente", che  non coincide con  la "società giusta" di John Rawls, perché mentre quest’ultima si occupa soprattutto dei criteri distributivi, Margalit con il concetto di “decenza” evidenzia il valore della dignità umana, che intesa essenzialmente come assenza di umiliazione precede quello stesso di giustizia [54].

La sua interpretazione si basa su una distinzione tra etica e morale, fondata sul tipo di relazione interpersonale considerata: l’etica  si interessa delle relazioni che definisce “spesse” (i rapporti che  si intrattengono con le persone vicine e verso cui si nutre un interesse diretto), mentre la morale di quelle “sottili” (che cioè riguardano ogni essere umano). 

La conclusione dello studioso è quindi che “esiste un’etica della memoria, ma nella memoria c’è ben poca moralità”; Margalit ricorre al concetto di “cura”, volto al passato ed in relazione con la  memoria: il prendermi cura di qualcuno – una relazione “spessa” – comporta il ricordo. Per questo motivo (l’intrecciarsi con la cura, essendo al centro della relazioni “spesse”) la memoria appartiene allora all’etica, mentre la morale  ne è appunto estranea perché le relazioni “sottili” di cui si occupa non implicano il dovere della “cura”. L’etica della memoria si colloca quindi su un piano collettivo generale, che giustifica il dovere del ricordo, per evitare nuove manifestazioni di “male radicale”, che puntano a contestare la stessa idea a base delle relazioni “sottili”, che cioè si abbiano dei doveri verso gli altri solo perché anch’essi esseri umani. Non è stato Hitler ad affermare ai suoi generali, poco prima dell’invasione della Polonia, “Dopotutto, chi parla oggi dello sterminio degli armeni ?” [55].

La fonte di molte riflessioni di Margalit è la Bibbia ebraica, in particolare per quella sull’importanza di ricordare il nome; l’espressione biblica “cancellare il nome” riveste il duplice significato di uccidere l’uomo e distruggerne la memoria; lo ha ben presente Jacques Derrida quando commentando il Paul Celan diAschenglorierileva l’intraducibilità per così dire “ontologica”, l’intrasportabilità al di fuori della lingua dello sterminio – il tedesco – di un simile doppio termine (in italiano “gloria delle ceneri” ? “cenere ‘aureolata’ di gloria” ? oppure semplicemente ”c’è la cenere” ?): “cenere, questo è anche il nome di ciò che annienta o minaccia di distruggere persino la possibilità di portare testimonianza allo sterminio” ; e proprio Celan così concludeva quei versi: “nessuno testimonia per il testimone[56].

La frase di Isaia citata  all’inizio di questo contributo si riferisce al pio eunuco, al “legno secco” che non lascerà discendenza, cui tuttavia Dio garantisce un posto nella memoria; come scrive Margalit “Chiamare Yad Vashem il memoriale per le vittime dell’olocausto esprime l’idea che le vittime ebree in Europa sono come gli eunuchi  che non lasciano tracce, e che ci sarà un luogo di raccolta nazionale per i loro nomi, sul modello di cui parla Isaia” [57]

Amnistia o amnesia [58]?

       Grazie al lavoro della memoria, completato da quello del lutto, ognuno di noi ha il dovere di non dimenticare, ma di            ricordare il passato, per quanto penoso possa essere, sotto la guida di una memoria pacificata [59] 

Paul Ricoeur, dopo aver riflettuto sui significati del ricordare e del dimenticare, si pone la questione dei ricorrenti tentativi, propri delle democrazie moderne, di “sopire” conflitti, o meglio i loro lasciti, ricorrendo ad una sorta di “oblio controllato” (commanded forgetting). Ricoeur ricorda il giuramento imposto dai vincitori del partito democratico dopo la fine dell’oligarchia dei trenta Tiranni (Atene, 403 a.C.), con il quale ci si impegnava a mè mnesikakein,a“non ricordare i mali” nei confronti degli avversari, ma oggi vengono in mente, per esempio, due iniziative senza dubbio entrambe volute per fini di pacificazione dopo eventi estremi (l’apartheid; la guerra), ma molto diverse tra loro: la Commissione per la verità e la riconciliazione voluta da Mandela per il Sud Africa, e l’ amnistia c.d. “di Togliatti” del 1946, Le ragioni in casi del genere possono essere più che onorevoli, come riconosce lo stesso Ricoeur, ma anche il dubbio che le amnistie violino verità e giustizia ha buoni motivi di rimanere. Abbiamo ricordato questi due episodi proprio per sottolinearne le diversità; solo nel primo caso, quello del Sud Africa, il compito principale è quello di acquisire testimonianze (e, particolare non da poco, sui comportamenti di entrambe le parti), mentre il percorso per l’amnistia vera e propria richiede “una confessione piena e totale. Bisogna dichiarare tutto quello che si è fatto, assumersi responsabilità definite e precise. L’amnistia infatti è molto specifica ed è applicata per ogni atto. Non si può chiedere amnistia dicendo «ero nella polizia addetto alla sicurezza, chiedo l'amnistia per avere ammazzato delle persone oppure per avere torturato». No, bisogna riferire in modo specifico di ogni persona uccisa, di ogni persona torturata e ogni azione viene giudicata in base agli stessi criteri. La stessa persona può ottenere l’amnistia per un'azione, ma non per un'altra. Le famiglie delle vittime o la vittima, se è ancora in vita, hanno il diritto di opporsi alla concessione dell'amnistia e hanno anche il diritto di essere rappresentate da un legale. Possono opporsi alla concessione dell’amnistia dicendo che non è stata detta tutta la verità oppure che non c'era nessuna motivazione politica per quel determinato crimine” [60]. Ecco allora l’indicazione posta in epigrafe di questo paragrafo: un dovere di ricordare, proprio dell’individuo e non dello Stato, che non mira alla vendetta ma proprio a consentire la più ampia ripresa della convivenza. Ma vi è di più.

Il dovere di ricordare non può non presupporre il “lavoro” della memoria, che secondo Ricoeur si svolge su due fronti: oltre a combattere l’oblio (non quello naturalederivante dalla nostra biologia e dalle nostre abitudini, anche pubbliche, ma quello) “consistant en un art habile d'éluder l'évocation des souvenirs pénibles ou honteux, en une volonté sournoise de ne pas vouloir savoir, ni de chercher à savoir[61](l’amnistia del ‘46 ? gli “armadi della vergogna” ?), deve anche evitare i “pericoli della ripetizione”, quel ridurre la memoria ad una raccolta di fatti che da un  lato impedisce una reale comprensione di comeperchèciò che è accaduto è accaduto, e, dall’altro, coltiva l’odio e la vendetta. E tra il lavoro della memoria ed il dovere della memoria c’è, ci deve essere, uno spazio per il futuro, o, come la definisce Ricoeur, per la “promessa”, questa volontà “de tenir la parole qui nous engage en avant de nous-mêmes et ainsi nous maintient à la hauteur de nos meilleurs projets de vie personnelle et collective[62]: questa una possibile chiave interpretativa delle diverse Commissioni per la verità e la riconciliazione che negli ultimi decenni hanno fatto seguito a traumatiche “cesure” storiche, come dittature e guerre. Abbiamo già ricordato quella sudafricana, ma un’altra importante esperienza è la ricostruzione operata dallaCommissione Nazionale sulla Scomparsa delle Persone (CONADEP) argentina, presieduta dallo scrittore Ernesto Sabato, dei tragici avvenimenti di quella nazione nel periodo della dittatura militare (1976/1983). Il rapporto Nunca Más(Mai più) del 1984 [63], che non era diretto all’incriminazione dei responsabili (compito lasciato all’autorità giudiziaria ordinaria, e proseguito nonostante le successive traversie ed alternanze tra amnistie e processi), si apre col ricordo delle parole del Generale Dalla Chiesa che, durante il sequestro Moro, avrebbe risposto a chi suggeriva di torturare i brigatisti rossi: “L' Italia può permettersi di perdere Aldo Moro, ma non può permettersi di introdurre latortura”.

“Dire l’indicibile” quindi si può, e si deve; perché, ancora con Celan [64] 

dice il vero, chi parla di ombre

 

[1]Interesse rinnovato dalle iniziative di “San Rossore 1938” svolte a Pisa nell’autunno 2018, sulle quali per tutti v. l’introduzione di Michele Battini, San Rossore 1938-2018, leggibile nel sito www.academia.edu(consultato il 29.11.2020).

[2]“Yidn, shraybt un farshraybt”in yddish, Simon Dubnov citato da P. Vidal-Naquet, Simon Doubnov: l'homme memoire, prefazione a S.Doubnov, Histoire moderne du peuple juif, Paris, Cerf, 1994 (ns. trad.). Dubnov fu storico ed intellettuale di nativa lingua yddish, nato nell’attuale Bielorussia, morto nel 1941 nei trasferimenti dal ghetto di Riga alla foresta di Rumbula dove si consumò il massacro di 25.000 ebrei ad opera dell’Einsatzgruppe A.

[3]Per tutti v. la satira di T.Reich, Il mio Olocausto, con prefazione di Cynthia Ozick - la scrittrice di Lo scialle, v.nota 42 - Torino, Einaudi, 2008, recensita da E. Löwenthal su La Stampa del 15.2.2008; v. anche M.Gerstenberg, The Abuse of Holocaust memory, Jerusalem, JCPA, 2009, spec.116 ss.

[4]Agatone (sec.V a.C) cit. da Aristotele nell’ Etica Nicomachea, II, 6. 

[5]C.Musatti, Ebraismo e psicoanalisi, Pordenone, EST, 1994, 64.  

[6]Oggi le scoperte delle neuroscienze sembrano consentire un controllo medico della memoria, questione eticamente quanto mai discutibile: v. ad es., A.J. Kolber, Therapetutic Forgetting: The Legal and Ethical Implications of Memory DampeningVanderbilt Law Review, Vo.59, 1561, 2006. SSRN: http://ssrn.com/abstract=887061(consultato il 29.11.2020).

[7]G. Debenedetti, 16 ottobre 1943, Palermo, Sellerio, 1993, 63.

[8]V.Klemperer, Testimoniare fino all’ultimo. Diari 1933-1945, Milano, Mondadori, 2000.

[9]S.Guterman, Il libro ritrovato, Torino, Einaudi, 1991.

[10]A.Frank, Diario, Torino, Einaudi, 1966; E.Hillesum, Diario 1941-1943, Milano, Adelphi, 2000 (v.anche Parole con Ettydi L.Breggia, Torino, Claudiana, 2019. 

[11]J.Bauman, Inverno nel mattino. Una ragazza nel ghetto di Varsavia, Bologna, Il Mulino, 1994.

[12]Dal liceo ad Auschwitz. Lettere di Louise Jacobson,Roma, L’Arca,1996, con prefazione di E.Toaff e introduzione di F.Sanvitale.

[13]E.Bruck, Signora Auschwitz,Venezia, Marsilio, 1999.Un’ ampia scelta di brevi narrazioni sulla figura del Baal Shem Tovin M.Buber, I racconti dei Chassidim, Milano, Garzanti, 1979. 

[14]E la loro cultura: si paragonino le testimonianze dai campi di due deportate italiane - Albina Moinas di Monfalcone e Rosa Cantoni di Udine - nella Rivista telematica Deportati, Esuli, Profughe (DEP)dell’Università di Venezia Cà Foscari. Vero è che il generedelle memorie dei sopravvissuti dai campi è totalmente diverso, ed ancora diversa la posizione degli intellettuali: ricordo la polemica postuma tra Primo Levi – in I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986 – e Jean Amery, Intellettuale ad Auschwitz,  Torino, Bollati Boringhieri, 1987.

[15]In A.Nirenstein, Ricorda cosa ti ha fatto Amalek, Torino, Einaudi, 1958. Un esempio di storiella ebraica di Ringelblum: “Un tale arriva all’altro mondo ed incontra Cristo in paradiso. – Ehi ! – grida – cosa fa qui un ebreo senza il bracciale ? …- Lascia perdere, - gli risponde San Pietro, - è il figlio del padrone”.

[16]E.Wiesel, La NotteFirenze, Giuntina, 1980, 40.

[17]Dalla trascrizione (ns. trad.) del processo tenuto nell’aprile del 1691 dalla Corte di Venden (oggi Cesis, in Lettonia): è la testimonianza del lupo mannaroOld Thiess, raccolta in Old Thiess, a Livonian Werewolf, a cura di C.Ginzburg e B.Lincoln, Chicago/London, University of Chicago Press, 2020.

[18]Ernst Junger citato da H.Arendt in Ritorno in Germania, Roma, Donzelli, 1996.

[19]K.Jaspers, La questione della colpa, Milano, Raffello Cortina, 1966.

[20]Don L. Milani, Lettera ai giudici(1965), che tra l’altro scrive anche delle imprese italiane in Africa; si legge in https://www.ildialogo.org/donmilani/letteragiudici.htm(consul. il 6.12.2020).

[21]D. Bonhöffer, Resistenza e resa, (a cura di E.Bethge), Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo,1988, p.61

[22]A. Del Boca, Italiani, brava gente ?,Vicenza, Neri Pozza editore, 2010-12 ed.e.book.

[23]A.Capristo,L'espulsione degli ebrei dalle accademie italiane, Torino, Zamorani,2002; G.Boatti, Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini, Torino, Einaudi, 2001. Tra tutti spicca la figura di Piero Martinetti, filosofo, la cui straordinaria lettera al Ministro Giuliano si legge a http://www.fondazionepieromartinetti.org/piero-martinetti/lettera-al-ministro-giuliano.html(consult. 29.11.2020) .

[24]T.Fanfani, Shoah e cultura della pace - Pagine di storia del Novecento all'Università di Pisa, Pisa, Edizioni Plus - Pisa University Press, 2001;  F.Demi-B.Manfellotto, Diario di un’infamia (Le leggi, le vite violate, il ricordo), Pisa, Pisa University Press, 2018.F.Pelini-I.Pavan, La doppia epurazione.L’Università di Pisa e le leggi razziali, Bologna, Il Mulino, 2009;  A.Peretti-S.Sodi, Fuori da scuola.1938 - Studenti e docenti ebrei espulsi dalle aule pisane, Pisa, Pisa University Press, 2018; M.Emdin-B.Henry-I-Pavan (a cura di), Vite Sospese-1938. Università ed ebrei a Pisa,Pisa University Press, 2019

[25]F.Tacchi, Gli avvocati italiani dall’Unità alla repubblica, Bologna, Il Mulino, 2002, 431; v. anche di A.Meniconi, La maschia avvocatura, Bologna, Il Mulino, 2006, spec. 239 e ss.; Id.,Il mondo degli avvocati e le leggi antiebraiche, in Le leggi antiebraiche nell’ordinamento italiano,a cura di G.Speciale, Bologna, Patron ed., 2013,177 ss., ed ancora – a cure sue e di M.Pezzetti – Razza e inGiustizia (Gli avvocati ed i magistrati al tempo delle leggi antiebraiche), Roma, Poligrafico e Zecca dello Stato, 2018, raccolta di studi patrocinata dal Consiglio Superiore della magistratura e dal Consiglio Nazionale Forense, dal Senato e dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

[26]L’espressione è di F.W.Deakin, La brutale amicizia. Mussolini, Hitler e la caduta del fascismo italiano, Torino, Einaudi, 1963.

[27]Intervento al primo Congresso nazionale giuridico forense, Firenze 1947, in Atti del primo congresso nazionale giuridico forense del secondo dopoguerra, G.Alpa-S.Borsacchi-R.Russo (a cura di), Bologna, Il Mulino, 2008.   

[28]G.Alpa, Status e capacità, Bari, Laterza, 1993, 130 ss.

[29]Per tutti v. E. De Cristofaro, Il codice della persecuzione, Torino, Giappichelli, 2008, 261 ss.; M.Matard-Bonucci, L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei, Bologna, Il Mulino, 2008, in particolare sull’ “autosufficienza” dell’antisemitismo fascista; G.Alpa, 1938.i giuristi italiani, il codice civile e le leggi razziali, in Rass.Forense, 2014,159 ss.; I.Pavan, Prime note su razzismo e diritto in Italia. L’esperienza della rivista “Il Diritto Razzista” (1939–1942), in D. Menozzi, R. Pertici, M. Moretti (a cura di), Culture e libertà. Studi di storia in onore di Roberto Vivarelli, Pisa, ediz. della Normale, 2006, 371 ss. 

[30]J.Fest, Io no. Memorie d’infanzia e gioventù, Milano, Garzanti, 2007. V. anche H.Arendt, La responsabilità personale sotto la dittatura, in Pagine di storia della shoah, a cura di A.Chiappano e F.-Minazzi, Milano, Kaos ed., 2005, 191 ss.

[31]V. Di Porto, Le leggi della vergogna, Firenze, Le Monnier, 2000; Id., Il 1938 in Italia e in Germania, Spunti per una comparazione, in La Rassegna mensile di Israel, numero speciale n.2/2007, 225 ss. Per una rassegna della legislazione tedesca (con traduzione in lingua inglese) v. A.Tschentscher, Footprints of the Evil. Techniques of Nazi Lawmaking(March 27, 2010). SSRN: http://ssrn.com/abstract=1579414(consultato il 29.11.2020).

[32]R.Canosa, A caccia di ebrei, Milano, Mondadori, 2006; M.Franzinelli, Collaborazione e delazione, in Storia della Shoah in Italia, Torino, UTET, 2010, vol.I.V; S.Levis Sullam, I carnefici italiani, Milano, Feltrinelli, 2015; T.Schlemmer, Invasori, non vittime, Bari-Roma, Laterza, ed dig. 2019.

[33]G.L.Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, Milano, Il Saggiatore, 1991. A cura di M.Battini e M.A.Matard Bonucci v. Antisemitismi a confronto: Francia e Italia, Pisa, Edizioni Plus - Pisa University Press, 2010.

[34]C.R.Browning, Uomini comuni, Torino, Einaudi, 1995; J.T.Gross, I carnefici della porta accanto, Milano, Mondatori, 2003. 

[35]D.J.Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler, Milano, Mondatori, 1998.

[36]R.Franchini, 99 aforismi, Napoli, Giannini, 1976 (af.29).

[37]C. Lanzmann, Shoah, DVD  con testi allegati, introduzione di  F.Sessi e prefazione di S. de Beauvoir, Torino, Einaudi, 2007. Sulla nuova edizione dell’opera a 25 anni dalla prima uscita v. il commento di D.Denby in The New Yorkerdel 10.1.2011, “Look again”.

[38]D. Bidussa, Dopo l’ultimo testimone, Torino, Einaudi, 2009. Utili anche gli articoli di Giulio Busi raccolti in La Pietra nera del ricordo,  Milano, IlSole24Ore, 2020.

[39]Di Pezzetti v. Il libro della Shoah italiana. I racconti di chi è sopravvissuto, Torino, Einaudi 2009.

[40]M. Blanchot, L'écriture du désastre, Paris, Gallimard, 1980, spec. p.130 ss. (ns. trad.)

[41]T.L.Cicciarella, La parabola di Corrado Cagli. Dagli attacchi razziali alla liberazione del campo di Buchevwald (1937-1945), che si legge in www.archiviocagli.com(consultato il 3.1.2021).

[42]G.Ray, Joseph Beuys and the after-Auscwitz sublime, in Terror and Sublime in Art and Critical Theory,New York, Palgrave MacMillan, 2005 (si legge in faculty.winthrop.edu, cons. il 3.1.2021).

[43]Esperienza straordinaria per chi ha potuto farla, l’ingresso attraverso una rampa nel buio totale nella grande camera di acciaio (profonda trenta metri ed alta tredici) inquieta e segna il visitatore. V. su YouTube HOW IT IS: Miroslaw Balka (G.Gheblawi) (consultato il 3.1.2021).

[44]C.De Matteis, Dire l’indicibile. La memoria letteraria della Shoah, Palermo, Sellerio, 2009.

[45]T.W.Adorno, Prismi. Saggi sulla critica della cultura, Torino, Einaudi, 1981.

[46]R.Antelme, La specie umana, Torino, Einaudi, 1969.

[47]J. Semprùn, Il grande viaggio, Torino, Einaudi, 1990.

[48]C.Ozick, Lo scialle, Milano, Feltrinelli, 2003.

[49]A.Schwartz-Bart, L’ultimo dei giusti, Milano, Feltrinelli, 1961.

[50]P.Weiss, L’istruttoria, Torino, Einaudi, 1966.

[51]J. Littell, Le benevole, Torino, Einaudi, 2008. Le “benevole” sono le Eumenidi, che perseguitano il protagonista nella figura di due poliziotti nazisti che indagano sull’omicidio della madre, effettivamente da lui assassinata insieme al compagno.

[52]A.Emdin, Io sono del mio amato, Milano, Ugo Guanda Editore, 2020

[53]David Berger, ebreo polacco, cercò di sfuggire all’invasione tedesca rifugiandosi a Vilnius in Lituania; lì fu fucilato nel luglio del 1941, a 19 anni. La frase è tratta dalla sua ultima lettera all’amica Elsa.

[54]A.Margalit, La società decente, Milano, Guerini e associati, 1998;  fondamentale di quest’Autore per ciò che ci interessa L’etica della memoria, Bologna, Il Mulino, 2006; J.Rawls, Una teoria della giustizia, Milano, Feltrinelli, 2008. Sulle teorie della giustizia utile a parere di chi scrive il riferimento a M.Sendel, Giustizia. Il nostro bene comune, Milano, Feltrinelli, 2010.

[55]Per la sintesi delle posizioni di Margalit sono debitore ai commenti di K.A.Appiah, You must remember this, in La Rivista dei Libri, maggio 2007, e di M.Bozzer, nella cit. Rivista telematica Deportati, Esuli, Profughe (DEP)dell’Università di Venezia, la cui lettura raccomando caldamente. 

[56]Niemand / zeugt für den / Zeugen(ns.trad.).J.Derrida,Poetics and Politics of Witnessing(2004) inSovereignities in Question. The Poetics of Paul Celan,a cura di T.Dutoit e O. Pasanen, New York, Fordham University Press, 2005;  Aschenglorieè nella raccolta di Celan del 1967 Atemwende. 

[57]A.Margalit, L’etica della memoriacit., p.26. Importante il progetto dello Yad Vashem per assicurare, prima che sia troppo tardi, l’identificazione di tutte le vittime dello sterminio: www1.yadvas hem.org.

[58]R.Bodei, Libro della memoria e della speranza,Bologna, Il Mulino, 1995.

[59]P.Ricoeur, lecturetenuta a  Budapest nel marzo 2003, Memory, history, oblivion,che si legge sul sito http://www.fondsricoeur.fr (consult. 29.11.2020); il testo consultato  è Memory, history, forgetting,Chicago/London, University of Chicago Press, 2004.

[60]A.Russel, Signor nemico crudele: lei è stato perdonato, in Diario della settimana, III, n.10, 11.3.1998.

[61]P.Ricoeur, Le bon usage des blessures de la mémoire in Les résistances sur le Plateau Vivarais-Lignon (1938-1945), http://www.fondsricoeur.fr/uploads/medias/articles_pr/temoin-4.pdf(consultato il 29.11.2020)Id.,Témoins, témoignages et lieux de mémoires. Lesoubliés de l’histoire parlent,  Polignac, Editions du Roure 2005. Il riferimento più generale è a P.Ricoeur, Ricordare, dimenticare, perdonareL’enigma del passato,Bologna, Il Mulino, 2004, i cui concetti principali sono sintetizzati nella lecturericordata in nota 62. Su Margalit e Ricoeur  v. V.Bradford,On the Language of Forgetting, in Quarterly Journal of Speech 95.1 (2009), 89-104.

[62]P.Ricoeur, Le bon usage cit.

[63]http://www.desaparecidos.org/nuncamas/web/english/library/nevagain/nevagain_000.htm(consultato il 29.11.2020) la cui versione stampata in lingua inglese contiene una introduzione di Ronald D.Dworkin: NUNCA MAS: The Report of the Argentine National Commission on the Disappeared, New York, Farrar, Straus & Giroux, 1986.

[64]Wahr spricht, wer Schatten spricht”: P.Celan, Sprich auch du(Parla anche tu), in Von Schwelle zu Schwelle(1955) (trad. it. Di soglia in soglia,Torino, Einaudi, 1996). 

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